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9 Aprile Apr 2019 0600 09 aprile 2019

Elezioni in Israele, Gantz o Netanyahu non cambia: per la Palestina sono comunque guai

Si preannuncia un testa a testa tra il premier uscente Benjamin Netanyahu e l’ex generale dell'esercito israeliano Benjamin Gantz. Ma entrambi i candidati hanno ignorato il tema Palestina e non intendono rasserenare il clima di tensione

Bibi Nethanyahu Gantz_Linkiesta
JACK GUEZ, GALI TIBBON / AFP

Oggi si vota in Israele, ma qualunque sarà il risultato delle elezioni anticipate, per la Palestina sarà un insuccesso. Che trionfi ancora una volta il partito Likud guidato dal premier uscente Benjamin Netanyahu a caccia del suo quinto mandato o il neonato cartello elettorale Kahol Lavan (Blu e bianco, come i colori della bandiera d’Israele) dell’ex capo dell’esercito israeliano Benjamin Gantz, nulla cambierà. Perché gli israeliani sono sempre più divisi tra i pro e gli anti “Bibi” Netanyahu, ormai al potere ininterrottamente da dieci anni e su cui pesano tre accuse di frode e corruzione. Ma quasi tutti concordano sull’ignorare le ragioni della minoranza araba e la soluzione dei “due popoli due Stati” che noi occidentali consideriamo ancora possibile, a torto. La probabilità di una soluzione pacifica è talmente irreale che per la prima volta dal 1949 il tema dei rapporti con l’Autorità palestinese non è stata al centro della campagna elettorale tra i candidati alla Knesset, la Camera unica israeliana. E anche per questo i palestinesi con cittadinanza israeliana, un elettore su cinque, vogliono boicottare il voto per protesta. E non basteranno gli appelli al voto come quello del rapper Tamer Nafar che ha pubblicato la scorsa settimana una canzone dai toni apocalittici per scongiurare l'astensionismo: «O votiamo o finiamo fuori dalla madrepatria».

A spaventare i palestinesi è stata la promessa sul finire della campagna elettorale di Netanyahu: annettere le colonie israeliane in Cisgiordania dopo le elezioni. Alcuni la considerano solo una sparata per ottenere l’appoggio degli ultranazionalisti in cambio di una legge retroattiva che lo salvi dai tre processi per corruzione. Ma è anche il sintomo del cambiamento dell’opinione pubblica israeliana: ormai è scontato che non si tornerà più indietro dalla politica di edificazione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi, da sempre realizzati contro il volere della comunità internazionale. Finora Netanyahu era stato il garante dello status quo per mantenere il precario equilibrio tra gli oltre 600mila israeliani che vivono in quegli insediamenti (l’8% dell’elettorato) e i 300mila palestinesi. Netanyahu sa di poterlo fare anche perché ha l’appoggio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che dopo aver spostato l’ambasciata Usa a Gerusalemme ha riconosciuto la sovranità di Israele sulle alture del Golan. Per noi occidentali uno sperduto altopiano, per Israele un simbolo, un territorio occupato nel 1967 dopo la guerra dei sei giorni e conquistato dalla Siria. La terza mossa sovranista di Netanyahu sarebbe il colpo di grazia al processo di pace e ai risultati raggiunti da Israele e Palestina con gli accordi di Oslo del 1993. Senza contare la legge approvata lo scorso luglio che ha definito Israele “Stato-Nazione del popolo ebraico”. Tradotto: Gerusalemme capitale d’Israele, il calendario ebraico definito di Stato, la lingua araba declassata da “ufficiale” a "speciale" e gli insediamenti nei territori palestinesi non solo riconosciuti, ma incoraggiati.

Ormai un partito di centro in Israele equivale a uno di centrodestra in qualsiasi altro Paese occidentale. Non a caso i laburisti rischiano di non raggiungere neanche i 10 seggi, un terzo in meno dei due favoriti. Forse spostarsi a destra è l’unico modo per fermare l’egemonia di Netanyahu

E dire che il partito Bianco e blu formalmente sarebbe di centro e favorevole a una conferenza di pace con i rappresentanti dell'autorità palestinese per trovare un orizzonte comune. Ma Gantz finora ha sempre parlato di separazione e non di due popoli per due Stati. E quando Netanyahu ha proposto l’annessione della Cisgiordania, il generale non ha criticato la promessa, quanto il non averlo fatto prima. Ormai un partito di centro in Israele equivale a uno di centrodestra in qualsiasi altro Paese occidentale. Non a caso i laburisti rischiano di non raggiungere neanche i 10 seggi, un terzo in meno dei due favoriti. Forse spostarsi a destra è l’unico modo per fermare l’egemonia di Netanyahu. Sono quattro i leader che formano il cartello elettorale anti Bibi: oltre a Gantz, c’è anche l’ex giornalista Yair Lapid, arrivato secondo alle elezioni del 2013 con il partito Yesh Atid e due ex generali che godono di un ottimo consenso in patria: Moshé Yaalon e Gabi Ashkenazi. La strategia del “partito dei generali”, com’è soprannominato in Israele è quella di battere Netanyahu sul suo tema: la sicurezza. Chi meglio di un ex ramatkal, l’equivalente del nostro capo di Stato maggiore, può garantire protezione dagli attacchi interni ed esterni e allo stesso tempo non radicalizzare così tanto lo scontro con la parte palestinese?

Secondo gli ultimi sondaggi Bianco e Blu e Likud sarebbero testa a testa con circa 30 seggi ciascuno. Ma anche ammettendo una vittoria di Gantz dopo le elezioni si aprirebbe un’altra partita per trovare la maggioranza in grado di governare. Da quando esiste la Knesset nessun partito ha ottenuto da solo la maggioranza della camera unica palestinese: troppo difficile ottenere 61 seggi sui 120 a disposizione. Il sistema proporzionale con la soglia minima del 3.25% per entrare ha spinto da sempre i partiti a coalizzarsi. Non a caso si vota in anticipo rispetto alla legislatura perché a novembre il ministro della difesa Avigdor Lieberman a capo del partito Israel Beytenu si è dimesso perché in disaccordo con la tregua raggiunta con Hamas e con i suoi sei deputati ha lasciato la maggioranza con un solo seggio di vantaggio. Se vincesse Bianco e Blu Gantz avrebbe davanti a sé due strade: un’alleanza con i partiti di centrosinistra e l’appoggio esterno dei partiti arabi che però non raggiungerà mai i 61 seggi. Oppure potrebbe proporre un governo meno estremista con i partiti minoritari di destra e i due partiti ortodossi: Shas e Giudaismo unito nella Torah. Oltre al pegno politico che pretenderebbero gli ortodossi: l’esenzione dal servizio militare previsto obbligatoriamente per tutti i cittadini maschi (3 anni) e femmine (2), per Gantz sarebbe dura rinunciare ai seggi fondamentali dei partiti ultra-nazionalisti come Israel Beytenu e La Casa Ebraica. E così Bibi potrebbe guardare Gantz fallire il tentativo di trovare una maggioranza e replicare la formula degli ultimi anni con gli ortodossi e gli ultra nazionalisti al potere. Anche se al quinto mandato, con un processo per corruzione al via, sembra l'unico a poter formare un governo, ma per farlo sarà costretto a realizzare la sua promessa elettorale fatta all’ultimo secondo utile: annettere la Cisgiordania.

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