9 Aprile Apr 2019 0739 09 aprile 2019

Il Def gialloverde è più di una presa in giro, è circonvenzione di incapaci

Su la spesa e giù il debito, giù le tasse e sterilizzati gli aumenti Iva: le bozze del documento di economia e finanza aggiornano il concetto di libro dei sogni, presentando una realtà palesemente fasulla a scopi elettorali. Tutto per pagare reddito di cittadinanza e quota 100

Giovanni Tria Romania Linkiesta
Daniel MIHAILESCU / AFP

Che il Documento di Economia e Finanza sia quasi sempre presa in giro non lo scopriamo certo oggi: previsioni di crescita gonfiate, debito e deficit che scende, misure con effetti taumaturgici. C’è più realtà nelle foto sulle confezioni delle merendine, e nessun governo ne è mai stato immune. Il Def per il 2020, tuttavia, rischia di infrangere ogni record, roba che ci immaginiamo le risate in Commissione Europea, al pensiero ci sia gente che ci creda, in quel che Salvini, Di Maio, Conte e Tria avrebbero messo nero su bianco.

Il condizionale è d’obbligo, visto che nel momento in cui scriviamo si parla solo di bozze. In ogni caso, partamo dalle certezze: vanno trovati 23 miliardi di euro per disinnescare l’aumento dell’Iva e un’altra decina di miliardi per coprire gli errori di previsione del bilancio precedente, fondato su una crescita del Pil (e del gettito) pari all’1%. Trovare i miliardi vuol dire tre cose, nel mondo in un mondo governato dalle leggi della matematica: o tagli le spese, o aumenti le tasse o fai crescere il debito pubblico.

Nel Def 2020 il governo promette di trovare quei soldi tagliando le tasse, alzando le spese e facendo diminuire il debito pubblico. Da dove arrivano i soldi? Un mistero. O meglio, roba da Nobel dell’economia, della matematica e della letteratura assieme, fosse vero

Sorpresa, nel Def 2020 il governo promette di trovare quei soldi tagliando le tasse, alzando le spese e facendo diminuire il debito pubblico. Più precisamente, aliquota al 15% per tutti i redditi sotto i 50mila euro - quella che Salvini chiama flat tax -, deducibilità dell’Imu sui capannoni, Ires più leggera per le imprese sono le misure ipotizzate sul lato fiscale. E poi, ancora, il decreto crescita e sblocca cantieri, per far ripartire gli investimenti. E ancora, un dato programmatico di diminuzione del deficit dal 2,4% al 2,3% del Pil e una diminuzione del debito pubblico sotto il 133% attuale. Già che ci siamo, ci accolliamo pure i debiti del Comune di Roma, che qualcuno dovrà pur pagare i carrozzoni di Ama e Atac. Da dove arrivano i soldi? Un mistero. O meglio, roba da Nobel dell’economia, della matematica e della letteratura assieme, fosse vero.

Sappiamo cosa state pensando: che sarà la crescita economica a pagare tutto questo ben di dio. Sbagliato: perché in un sussulto di realtà il governo prevede una crescita miserrima pure per il prossimo anno, approssimativamente tra lo 0,3% e lo 0,4%. Due o tre decimali di Pil rispetto al quadro tendenziale. Nessun nuovo miracolo italiano all’orizzonte, perlomeno: molto banalmente, suggerisce il governo, se non ci fosse una riduzione delle imposte e un aumento degli investimenti, finiremmo in recessione.

Il problema vero, per l’appunto, è che non ci sarà nessun taglio delle imposte e nessun aumento degli investimenti, perché non ci sono i soldi per pagarli. Che la recessione arriverà, con tutto il suo carico depressivo sull’economia del Paese. Che più spesa pubblica vorrà dire più deficit e più debito, e che la sorte ce la mandi buona con rating e spread. Che se tagli le tasse con una mano, con l’altra dovrai necessariamente eliminare qualche sgravio. Che se le previste privatizzazioni e alienazioni rimarranno sulla carta, andrà sforbiciato qualcos’altro. Tutto questo, lo ricordiamo, per un reddito di cittadinanza snobbato dalla metà della platea degli avanti diritto e per una finestra triennale di prepensionamenti senza alcuna giustificazione fattuale. Ma quello era il libro dei sogni dello scorso anno, e ce lo siamo già dimenticato.

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