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12 Aprile Apr 2019 0600 12 aprile 2019

Il razzismo ambientale esiste (e le discariche in Africa sono la prova)

La discarica di Agbogbloshie, ad Accra (Ghana) è uno dei luoghi più inquinati del pianeta. Ma non è il solo. Lo Standing Rock, in Nord e Sud Dakota, la “Cancer Alley” tra New Orleans e Baton Rouge e infine la discarica di Celico vicino Cosenza. Cosa li accomuna? L'alto tasso di povertà

Discarica_ Linkiesta
Pixabay

Anche al chiaro di luna, le miniere di ferro sono illuminate a giorno e gli operai che azionano le trivelle sono svegli a lavorare. Tra ceneri e frastuono, le distese erbose verdissime della Mongolia Interna stanno per essere consumate dalla polvere, i pascoli si riducono sempre di più e i pastori sono costretti a emigrare in cerca di prati ancora verdi. È questo lo scenario descritto dal regista cinese Zhao Liang, che nel 2015, con il documentario Behemoth, ha dato vita a una straordinaria epopea visiva su come il progresso industriale cinese abbia trasformato una piccola comunità mongola in una bolgia infernale di carbone e acciaio.

Noi in Italia, più modestamente, abbiamo la discarica di Celico, vicino a Cosenza. La sua storia comincia nel 1997, quando la società MIGA presenta all’unità socio sanitaria del luogo la richiesta per la costruzione di un impianto di smaltimento. La lavorazione del compost inizia nel 2002 e in poco tempo l’aria diventa irrespirabile. Dopo anni di polemiche e lamentele, la MIGA promette di realizzare, entro il 2011, una copertura con telone cerato per le vasche di lavorazione del materiale, intanto però la discarica prosegue la sua attività a pieno regime, smaltendo i rifiuti senza prima lavorarli e ospitando tipologie di scorie per le quali l’impianto non è attrezzato. Il tutto, alle falde del Parco Nazionale della Sila e a soli 900 metri sul livello del mare, con il rischio concreto di inquinare le falde acquifere.

Nel 2014, dopo niente di fatto, i cittadini di Celico e del comune vicino Rovito, uniti in un comitato, organizzano un presidio di protesta che porta lentamente a dei miglioramenti. Risultato: a febbraio di quest’anno si vedono recapitare tutti una multa di 2.500 euro. Un ulteriore risvolto ironico è che proprio in questi giorni, mentre i cittadini ribelli stanno lavorando al loro ricorso, i forestali hanno denunciato lo smaltimento illegale nella discarica addirittura di carcasse bovine.

Celico è un comune di meno di 3.000 abitanti in provincia di Cosenza, a circa 11 km dalla città. Non è un caso se questa storia, come tante storie simili (Terra dei Fuochi su tutte), è ambientata in una delle zone più depresse d’Italia. Stando agli ultimi dati Eurostat, la Calabria è l’ultima regione d’Italia per PIL pro capite, subito seguita da Sicilia e Campania. Anche se dopo la condanna del 2012 da parte della corte europea l’Italia ha fatto qualche miglioramento nella gestione delle discariche, la situazione resta critica, soprattutto nel Sud e nelle aree più povere.

Discariche, centrali elettriche, miniere e oleodotti non vengono costruiti a caso: sono sempre collocati, di preferenza, nei quartieri più poveri

Come possiamo intuire dal film di Liang, la tendenza però non è limitata al nostro Paese: è decisamente globale e va avanti da parecchio tempo. Discariche, centrali elettriche, miniere e oleodotti non vengono costruiti a caso: sono sempre collocati, di preferenza, nei quartieri più poveri, nelle comunità che ospitano minoranze etniche, nelle più città più depresse e negli Stati meno industrializzati.

C’è infatti la tendenza documentata a esporre – più o meno intenzionalmente – le comunità marginalizzate a maggiori dosi di agenti inquinanti e a privarle, per converso, dell’accesso a risorse pulite come acqua e aria pura. Il tutto a favore di gruppi umani più benestanti o di grandi aziende. Lo chiamano “razzismo ambientale” ed è un concetto introdotto per la prima volta nel 1982 dal rapporto del Government Accountability Office degli Stati Uniti, nel quale si mettevano in relazione le località scelte per quattro depositi di rifiuti pericolosi con la composizione etnica dei residenti dell’area.

Oggi questa tendenza è tutt’altro che scemata. Un esempio su tutti è il caso di Standing Rock, in Nord e Sud Dakota: il famoso oleodotto che nel 2016-17 ha fatto notizia in tutto il mondo per le tenaci proteste che ha sollevato. Solo un coincidenza che fosse progettato per giganteggiare proprio nel bel mezzo di una riserva indiana? E che dire del basso Mississippi? Bagna un’area a popolazione per lo più afro-americana e la zona è talmente contaminata da essere chiamata “Cancer Alley”: 130 km di fiume tra New Orleans e Baton Rouge in cui oltre cento impianti, tra raffinerie petrolifere e stabilimenti petrolchimici, vomitano indisturbati le proprie scorie. Sempre negli anni ’80 il sociologo Robert Bullard esaminava tra i primi la distribuzione geografica delle discariche di rifiuti nocivi a Houston e notava che si trovavano concentrate nei quartieri afro-americani.

Una zona già povera non acquista di valore se diventa sempre più malsana: le case a “vista discarica” non attraggono certo investimenti, mentre la popolazione, già indigente, diventa sempre più malaticcia e vulnerabile

La ragione è semplice: le persone che traggono beneficio da questi impianti non sono le stesse che ne subiscono le conseguenze. I primi, azionisti e dirigenti, hanno la possibilità di tamponare i danni ambientali vivendo in posti puliti, bevendo acqua in bottiglia e godendo di una buona assistenza medica. I secondi invece sono individui ricattabili, perché opporsi allo stoccaggio di rifiuti o agli stabilimenti malsani richiede tempo, soldi e relazioni politiche: tutti fattori che scarseggiano in alcune fasce della popolazione, e in particolare tra le minoranze etniche. A volte, ai residenti vengono anche promessi pacchetti allettanti (Monorotaia!) che prevedono posti di lavoro e incentivi in cambio della costruzione di siti per rifiuti tossici. Senza ovviamente informare le comunità locali dei rischi ambientali e di salute.

Secondo l’economista James K. Boyce sono tre le ragioni possibili per le quali le comunità residenti accettano di ospitare strutture pericolose, e sono tutte legate a squilibri di potere. La prima è che i costi verranno percepiti solo a lungo termine (e più si è indigenti meno il futuro viene preso in considerazione); in secondo luogo le persone danneggiate possono non essere a conoscenza degli svantaggi a cui vanno incontro, possono metterci diverso tempo a collegare cause e conseguenze e avere scarse nozioni su come opporsi in modo concreto. La terza ragione, la più pratica, è la già citata necessità di mezzi finanziari e relazionali per condurre un’opposizione efficace.

È facile capire che il meccanismo si autoalimenta: una zona già povera non acquista di valore se diventa sempre più malsana: le case a “vista discarica” non attraggono certo investimenti, mentre la popolazione, già indigente, diventa sempre più malaticcia e vulnerabile. Sul lungo periodo, dunque, la disparità iniziale non può che uscirne rafforzata.

Esiste anche una dimensione transnazionale del fenomeno. Stati Uniti, Francia, Germania, Corea, Svizzera e Paesi Bassi sono solo alcuni dei Paesi che preferiscono riversare i propri rifiuti elettronici in uno dei luoghi più inquinati del pianeta: la discarica di Agbogbloshie, suburbio di Accra, in Ghana. Questo sito di raccolta dei rifiuti, il più grande dell’Africa, è solo uno dei tanti luoghi dei paesi cosiddetti “in via di sviluppo” in cui confluiscono i rifiuti degli stati più ricchi, allettati non solo dalla praticità di riversare la propria immondizia lontano dagli occhi e dai propri polmoni, ma anche dalle regolamentazioni più flessibili in materia di smaltimento.

La discarica di Agbogbloshie è diventata nel tempo uno slum in cui vivono oltre 40mila ghanesi, per lo più migranti arrivati dalle zone rurali a Nord della capitale

Il Ghana è un paese in forte crescita economica ma il prezzo di questa crescita è una profonda sperequazione. La discarica di Agbogbloshie è diventata nel tempo uno slum in cui vivono oltre 40mila ghanesi, per lo più migranti arrivati dalle zone rurali a Nord della capitale. Questo triangolo di circa quattro acri è infatti un centro pulsante di smaltimento e riciclaggio informale del cosiddetto e-waste.

Un riciclaggio piuttosto rudimentale, per la verità: ogni giorno quasi 30mila persone, soprattutto ragazzi tra i 15 e i 35 anni, smontano manualmente componenti meccaniche ed elettroniche di cellulari, computer, frigoriferi e forni provenienti da tutto il pianeta, per poi bruciarne gli involucri di plastica e rimontare cavi, monitor e ingranaggi vari su altri televisori, lavastoviglie e smartphone. O per rivenderli separatamente, a seconda di quale soluzione offra un profitto maggiore.

Di recente il governo ghanese ha incrementato le norme di controllo e di gestione dei rifiuti, specie quelli elettronici e pericolosi, anche per adattarsi agli obblighi previsti dalla Convenzione di Basilea, un trattato che però risale al 1992 e che finora si è rivelato piuttosto inefficace nel controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento.

Quando il movimento ambientalista è nato, il suo scopo principale era proteggere la natura dall’essere umano. Un fine ancora valido, d’accordo (pensiamo al cambiamento climatico) ma che è importante integrare con qualcosa che è forse ancora più urgente: proteggere chi subisce le conseguenze maggiori del degrado ambientale da chi ci guadagna.

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