20 Aprile Apr 2019 0757 20 aprile 2019

Dimenticate le urne: ecco perché non si andrà a votare (anche se cade il governo)

Non le vogliono i partiti, Lega a parte, che perderebbero un mare di voti. Non le vogliono i parlamentari, che tornerebbero a casa. Non le vuole il Colle, preoccupato della successione al Quirinale. E non le vuole nemmeno Salvini, in fondo. Vale l'antica regola: governi brevi, legislature lunghe

Di Maio Salvini Salutano

C’è una regola non scritta, nella politica italiana: i governi hanno vita breve, le legislature hanno vita lunga. Tradotto: siamo il Paese in cui se cade un governo non si torna mai alle urne, perché una maggioranza alternativa si trova. È successo nel 1995 con la rottura Berlusconi-Bossi che portò al governo Dini. Nel 1997 con Rifondazione che toglie il sostegno a Prodi e apre la strada al Governo D’Alema (entrano in maggioranza Mastella e Cossiga). Nel 2011, con Berlusconi sostituito da Mario Monti. L’unica volta che non è successo, nel 2008 con la caduta di Prodi e le elezioni stravinte da Berlusconi, è stato un massacro tale che ancora viene rinfacciato all’allora neo segretario del neonato Pd Walter Veltroni. Le elezioni si chiedono, certo. Per fare quelli che non hanno paura e che non fanno giochini di Palazzo, ma non arrivano mai.

Lo diciamo per quelli che già scaldano i motori in vista del voto a settembre o a ottobre, dopo le europee e prima della legge di bilancio. Difficile, difficilissimo che accada, nonostante la rottura prolungata e ormai quasi insanabile tra Lega e Cinque Stelle. Tanto più perché le condizioni di scenario vanno tutte nella direzione opposta, autorizzandoci a pensare che Mattarella non dovrà nemmeno mettersi di traverso, rispetto all’opzione di un ritorno al voto. Faranno tutto i partiti.

Primo punto. Non conviene al Movimento Cinque Stelle, che passerebbe dal 32% al 20% scarso che gli viene accreditato dai sondaggi attuali. Non conviene al Pd, che non ha recuperato quasi nulla rispetto al 19% del 4 marzo 2018. Non conviene a Forza Italia, che oggi è accreditata attorno al 10%. A ben vedere conviene solo a Lega e Fratelli D’Italia, gli unici due partiti in crescita, che tuttavia hanno in mano poco più del 25% dei voti dei parlamentari.

Secondo punto. Anche se i partiti, magicamente, dovessero mettersi d’accordo per le urne, difficilmente i parlamentari starebbero a guardare. Prendiamo il Pd: col cambio di segreteria, tutta l’area renziana che occupa buona parte degli scranni dem alla Camera e al Senato sarebbe certa o quasi di non essere ricandidata. E che dire dei paria alla prima legislatura col Movimento Cinque Stelle, metà dei quali perderebbe il blglietto della lotteria vinto il 4 marzo scorso? Per Forza Italia è lo stesso, peraltro: Berlusconi, a marzo, negoziò alla pari con Salvini le candidature. Oggi non ci sarebbe negoziazione, nei fatti: Salvini potrebbe imporre a Berlusconi tutti i suoi candidati e vincere tranquillamente in tutti i collegi. Qualcuno, certo, potrebbe provare a riciclarsi sotto l’ombrello del nuovo Carroccio. Qualcuno, non tutti.

Da oggi al 26 maggio i tessitori di Palazzo si metteranno in moto alla ricerca di nuove maggioranze, ammesso non abbiano già cominciato a farlo da un bel po’

Terzo punto. Mattarella, a dispetto delle voci che lo danno possibilista, non vuole sciogliere le camere. Molto banalmente, il suo disegno per questi tempi incerti è quello di farsi succedere, nel 2022, da un presidente della repubblica autorevole ed europeista, in grado di dare stabilità al Paese, qualunque cosa accada. Se vi è venuto in mente il nome di Mario Draghi, non siete i soli ad averlo pensato. Ecco: con questo parlamento Draghi riuscirebbe probabilmente a salire al Colle, grazie a una maggioranza trasversale che comprenda Pd, Forza Italia e Cinque Stelle. In un Parlamento con Lega e Fratelli d’Italia maggioranza assoluta sarebbe praticamente impossibile ciò avvenisse. Al contrario, potrebbe accadere che un Parlamento simile decida di portare al Quirinale una figura uguale e contraria a quella di Draghi. Se vi è venuto in mente il nome di Paolo Savona, già al centro di uno scontro istituzionale al vetriolo tra i gialloverdi e il Colle, non siete i soli ad averlo pensato, nemmeno in questo caso.

Quarto punto. Neanche a Salvini conviene ad andare a votare. O meglio, non conviene trovarsi da premier, in solitaria, a dover affrontare una legge di bilancio come quella del prossimo novembre, costruita chirurgicamente per levare agibilità politica a chiunque vi abbia a che fare. Come farebbe, Salvini, a poche settimane di distanza dalla campagna elettorale, a far digerire aumenti dell’Iva o tagli alla spesa a elettori cui con ogni probabilità avrà promesso flat tax e pensioni a sessant’anni per tutti? Sa bene, il Capitano leghista, che affrontare le forche caudine di novembre con l’alibi dell’alleato scomodo sulla cui prudenza scaricare ogni colpa è un ottimo antidoto all’emorragia di consensi.

Questo significa che non si andrà a votare? No, attenzione. In politica può anche succedere che per orgoglio o eccesso di tattica si finisca per cadere nel burrone che ognuno dei giocatori vorrebbe evitare, soprattutto se i giocatori sono inesperti. Significa altro: che da oggi al 26 maggio i tessitori di Palazzo si metteranno in moto alla ricerca di nuove maggioranze, ammesso non abbiano già cominciato a farlo da un bel po’. Certe cose, con buona pace del governo del cambiamento, non cambiano mai.

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