L’intervista
9 Aprile Apr 2019 0206 09 aprile 2019

Ada Colau: “Le città sono il futuro dell’Europa, gli Stati sono il passato”

Intervista alla sindaca di Barcellona, leader del nuovo municipalismo ribelle spagnolo ed europeo: “In Europa c’è una profonda crisi democratica. Barcellona? Che non diventi teatro della sfida tra separatisti e unionisti. Mimmo Lucano? Oramai c’è un potere politico che usa la giustizia come arma”

Ada Colau Linkiesta
PIERRE-PHILIPPE MARCOU / AFP

«Siamo nel mezzo di una profonda crisi democratica». Ci mancava solo questo, penserete voi. Ma Ada Colau non è abituata a girare attorno ai concetti. Attivista, fondatrice dell’esperienza civica di Barcelona en Comù, archetipo e icona di ogni città ribelle, sindaca della capitale catalana, in corsa per la rielezione - si vota il 26 maggio, assieme alle europee - nel contesto di un laboratorio politico che ha pochi eguali nella storia recente dell’Europa, con gli indipendentisti catalani all’assalto di una poltrona mai conquistata e gli unionisti che sfoderano la candidatura di Manuel Valls, franco-catalano, già primo ministro francese durante la presidenza di François Hollande.

Scandisce i suoi concetti in un perfetto italiano, Colau, che tradisce il suo passato da studente e interprete, ma anche l’amore per un Paese con cui il dialogo è fittissimo. Ed è proprio nel contesto dell’iniziativa di Democrazia Minima, riflessione sul futuro dell’Europa promossa dalla Fondazione Feltrinelli, che Colau si trova a Milano. Più precisamente, per presenziare a un dialogo col sindaco meneghino Beppe Sala, con cui condivide la convinzione che il futuro dell’Europa passa dalle città e dalla dimensione urbana, non dagli Stati e dalle cancellerie: «Le città stanno risolvendo i problemi che gli Stati non sono in grado di risolvere - spiega a Linkiesta -. Siamo il luogo dell’innovazione, dell’apertura, della diversità. E dovremmo avere più competenze e più risorse per farlo».

Colau, a proposito di città e di sperimentazioni: hanno appena revocato gli arresti domiciliari al suo collega e amico Mimmo Lucano. È contenta?
Sono contenta per lui, anche se l’iter giudiziario è solo all’inizio. Però sono ancora indignata e incredula per quel che gli è capitato. Non ha senso che uno come lui, che tanto ha fatto per la sua comunità, sia stato allontanato dalla città che amministra. Noi tutti che conosciamo Mimmo Lucano sappiamo bene che non è un criminale, al contrario. Evidentemente serviva sporcare la sua immagine attraverso i tribunali, per bloccare i cambiamenti e le innovazioni democratiche. Storia vecchia, ma ancora molto attuale, purtroppo.

Si riferisce alla Catalogna e al mandato di arresto per Puigdemont?
Certo. Ma anche al Brasile, dove Lula e in prigione e Dilma Roussef rischia di finirci di nuovo. Oggi i golpe militari sono molto difficili da fare: molto più facile agire attraverso la leva economica e giudiziaria. Io credo che abbiamo un problema con la democrazia, in questa fase della Storia.

Addirittura con la democrazia?
Certo. C’è una profonda crisi democratica in atto: in Europa, in America, non solo. C’è un potere economico che per mantenere i suoi privilegi ha deciso di usarlo senza confrontarsi col potere democratico delle urne. Riuscendoci, peraltro: basta guardare all’Europa e misurare quanto potere abbiano guadagnato in questi anni le grandi élite economiche.

Colpa delle élite ingorde e prevaricanti o di una politica a che non riesce più a fare da argine?
Entrambe le cose. Certo, se la politica così com’è non riesce ad assolvere al proprio ruolo di promotrice dell’interesse pubblico, è segno che qualcosa va cambiato, anche nella democrazia rappresentativa.

Voi in qualche modo l’avete fatto con Barcelona en Comù...
Io sono molto fiera del successo della nostra piattaforma che è stata in grado di intercettare il bisogno di una politica nuova. Ed è bello che questo bisogno sia partito dalle città: abbiamo ridato prestigio alla dimensione municipale a un punto tale che un ex primo ministro francese oggi vuole diventare sindaco di Barcellona.

Le città stanno risolvendo i problemi che gli Stati non sono in grado di risolvere. Siamo il luogo dell’innovazione, dell’apertura, della diversità. Siamo quelli che fanno quel che gli Stati non fanno, nonostante abbiano più finanziamenti e più completenze

Ecco, appunto. Cosa stanno diventando le elezioni di Barcellona?
Io spero rimangano un’occasione per occuparsi di Barcellona: i barcellonesi non vogliono diventare un simbolo. Vogliono che ci si occupi della città, non che diventi il terreno di uno scontro più ampio. Poi, certo, Barcellona è qualcosa di più, oggi. È il luogo del conflitto tra la Spagna e la Catalogna: gli indipendentisti non hanno mai preso Barcellona. E oggi, in pieno conflitto, vorrebbero conquistarla perché è una delle città più amate e popolari al mondo e darebbe loro un enorme forza nel conflitto con lo Stato spagnolo. Lo stesso vale per le forze unioniste, peraltro.

Voi di Barcelona en Comù, in questa dialettica ci uscite a fette…
Ci esce a fetta la città, in realtà. Noi siamo una città di dialogo. Non vogliamo una città di vincitori e sconfitti. Noi vogliamo femminilizzare la politica, vogliamo si discuta di tutto, ma senza che una parte vinca e una perde.

Si però…
Non mi sottraggo. Quel che oggi divide tra unionisti e indipendentisti, noi vorremmo ricomporlo dentro una dialettica tra progressisti e conservatori. Poi, dentro e una colazione, si può discutere di indipendentismo e unionismo. Ma la repressione non serve: ci sono molti indipendentisti che sono diventati tali a causa della repressione “democratica” di Mariano Rajoy.

Rajoy - oggi caduto - è il potere statale, accentratore, burocratico, rinserrato nelle proprie paure.. Voi - con Parigi, Milano, Londra, Berlino - siete le città modello, assurte a simbolo del cambiamento e della modernizzazione. È questa un’altra nuova dialettica di domani?
Secondo me è già una realtà. C’è da aggiornare l’importanza della rappresentanza istituzionale della città. Le città stanno risolvendo i problemi che gli Stati non sono in grado di risolvere. Siamo il luogo dell’innovazione, dell’apertura, della diversità. Siamo quelli che fanno quel che gli Stati non fanno, nonostante abbiano più finanziamenti e più completenze.

Un esempio?
Cooperiamo, ci scambiamo buone pratiche e lavoriamo per difendere i beni comuni e per capire come relazionarsi al meglio coi nuovi capitalisti come Uber e AirBnB. Noi con loro ci parliamo tutti assieme attraverso un sindacato tra città che si chiama Sharing Cities.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook