Ci eravamo tanto amati
8 Aprile Apr 2019 0707 08 aprile 2019

Salvini e Di Maio, siamo agli insulti finali: e ora il governo è davvero a rischio

L’ammuina è finita: a dispetto delle rassicurazioni, la crisi tra Lega e Cinque Stelle è reale e ogni scenario è aperto: il nodo sono le elezioni europee. Il manovratore? Sergio Mattarella

Salvini Dimaio Graffiti Linkiesta

Succede anche alle coppie migliori, di passare dall’amore bello e litigarello alla guerra dei Roses, e Di Maio e Salvini non fanno eccezione. Hanno iniziato l’avventura governativa più uniti che mai, tetragoni contro un sistema che ne preconizzava e ne auspicava una fine precoce, finendo per assomigliare più a un’alleanza politica che a una coalizione sovranista. Hanno superato brillantemente crisi potenzialmente letali, dallo spread oltre quota 300 alla rivolta del Nord produttivo contro le politiche dei Cinque Stelle, sino al voto sull’autorizzazione a procedere per Salvini sul caso Diciotti, per salvare il quale il Movimento ha violentato la sua anima manettara.

Dieci mesi in corsia di sorpasso, tuttavia, hanno logorato anche la santa alleanza populista e le prove tecniche di ammuina si sono trasformate in una guerra dialettica che ricorda da vicino, mutatis mutandis, quella tra Bossi e Berlusconi nel 1994, che finì per far cadere il primo governo del Cavaliere. Contesti diversi, pesi diversi, ma la medesima motivazione alla base: la paura di uno dei due alleati che l’altro finisca per prosciugargli il bacino elettorale. Allora fu Bossi a staccare la spina a Berlusconi, questa volta è Di Maio che deve liberarsi dall’abbraccio mortale di Salvini.

C’è di più, tuttavia. E a dispetto delle voci tranquillizzanti di palazzo, che parlano di ammuina elettorale e assicurano sulla tenuta dell’esecutivo, c’è più di un indizio che il governo Conte stia vivendo le sue ultime settimane di vita.

Primo indizio, l’intervista di Luigi Di Maio a Die Welt. Cosa ha spinto il leader dei Cinque Stelle a ribadire nel giro di pochi giorni che di Salvini teme la deriva verso l’ultradestra, lui che un giorno sì e l’altro pure parlava di destra e sinistra che non esistono più? E cosa l’ha spinto a dichiarare a un giornale tedesco che considera la Germania un esempio da imitare e Angela Merkel - la nemesi di Matteo Salvini e dei sovranisti di casa nostra - un leader che invidia ai tedeschi?

Secondo indizio, i sondaggi sull’esito delle elezioni europee prossime venture, che vedono la maggioranza Ppe-Pse-liberali (ed eventualmente verdi) tranquillamente sopra la soglia di sicurezza. Tradotto: tutto può succedere, ma al momento non ci sono avvisaglie di un clamoroso ribaltone che porti Salvini, Le Pen, Orban e soci nelle stanze dei bottoni di Bruxelles. Fate uno più uno, e vi apparirà improvvisamente chiaro lo scopo dell’intervista tedesca di Di Maio: accreditarsi come potenziale partner di maggioranza europea presso le élite politiche tedesche. Tattica perfettamente coerente con la strategia del Movimento, che punta a entrare in tutte le istituzioni possibili per cambiare il sistema dall'interno: conquistare un commissario europeo o la presidenza del parlamento, per Di Maio e Casaleggio, vale più di qualche punto percentuale nelle urne.

A dispetto delle voci tranquillizzanti di palazzo, che parlano di ammuina elettorale e assicurano sulla tenuta dell’esecutivo, c’è più di un indizio che il governo Conte stia vivendo le sue ultime settimane di vita

A questo punto, però, si apre uno scenario nuovo: se i Cinque Stelle decidessero davvero di abbracciare il fronte anti-populista - non ridete, è davvero possibile - che ne sarebbe dell’alleanza nostrana con quello che Time ha sbattuto in copertina come il nuovo volto dell’Europa sovranista? Quanto potrebbe durare, nelle negoziazioni sulla manovra 2020, un Di Maio improvvisamente convertito sulla via della disciplina di bilancio? Cosa succederebbe alla prossima ondata di migranti, ai prossimi porti chiusi italiani, alla prossima sfida di Salvini alle cancellerie continentali? Ecco perché il leader leghista, da bravo pokerista, ha immediatamente rilanciato sulla flat tax: per andare a vedere il bluff dell’alleato, per capire quanto tutto questo sia tattica elettorale e quanto sia strategia politica.

Tutto può succedere, da qui in avanti. Quel che è certo è che nel momento si concretizzasse una crisi di governo, entrerebbe in scena il terzo giocatore, quel Sergio Mattarella con due chiodi fissi in testa. Il primo, nessuna crisi al buio: qualunque strappo dovrà essere figlio di una nuova maggioranza parlamentare. Il secondo, mai alle elezioni prima del 2022: il mite Sergio vuole che sia questo Parlamento, con la Lega ancora al 17%, a eleggere il suo successore, e farà di tutto affinché ciò avvenga. Il suo miglior alleato? Due emicicli piene di esordienti, che tutto vogliono fuorché tornarsene a casa. La situazione è fluida. Preparatevi a tutto.

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