Concorrenza
16 Aprile Apr 2019 0600 16 aprile 2019

Gran Bretagna: appello alla cooperazione tra Stati contro i monopoli digitali

Con il rapporto “Unlocking digital competition”, un’apposita commissione guidata da Jason Furman, ex consigliere di Obama, ha stilato le linee guida antitrust che il Regno Unito dovrebbe adottare per rendere il settore più trasparente, competitivo e sostenibile

Tech Linkiesta
(MATTHEW KNIGHT / AFP)

Di questi tempi potrebbe suonare strano, ma dalla Gran Bretagna arriva un richiamo alla cooperazione internazionale (se non proprio europea) al fine di arginare il predominio dei colossi tecnologici nel mercato digitale. Con un rapporto di 150 pagine intitolato Unlocking digital competition, un’apposita commissione nominata dal ministro delle Finanze Philip Hammond e guidata da Jason Furman, ex consigliere economico di Barack Obama, ha messo nero su bianco le linee guida antitrust che il Regno Unito dovrebbe adottare per rendere più trasparente, competitivo e sostenibile il settore allineandosi così a quello che è un tema sempre più centrale nelle politiche comunitarie.

L’obiettivo è triplice: ridare ai cittadini il controllo sui propri dati personali, permettere a stratup e aziende indipendenti di continuare a innovare liberamente e rendere più trasparente il rapporto tra contenuti e pubblicità. Un aspetto, quest’ultimo, che si ricollega in senso più ampio alla questione del rapporto fra media e democrazia.

L’approccio britannico parte da una considerazione di base: «Il settore digitale ha creato dei benefici sostanziali al costo di una crescente dominanza da parte di poche compagnie che limitano la competizione, le possibili scelte del consumatore e l’innovazione», ha affermato Furman. Detto altrimenti, la competizione fra colossi digitali non è sufficiente per garantire e conservare il consumer welfare (che va oltre un aspetto puramente economico) ma, allo stesso tempo, ciò non costituisce una situazione di monopolio naturale a cui dovrebbe essere imposto uno spacchettamento delle attività.

Il settore digitale ha creato dei benefici sostanziali al costo di una crescente dominanza da parte di poche compagnie che limitano la competizione, le possibili scelte del consumatore e l’innovazione

Jason Furman, ex consigliere economico di Barack Obama

La soluzione, piuttosto, è la creazione di una digital market unit che raggruppi le differenti attività di regolamentazione, vigilanza e sanzione attualmente frammentate fra diversi enti pubblici. Solo in Gran Bretagna, per esempio, questi incarichi sono affidate al Competition and Markets Authority (Cma) e all’Office of Communication (OfCom), altri sono delegati all’Information Commissioner’s office (per quanto riguarda la privacy): «La digital market unit sarà la più efficace possibile se le sue funzioni saranno pensate ed eseguite attraverso la partecipazione, bilanciando gli interessi delle grandi e piccole aziende al fine di andare incontro al consumatore, traducendo tutto ciò in codici e standard di utilizzo e operatività», si legge nel report.

Tra le diverse funzione della nuova authority ci sarà, inoltre, quella di regolamentare il mercato merger and acquisition in cui le prime cinque aziende del settore, negli ultimi dieci anni, hanno realizzato oltre 400 acquisizioni globalmente. «Le decisioni relative all’approvazione o meno della fusione fra due società finora si sono concentrate su impatti a breve termine. Ma in mercati dinamici come quello digitale, gli effetti a lungo termine sono la chiave per capire se un acquisizione danneggerà o meno il consumatore», affermano gli esperti.

Alcune idee, in questo senso, potrebbero venire da quanto già messo in campo da alcuni stati, come la Germania e l’Austria in cui le verifiche sulle operazioni di M&A scattano a partire da somme molto basse, rispettivamente 400 e 200 milioni di euro. Questo potrebbe “proteggere” e rendere maggiormente sostenibile i piccoli business troppo spesso fagocitati dalle grandi aziende prima ancora che possano dispiegare tutto il proprio potenziale, frenando così la competizione già a livello di startup.

Un ostacolo a cui si aggiunge la questione della gestione dei dati e i relativi ritorni economici che ne derivano. Su questo punto, il report fa appello a maggiore concorrenza: «Il digital advertising è guidato dai dati degli utenti per una sempre maggiore targettizzazione. Questo implica un vantaggio competitivo per quelle aziende che sanno sfruttare localizzazione, preferenze e identità dell’utente e una opacità nel mercato delle terze parti che realizzano le varie campagne». La soluzione prospettata passa attraverso la nozione di portabilità dei propri dati da parte dell’utente e una maggiore condivisione degli archivi già costruiti, senza che questo vada a ledere il diritto di privacy. L’obiettivo generale, comunque, rimane quello di porre dei correttivi a un settore caratterizzato da una situazione di winner-takes-most. Letteralmente: il vincitore prende tutto.

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