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10 Aprile Apr 2019 0919 10 aprile 2019

Facebook fa il fascista coi fascisti, ma non serve un social per combatterli (anzi)

La prima reazione di fronte ai post indignati di Casa Pound contro la “censura di sinistra di Facebook” è stata quella di commentare con sarcasmo, ma la mossa del social network rischia di essere un boomerang che dà visibilità a gruppi che in realtà sono di minoranza

Nazis Car Flying Blues Brothers Fark

Non c'è che dire: da un certo punto di vista leggere sulla pagina Facebook di Casa Pound Bolzano un post indignato che denuncia la censura di alcuni dei profili dei consiglieri comunali del movimento neofascista — in particolare Andrea Bonazza e Maurizio Puglisi Ghizzi, a cui pare che si debba aggiungere anche il presidente Gianluca Iannone e altri esponenti, portavoce e candidati neofascisti — da parte di una sedicente “amministrazione italiana di Facebook”, che sarebbe “palesemente di sinistra” e che avrebbe «preso di mira profili e pagine di Cpi o non allineate al pensiero unico imperante», farebbe quasi ridere.

Con che faccia, infatti, un movimento di chiara ispirazione fascista, ideologia che della censura, dell’intimidazione e dell’aggressione contro i propri oppositori fa uno dei cardini della propria attività politica, potrebbe richiamarsi a un articolo della costituzione — il 21 — che difende la libertà di espressione e di parola e che fu scritto da un parlamento antifascista instaurato dopo una lotta di resistenza al fascismo?

Farebbe ancora più ridere, a continuare a leggere il post di lamentela di Casa Pound Italia, anche perché gli interessati si sarebbero praticamente intestati una crociata contro Facebook per arrivare a portare le istanze di libertà e di pluralismo apparentemente così tipiche del proprio movimento fino agli «amministratori globali del social, direttamente alla punta più alta della piramide Zuckerberg, e portare in sede legale italiana quanto avvenuto, per rivendicare libertà di pensiero, diritti politici e diritti dei consumatori».

Quello di Facebook è un grandissimo errore, visto che censurare per combattere chi vorrebbe censurare è un paradosso logico, un cortocircuito democratico tanto più che l’unico risultato che otterrà sarà quello di fare pubblicità a un movimento che numericamente è una minoranza tale e quale quelle che loro stessi discriminano

Ma quello che è successo martedì in realtà non fa ridere per niente. Perché quello di Facebook è un grandissimo errore, visto che censurare per combattere chi vorrebbe censurare è un paradosso logico, un cortocircuito democratico tanto più che l’unico risultato che otterrà sarà quello di fare pubblicità a un movimento che numericamente è una minoranza tale e quale quelle che loro stessi discriminano — nel 2018 Casa Pound ha preso 300mila voti e aveva una base di 20mila iscritti, mentre i Rom in Italia sono tra 90 e i 140 mila, più o meno siamo lì — e che, come abbiamo visto anche negli ultimi giorni a Torre Maura, non ha alcun problema a manifestare con violenza e con modalità e riti direttamente ispirati al fascismo.

Ma c’è un problema più grosso dietro le nostre risate. Ed è un problema che risale a una confusione o, forse peggio, a una illusione a cui stiamo credendo sempre di più. Ovvero che Facebook sia la realtà. Che Facebook sia il responsabile di tutto il male del mondo. Che sia a causa di Facebook che i partiti e i movimenti populisti, razzisti, suprematisti e fascisti stiano conquistando consensi nella società civile. Che sia grazie ai troll russi e agli algoritmi di Facebook che i messaggi suprematisti si diffondono nella società.

Non è vero. Facebook è una lente deformante della realtà, soprattutto perché — anche se forse non ce ne siamo ancora resi conto — i messaggi d’odio sono sostanzialmente una minoranza dei contenuti che girano sul social network di Zuckerberg, come in fondo in tutta internet. Ogni sessanta secondi, su Facebook vengono scritti 317mila status, vengono aperti 400 nuovi profili, vengono caricate 147mila foto e condivisi 54mila link. In un marasma del genere, Casa Pound, che con questo singolo post piagnucolante ha incassato appena 2000 like, generato 400 commenti e causato altrettante condivisione, è una goccia invisibile. Una goccia che paradossalmente ha più visibilità grazie alla reazione indignata del restante 99,9 per cento del resto piattaforma, ovvero noi, e ai i suoi messaggi, piuttosto che di energia propria.

Casa Pound accusa Facebook di avere un progetto politico, dichiaratamente di sinistra, per oscurare e censurare il loro messaggio, ma la verità è che a Facebook, del messaggio di Casapound, non gliene può fregare di meno. E infatti quello che è successo è successo semplicemente perché Facebook ha bisogno di mostrare che ha il controllo del proprio corpo, soprattutto dopo la strage neozelandese e le polemiche contro la diretta video dell’assalitore, che Menlo Park non avrebbe fermato in tempo (pare che l’abbiano vista in 200 persone, comunque). Per Facebook doveva essere soltanto un atto pubblicitario, per accontentare quelli che si preoccupano più dell’odio in rete che dell’odio nelle strade.

Se pensiamo che le pulsioni fasciste della nostra società siano causate da Facebook e che siano dunque fermabili e gestibili da Facebook, ci sbagliamo di grosso. Per contrastare quelle pulsioni, che esistono certo, bisogna agire nella realtà

Se pensiamo che le pulsioni fasciste della nostra società siano causate da Facebook e che siano dunque fermabili e gestibili da Facebook, ci sbagliamo di grosso. Per contrastare quelle pulsioni, che esistono certo, bisogna agire nella realtà, bisogna prendere la parola contro di loro, avere coraggio. Un po’ come abbiamo visto proprio a Torre Maura, Roma, dove è bastato il coraggio sbarazzino di un ragazzino di 15 anni per demolire l'arroganza e la violenza neofascista. Non certo davanti a delle pagine da 5.000 contatti che vengono bloccate e che, d'altra parte, si possono ricreare, come hanno fatto, in pochi minuti.

Paradossalmente se vogliamo veramente combatterli online, basterebbe censurare noi stessi. Smetterla di ripostare le prime pagine volgari di quotidiani la cui unica spinta di vendita è la provocazione, smettere di ripubblicare i commenti delle poche decine, alla peggio centinaia di troll fascisti che danno il peggio di sé online. Ma ancora di più, basta smettere, da giornalisti, di trasformare ogni tweet e ogni foto di tre mentecatti che fanno il saluto romano in un post virale, anche se è un post che li prende in giro.

In un certo modo Facebook, paradossalmente, funziona al contrario della realtà. Perché se nella realtà il pensiero nazionalista e fascista riprende coraggio e vigore se non viene contrastato da subito — da quando è intimidazione, è pestaggio, è minaccia verbale — su Facebook funziona tutto il contrario, perché la reach organica di un post di Casa Pound, senza le nostre condivisioni, senza i nostri dislike e senza tutti i discorsi indignati che ci facciamo intorno ruggendo dalle nostre belle tastiere di casa, resterebbe un discorso di minoranza qual è. Un discorso reazionario e di rigurgito che è già stato ampiamente superato dalla realtà e che, senza il nostro megafono involontario, non ha futuro.

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