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12 Aprile Apr 2019 0600 12 aprile 2019

Biomasse, queste sconosciute: ecco l’energia rinnovabile che dovremmo sfruttare di più

La filiera della produzione di energia elettrica da biomasse, pur rimanendo di nicchia, è il fiore all’occhiello delle energie rinnovabili. Fondamentali sono però gli investimenti, anche in ottica di preservazione dei boschi: senza le centrali, i rischi ambientali aumenterebbero. Ecco perché

Biomasse_Linkiesta
Ufficio stampa

Sono tante, degradabili, rinnovabili e soprattutto efficaci per produrre energia. Ma, nemmeno a dirlo, non sono abbastanza sfruttate. Parliamo delle biomasse solide, quelle materie organiche provenienti da tutto ciò che è naturale, come legno, fibre, scarti dell’industria agroalimentare, oli vegetali ed altri elementi non contaminati e non oggetto di trattamento chimico, che possono essere impiegati per produrre energia.

Se non ne avete mai sentito parlare, probabilmente è perché il settore che le utilizza non ha mai ricevuto particolare attenzione, pur lavorando sodo e bene ormai da molti anni. Ma questo non significa che non possa diventare un protagonista delle energie rinnovabili, con le giuste condizioni: parola di Simone Tonon, presidente dell’associazione Ebs (Energia da Biomasse Solide) che riunisce la maggior parte degli operatori del settore.

Qui, un totale di 17 impianti sparsi in tutta Italia lavorano per 8.000 ore ogni anno, trasformando 3 milioni di tonnellate di biomassa (provenienti principalmente da attività forestali o agricole) in 300 megawattora di energia elettrica all’anno e impiegando, tra addetti diretti e indiretti, più di 5.000 persone. Va detto che questi dati si riferiscono all'energia prodotta nelle centrali di Ebs, mentre a livello nazionale i livelli di produzione energetica a biomasse si attestano a 690 megawattora (GSE, dati 2015).

Per dare un’idea, per ogni tonnellata di biomassa legnosa, a seconda della natura del materiale e della tecnologia dell’impianto, si può arrivare a produrre un megawattora - cioè 1000 kilowattora (kWh) - di energia elettrica. Qualcosa che suona come incredibilmente potente, anche se in realtà si tratta solo di una piccola frazione del fabbisogno energetico (di sola energia elettrica) del nostro Paese, pari a 320,5 terawattora (dato del 2017), dove 1 TWh è pari a 1 miliardo di kWh. Un’enormità, insomma, cui le fonti energetiche rinnovabili (l’idroelettrico, l’eolico, il fotovoltaico e il geotermico, oltre alle biomasse) contribuiscono per circa il 35%.

In realtà, più che la potenza energetica, a rendere speciali le biomasse è il fatto che, tra le fonti energetiche rinnovabili, queste lo siano in senso doppio, essendo «una fonte programmabile in base alle esigenze della rete, non essendo legate a fattori climatici e ambientali, a differenza dell’eolico o al fotovoltaico», spiega Tonon. In più, consentono di produrre complementarmente anche energia termica, utile «per distillerie, fabbriche di oggetti in vetro e in generale le utenze in prossimità di questi impianti che usano sia l’energia elettrica che quella termica». Ma soprattutto «permettono di impiegare biomasse che altrimenti rimarrebbero sul terreno, causando problemi nella gestione dei boschi, dissesto idrogeologico o fermentazione (la decomposizione per mano dei batteri, che producono anidride carbonica, idrogeno e metano, ndr), incendi o scarti bruciati all’aria aperta, contribuendo in maniera pesante all’inquinamento atmosferico».

Insomma, il lavoro che le centrali per le biomasse svolgono a livello energetico e ambientale è di estrema rilevanza. E in più il settore può vantarsi di aver saputo ridurre quasi a zero le importazioni, realizzando una filiera nazionale tout court. Il processo, a grandi linee, funziona così: le biomasse (di legno) vengono raccolte, e un contributo viene pagato agli agricoltori o ai tecnici che si occupano di questa attività. Il materiale viene poi consegnato in centrale, dove viene controllato e successivamente inserito in caldaie industriali a griglia (versioni più grandi e sofisticate, per intenderci, delle vecchie stufe domestiche) per poi essere bruciato. Il calore generato all’interno della caldaia aziona una turbina a vapore, che è a sua volta collegata ad un alternatore, responsabile di generare l’elettricità. L’energia viene infine distribuita nella rete nazionale e così alle diverse utenze. In tutto questo, si badi, l’impatto ambientale è minimo: le emissioni provienienti dalla combustione, infatti, sono trattate prima di essere immesse in atmosfera, così da essere depolverate e depurate dagli ossidi di azoto nocivi per l’ambiente. E, nel momento in cui sono dotati di tecnologie specifiche, anche in termini di trattamento degli inquinanti gli impianti possono annullare quasi completamente l’impatto ambientale.

«Il bosco può rappresentare una fonte di ricchezza. Ma se i nostri impianti chiudessero, non ci sarebbe più l’opportunità di produrre legname per questi impianti, quindi i boschi non verrebbero più gestiti. E se mancano gli interventi che consentono di avere piste di accesso e separazione dei diversi ettari di bosco, il rischio è che i fenomeni di questo tipo possano assumere dimensioni sempre più devastanti»

Il merito del sistema di rigenerazione delle biomasse, in altre parole, consiste nel suo essere il massimo dell’ecofriendly. Cosa non funziona, invece? Naturalmente, il classico stanziamento di risorse: «Se fino a questo momento il settore ha visto l’allocazione di alcuni incentivi per la costruzione di centrali a biomasse, il problema ora è la continuazione di questo impegno», spiega Tonon. Per gli impianti che operano nella filiera, infatti, «l’incentivo è essenziale, perché altrimenti non ci sarebbero le modalità per lavorare». In più, i calcoli che vengono fatti paragonando le biomasse ad altri settori delle rinnovabili «non tengono conto che i benefici indotti dal settore delle biomasse non consistono solo nella produzione di energia verde, ma anche di stabilità del sistema elettrico e della rete, ambientali e socioeconomici. Fattori che «secondo noi non vengono considerati quando si tratta di valutare la possibilità di consentire a questi impianti di continuare a svolgere il proprio ruolo», precisa Tonon.

Fortunatamente, una buona parte degli incentivi messi in campo finora raggiungerà il termine del periodo incentivante entro il 2022, il che significa che c’è ancora qualche anno di margine perché gli impianti possano continuare a lavorare. Ma per proseguire l’attività dopo quel momento, bisogna iniziare a discutere del futuro di questi impianti fin da subito. Anche perché i rischi ambientali che diventano sempre più problematici con il passare degli anni (la ricerca ci dice da tempo che i fenomeni meteorologici estremi si andranno intensificando) non possono essere ignorati. Basti pensare al caso dell’alluvione nel Triveneto dello scorso ottobre, che ha abbattuto più di 8 milioni di metri cubi di alberi e visto la devastazione di 45mila ettari di foresta. «Ebs fin da subito in sinergia con altri settori ha mostrato la sua disponibilità ad accogliere eventuali residui di questi materiali, che potrebbero essere usati non solo per la produzione di elettricità, ma di mobili e materiali da costruzione», spiega il presidente. I tempi tecnici per il recupero sono stati (per forza di cose) lunghi: dovendo aspettare la fine del periodo invernale, a marzo si sono chiuse le prime aste, che stanno ora consentendo l’inizio delle lavorazioni. Il recupero è fondamentale, spiega Tonon: con l’arrivo della bella stagione, infatti, il rischio è di ritrovarsi a dover gestire tutti i problemi già citati: incendio, dissesto idrogeologico, legno che fermenta e si rovina.

Questione Triveneto a parte, di disponibilità di biomassa, dice il presidente, ce n’è molta. Il che non solo invita automaticamente ad un potenziamento della filiera per poter produrre più energia pulita, ma lo fa anche perché questi residui legnosi sono potenzialmente problematici. Considerando che il patrimonio boschivo è cresciuto negli ultimi 10 anni di quasi mezzo milione di ettari, è necessario trovare i mezzi per mantenerlo al meglio. Il che comprende anche la filiera delle biomasse: «Il bosco può rappresentare una fonte di ricchezza. Ma se i nostri impianti chiudessero, non ci sarebbe più l’opportunità di produrre legname per loro, quindi i boschi non verrebbero più gestiti. E se mancano gli interventi che consentono di avere piste di accesso e separazione dei diversi ettari di bosco, il rischio è che i fenomeni di questo tipo possano assumere dimensioni sempre più devastanti».

Insomma, il settore delle rinnovabili da biomasse è strettamente collegato a quello della pianificazione boschiva, e in quanto tale necessita di una strategia integrata. «Ad oggi il Paese merita di avere un piano coordinato che consenta di valorizzare questo patrimonio, ma anche di gestirlo in previsione di eventi meteorologici gravi. Per questo speriamo che ci possa essere la possibilità di confrontarsi con il governo sul Piano integrato per l’energia e il clima, per identificare contingenti di ulteriore potenza della nostra filiera».

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