18 Aprile Apr 2019 0740 18 aprile 2019

Farage al 27% è la prova che non abbiamo capito nulla

Al primo sondaggio - e dopo tre anni di guai - il Brexit Party di Nigel Farage ha già il 27% dei consensi. Segnale più che eloquente che, ancora una volta, non abbiamo capito cosa cova sotto la pelle delle società europee: la voglia di cambiare la strada vecchia per la nuova, qualunque essa sia

Farage Linkiesta
OLI SCARFF / AFP

Sono solo sondaggi, e lasciano il tempo che trovano. Certo, fa impressione vedere il neonato Brexit Party stimato dalle prime rilevazioni al 27%, il doppio dei voti che prenderebbero i Tories guidati da Theresa May, cinque punti in più rispetto al Labour di Jeremy Corbyn. Fa impressione, e non solo perché il bipartitismo inglese era una delle poche certezze che la politica ci aveva lasciato. Ma anche perché confidavamo che il rapido eclisse di Farage dopo il referendum sulla Brexit e il tonfo dell’Ukip alle successive elezioni fossero la prova di un popolo redento dall’errore, inconsapevole del proprio incauto voto, desideroso di tornare all’ovile di Bruxelles.

E forse è stata propria questa miope convinzione, corroborata dalle piazze piene di europeisti giovani e belli che chiedevano a gran voce un nuovo referendum, ad aver convinto Bruxelles a concedere una proroga a Theresa May e alla politica britannica, incapace di trovare un accordo al suo interno, dopo aver bocciato quello negoziato dal primo ministro con l’Unione Europea. Forse, sotto sotto, c’era la speranza di riportare indietro le lancette della Storia al 2015, prima che l’onda di tutto ciò che definiamo a giorni alterni sovranismo o populismo sommergesse la politica del mondo occidentale.

Speranza vana. Che dimostra quanto poco abbiamo capito della natura strutturale, e non transitoria, di quanto accaduto negli ultimi tre anni. E, allargando lo sguardo, di quanto gli eventi degli ultimi vent’anni - dall’ingresso della Cina nel Wto alla crisi finanziaria del 2008, dal terrorismo di matrice islamica alle migrazioni di massa - abbiano mutato nel profondo la natura di un continente in profondo declino economico, sociale e culturale. Ogni riferimento novecentesco è saltato, dal cleco fideismo nel mercato e nelle istituzioni sovranazionali che dovevano sostituire gli Stati nazione - dall’Onu all’Unione Europea, dal Fondo Monetario al Wto, non ce n’è uno che non si sia dimostrato inadeguato alle aspettative generate -, alle tradizionali dialettiche politiche tra destra e sinistra, progressisti e conservatori.

Altro che impaurito: l’elettorato reclama l’ignoto, parole e strade nuove che offrano risposte a problemi nuovi. Di fronte al rassicurante ritorno nell’ovile europeo reclama l’hard Brexit, nel caso dei sudditi di Sua Maestà. E lo fa dopo quasi tre anni di ponderazione, non nell’eccitazione di una campagna elettorale che promette mirabolanti e irrealistici aumenti della spesa sanitaria. Qualunque alternativa tesa a battere strade antiche è rigettata a priori, nella convinzione - corretta o erronea: lasciamo a voi - che non sia che una pallida terapia del dolore di fronte all’inarrestabile declino europeo.

Altro che impaurito: l’elettorato reclama l’ignoto, parole e strade nuove che offrano risposte a problemi nuovi. Di fronte al rassicurante ritorno nell’ovile europeo reclama l’hard Brexit, nel caso dei sudditi di Sua Maestà

Ecco perché facciamo fatica a leggere i sondaggi delle prossime elezioni europee del 26 maggio come una sostanziale tenuta dell’establishment e dello status quo. Perché se così fosse, se davvero le forze politiche tradizionali decidessero di continuare con la loro politica al cloroformio, convinte di poter anestetizzare ogni conflitto sociale con l’inazione, staremmo solamente rimandando l’avvento di Orbàn, LePen o Salvini sullo scranno più alto della Commissione Europea. E se crediamo che i terremoti politici in Austria e Italia siano episodi slegati dal resto e che non siano l’anticipazione di ciò che presto rischia di succedere in una Spagna dilaniata dai conflitti regionali, in una Francia messa a ferro e fuoco dal ceto medio impoverito, persino in una Germania che non cresce più, siamo ancora una volta destinati a sorprenderci della nostra incapacità di capire.

Per evitare tutto questo, c’è solo una strada, a ben vedere. Quella di generare un cambiamento uguale e contrario, altrettanto radicale. Al sovranismo si può rispondere solo con una nuova e radicale riforma dell’idea di statualità. Ai porti chiusi e alla Fortezza Europa - l’ha scritto perfettamente Giulio Cavalli qualche giorno fa - con una proposta uguale e contraria di società aperta che generi benessere per i cittadini europei, cosa che oggi - e lo diciamo fermamente convinti nel dovere dell’accoglienza - non avviene. Alla voglia di dazi e di protezionismo, con una nuova idea di mercato. Alla tecnofobia e alla paura di perdere benessere e posti di lavoro a causa dell’innovazione, con un nuovo modello di sviluppo, tanto sostenibile quanto inclusivo.

Servono soldi, per tutto questo? Sì, ma soprattutto idee, progetti e visioni che oggi sono del tutto assenti dalla testa e dalle parole di chi ci governa. Finché sarà così, pur con tutte le loro contraddizioni e la loro palese inadeguatezza, i Farage di tutto il mondo avranno vita facile, facilissima.

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