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19 Aprile Apr 2019 0600 19 aprile 2019

Prosperità duratura? Non siamo noi a deciderlo ma la Terra

Per creare una prosperità duratura è indispensabile rispettare certi limiti. E questi limiti è proprio il nostro pianeta a stabilirli. Come? Fornendoci risorse preziose ma limitate

Ricchezza

Pubblichiamo un estratto dal libro "Prosperità senza crescita. I fondamenti dell'economia di domani" di Tim Jackson (Edizioni Ambiente).

Capitolo 10 - Lo stato progressista

“Occuparsi della vita e della felicità umana, e non della loro distruzione,
è il primo e unico obiettivo di un buon governo.”
Thomas Jefferson, 18091

Per creare una prosperità duratura è indispensabile offrire alle persone gli strumenti per essere felici, nel rispetto di certi limiti. Non siamo noi a stabilire quei limiti, ma l’ecologia e le risorse finite del pianeta: espandere indefinitamente i nostri desideri materiali non è sostenibile. Serve un cambiamento: se vogliamo orientarci tra distopie ostili e trovare un equilibrio sostenibile tra aspirazioni e limiti, è necessaria la governance.

Smantellare il capitalismo consumista non è un’impresa semplice, e rovesciarlo troppo in fretta potrebbe portarci alla rovina ancora più in fretta. Difficilmente però basterà una trasformazione graduale, quando è complicato avviare anche i cambiamenti più ovvi. I governi sembrano impossibilitati ad agire, indeboliti dai cicli elettorali o prigionieri delle grandi corporation.

Di fronte a uno scenario così complicato potremmo essere tentati di rinunciare all’impresa. Potremmo aggrapparci ancora più strettamente all’esistente o abbandonarci al fatalismo, accettando che il cambiamento climatico è inevitabile, il mondo è ingiusto e la società è destinata al collasso. Potremmo concentrare tutti gli sforzi sulla nostra sicurezza personale, perché in tali circostanze chi non si occuperebbe in primo luogo della propria sicurezza e di quella della propria famiglia?

Ci sono anche persone per cui l’unica risposta possibile è la rivoluzione, conseguenza inevitabile delle continue disfunzionalità sociali ed economiche. Distruggere le banche, smantellare la globalizzazione, porre fine al potere delle 218 prosperità senza crescita imprese e rovesciare i governi corrotti. Demolire le vecchie istituzioni e ricominciare da capo. Ma anche questa scelta è rischiosa: la barbarie non aspetta altro che la propria occasione. Viviamo in un mondo di risorse limitate, minacciato dal cambiamento climatico e che fatica a raggiungere la stabilità economica: quanto potrebbe resistere la società civile se smantellassimo le nostre strutture istituzionali? Entrambe le posizioni sono comprensibili, ma nessuna di queste risposte è particolarmente costruttiva e nessuno dei due scenari è inevitabile.

Nel corso dell’ultimo secolo in particolare gli attacchi alla governance sono stati veementi e prolungati. Molti sono il risultato di specifiche visioni dell’economia, ispirati alle supposte virtù del “libero mercato”

La visione di un governo in ostaggio, privo di potere e inefficiente è davvero l’unica che abbiamo a disposizione? O è possibile concepire una nuova visione dello stato, che sia adatto al suo ruolo in un mondo di risorse limitate colpito dal riscaldamento globale? Possiamo definire una chiara serie di obiettivi? Possiamo identificare le risorse che servirebbero per governare avendo come scopo la prosperità? Questo capitolo si occuperà di analizzare questi interrogativi.

Naturalmente questo è un terreno rischioso. Il dibattito sul ruolo dello stato, soprattutto se abbiamo bisogno di “più stato” o “meno stato”, ha assunto nel tempo toni accesi, e ha complesse radici storiche. Nel corso dell’ultimo secolo in particolare gli attacchi alla governance sono stati veementi e prolungati. Molti sono il risultato di specifiche visioni dell’economia, ispirati alle supposte virtù del “libero mercato”. Abbiamo affrontato questi aspetti in diversi capitoli di questo libro: se davvero il mercato libero e aperto è lo strumento migliore per distribuire le risorse in modo equo, e il mezzo più efficiente per provvedere ai bisogni umani, ne consegue che meno governo è meglio di più governo. Lo stato dovrebbe lasciare i mercati liberi di operare senza interferire.

Quest’idea ha dominato l’economia contemporanea in modo pressoché totale, ed è stata utilizzata con effetti particolarmente funesti sia nella liberalizzazione dei mercati finanziari, sia in difesa della conseguente austerità (si veda il capitolo 2).
A sostegno della propria tesi, i sostenitori del capitalismo laissez-faire si riferiscono regolarmente al fallimento dei due modelli di governo alternativi degli ultimi due secoli. Il collasso dei regimi comunisti negli anni Novanta non ha di certo contribuito a convincere le persone che l’intervento attivo dello stato può essere una buona cosa. Le storiche debolezze del comunismo (la corruzione del potere, l’erosione dell’autonomia, la natura distruttiva del suo modello economico) sembrano trasmettere lo stesso messaggio. “Più stato” fa male alla prosperità.

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