18 Aprile Apr 2019 0600 18 aprile 2019

Nabokov il profugo, che senza un rublo lasciò la Russia a 20 anni per diventare grande

L'autore di Lolita: "Non tornerò mai più. Tutta la Russia di cui ho bisogno è sempre qui con me: la letteratura, la lingua, la mia infanzia russa. Non ci tornerò mai. Non mi arrenderò mai. L’ombra grottesca di uno Stato di polizia non sarà cancellata entro l’arco della mia vita"

Vladimir Nabokov_Linkiesta
Giuseppe Pino (Mondadori Publishers)

Nel 1962 Stanley Kubrick esce con Lolita, l’indimenticabile, e la BBC rincorre Vladimir Nabokov «a Zermatt, dove mi trovavo quell’estate per dedicarmi alle farfalle». La prima domanda dei baldi intervistatori – Peter Duval-Smith e Christopher Burstall – è di spiazzante ingenuità: Tornerebbe in Russia? Nabokov, al solito, è violento: «Non ci tornerò mai, per il semplice motivo che tutta la Russia di cui ho bisogno è sempre qui con me: la letteratura, la lingua, la mia infanzia russa. Non ci tornerò mai. Non mi arrenderò mai. D’altronde, l’ombra grottesca di uno Stato di polizia non sarà cancellata entro l’arco della mia vita».

Nella mia torbida immaginazione, Vladimir Nabokov è un insondabile immortale, uno che non è mai stato minimamente toccato dai problemi che toccano noi miseri mortali. Che idiota. «Stiamo morendo lentamente di fame e nessuno se ne cura», scrive Nabokov a un cugino di Parigi, nel 1937. Tre anni prima, a Berlino, era nato il figlio Dmitri. Il mercato editoriale americano – che pagava bene – lo snobbava: «decisamente abbagliante», lo giudicavano, chiedendogli qualcosa di più simile a Sinclair Lewis e a Upton Sinclair, di più "realista", «e non c’è nulla che mi abbatta di più dei romanzi politici e della letteratura "sociale"», rispondeva lui, povero in canna.

Rewind. Esattamente un secolo fa Vladimir Nabokov, era la prima primavera del 1919, lascia per sempre la madre Russia. Aveva vent’anni. La vicenda è rievocata in una articolessa di Stacy Schiff, Vladimir Nabokov, Literary Refugee, pubblicata sul New York Times. Giornalista, aristocratico, parlamentare e già Ministro della giustizia per lo zar, il papà di Nabokov, Vladimir Dmitrievich, era in cima alla lista dei funzionari che avrebbero dovuto essere eliminati dai bolscevichi. Per questo, la famiglia Nabokov emigra in Crimea, nel dominio dei Bianchi. Anche da lì, tuttavia, dovettero partire, sotto la pressione del terrore ‘rosso’. «I Nabokov si affollano su una nave da carico greca, lorda. Invasa dai profughi, Costantinopoli li respinge. Per giorni si trascinano su un mare agitato, mangiano biscotti per cani, dormono per terra. Quando compie 20 anni, Nabokov sbarca ad Atene».

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