Dossier
Greenkiesta
mondo di plastica
12 Aprile Apr 2019 0600 12 aprile 2019

Detergenti e plastiche biodegradabili non sono più sufficienti: per salvare il pianeta occorre rigenerare

Nel suo nuovo libro "Economia in 3D", l’economista belga Gunter Pauli affronta anche il tema dell'inquinamento e del riciclo e lancia un allarme: dalla Seconda guerra mondiale a oggi abbiamo prodotto 7 miliardi di tonnellate di plastica. Quasi una tonnellata a persona

Discarica Plastica Cina_Linkiesta
STR / AFP

Pubblichiamo un estratto dal libro "Economia in 3D" di Gunter Pauli (Edizioni Ambiente).

Trend 8 – Dal biodegradabile e sostenibile al rinnovabile e rigenerativo

La seta non rispetta la capacità di carico: la amplifica.
La seta non è solo biodegradabile ma rigenera gli ecosistemi,
e quindi fa sviluppare i territori in cui viene coltivata.

Vogliamo vivere in una società sostenibile e pulita e non vogliamo rifiuti. Sviluppare prodotti biodegradabili è importante ed è una priorità – una tendenza che è stata gradualmente adottata dall’industria per lo più però guardando al prodotto e non all’intero sistema da cui questo è generato. In quest’ottica, la biodegradabilità è una caratteristica importante ma non sufficiente, occorre che la logica di sviluppo dei prodotti segua un approccio sistemico e rigenerativo... In assenza di questo approccio può accadere che si commercializzino prodotti realizzati da risorse anche rinnovabili e/o biodegradabili senza raggiungere una sostenibilità complessiva per l’ecosistema.

Parliamo della plastica. Globalmente compriamo un milione di bottiglie di plastica al minuto. L’American Association for the Advancement of Science stima che dalla Seconda guerra mondiale a oggi siano stati prodotti circa 9 miliardi di tonnellate di plastica. Circa 2 miliardi sono ancora in uso – non sono cioè spazzatura. Ciò significa, però, che 7 miliardi di tonnellate di plastica circondano i 7,5 miliardi di persone sul pianeta – quasi una tonnellata a persona. Questa plastica è sepolta nelle discariche, è dispersa nella natura o sbiadisce negli oceani. Infatti, secondo Science, ogni anno, 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei nostri oceani. Ciò significa circa quindici sacchetti pieni di plastica per metro di costa nel mondo. Siamo d’accordo che non ha senso?

Ciò che è ancora più fastidioso è che queste informazioni sono ampiamente diffuse e, tuttavia, non si fa nulla di serio al riguardo. Meno del 10% di tutta questa plastica è stata o è riciclata. La forma più diffusa di recupero della plastica è l’incenerimento – bruciare la plastica non è però una buona idea poiché la combustione rilascia particelle inquinanti e tossiche. Come è possibile che la classica bottiglietta che è fatta in PE (polietilene) con un tappo di PP (polipropilene) – con un tempo di dimezzamento di centinaia di anni – sia diventata uno standard sul mercato, mentre l’uso funzionale delle bottiglia dura solo poche settimane? Nessuno ha notato il totale scollamento tra funzione e durata? Le aziende, d’altronde, ricevono ancora una licenza per continuare a buttare risorse in questo modo e le persone continuano a bere e cestinare senza buon senso e senza rimorsi.

Vista la confusione che è stata creata e l’incapacità a riciclare davvero, vogliamo biodegradabilità. Vogliamo oggetti che tornino al pianeta

Per decenni, il problema della plastica è stato in cima all’agenda del movimento ambientalista. Gli attivisti stanno spingendo per plastiche che siano non-tossiche e biodegradabili e tale azione riceve, ed è comprensibile, ampio supporto. Vista la confusione che è stata creata e l’incapacità a riciclare davvero, vogliamo biodegradabilità. Vogliamo oggetti che tornino al pianeta. Questo è ciò che avviene ai nostri corpi quando moriamo. È un concetto che possiamo capire. Il suolo ha bisogno di materia organica per essere fertile e resiliente, apportata proprio dai fenomeni di biodegradazione di sostanze organiche.

Ma, mentre abbracciamo giustamente questo modo naturale di tornare verso il luogo da cui arriva la plastica, ognuno di noi – inclusi i decisori politici – deve sapere che occorre darsi giusti standard perché esistono forme di decomposizione con risultati molto differenti a seconda degli ambienti. Se avviene in compostaggio la biodegradazione richiede terreno e la presenza di batteri che operano con una disponibilità ben precisa di ossigeno. Ma può avvenire anche in acqua. Prendiamo per esempio i detergenti, uno dei primi settori in cui è stata introdotta la biodegradazione giacché i saponi rilasciati nei fiumi e nei mari inquinano l’habitat dei pesci e la vita marina.

Gli standard per i detergenti biodegradabili richiedono una combinazione di acqua a temperatura ambiente, diversi batteri acquatici e molto tempo. Un detergente può essere definito biodegradabile quando l’80% sparisce in 21 giorni in acqua a 25 °C.: queste condizioni assicurano una rapida biodegradazione in un depuratore, ma in mare non necessariamente la biodegradazione sarà così rapida. Infatti, eccetto che ai tropici, dove nel mondo si hanno acque così calde? In altre parole: anche i saponi biodegradabili, se prodotti in quantità in continua crescita, senza limiti e senza passare attraverso i depuratori, sono comunque una minaccia per la vita acquatica.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook