L’intervista
23 Aprile Apr 2019 0600 23 aprile 2019

Colin Crouch: “Cara sinistra, è ora salvare la globalizzazione dai nazionalisti”

Intervista al politologo britannico, teorico della postdemocrazia: “Crisi economica e crisi d’identità sono alla base del rigetto della globalizzazione da parte di una larga minoranza di persone. Salvezza o catastrofe? Catastrofe, perché un mondo più piccolo è un mondo più povero e insicuro”

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JORGE SILVA / POOL / AFP

«La sinistra deve difendere la globalizzazione». No, non sta parlando un liberal anni ’90 o un nostalgico di Bill Clinton e Tony Blair. Il politologo britannico Colin Crouch, al contrario, è stato uno dei più severi critici della stagione della terza via, o del radicalismo di centro, come lo chiamava lui. Sua la definizione di post-democrazia, datata 2003, per presentare il carattere tecnocratico delle nuove forme di governo della politica, dominate da entità sovranazionali come l’Unione Europea e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Al tempo, quando ancora buona parte della sinistra le esaltava acriticamente, Crouch criticava queste organizzazioni e metteva in guardia contro il rischio di una ribellione a esse, e a un ritorno dei nazionalismi. Ora che tutto questo è avvenuto, con il colpo della Brexit all’Unione Europea, con l’America protezionista di Trump che cambia i connotati alla globalizzazione, con le elezioni europee del 26 maggio che minacciano di restituirci un’Europa fortezza dominata dai nazionalismi, Crouch - che abbiamo incontrato a Milano in occasione di “Democrazia Minima”, riflessione sul futuro dell’Europa promossa dalla Fondazione Feltrinelli - muove la sua analisi nella direzione opposta. E nel suo ultimo saggio, “Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo” (Laterza, 2019) fissa le nuove coordinate del pensiero progressista: il superamento delle vecchie identità politiche e il superamento dello Stato-nazione.

Partiamo dal titolo originale del suo ultimo saggio, “The globalization backlash”, che in italiano si traduce letteralmente nel “rinculo della globalizzazione”. In cosa consiste questo rinculo?
È la reazione della gente contro due diversi aspetti della globalizzazione. Il primo è economico ed è la struttura dell’economia che è cambiata a causa dell'ingresso della Cina e di altri nuovi attori nell'economia globale.

Il secondo aspetto?
È sociale: abbiamo scoperto che molte persone trovano difficile accettare un mondo in cui si entra in contatto con altre persone con valori, culture, identità diverse. Questi due aspetti si uniscono e generano una minoranza di persone, una minoranza grande abbastanza per vincere le elezioni, che si rinchiude nello Stato nazione e che vuole ridurre al minimo i contatti con altre persone, altre economie, altre culture.

Stiamo diventando sempre più nazionalisti?
Stiamo cominciando a diventarlo. Certamente in Italia, certamente nel Regno Unito, certamente negli Stati Uniti. E certamente le minoranze nazionaliste, anche in altri Paesi occidentali, sono sempre meno minoranze. Detto questo, io credo che il nazionalismo sia una disastro, non la soluzione.

Perché?
In primo luogo, perché riduce il commercio mondiale.

Ed è un problema, scusi?
Oggi ci sembra che non sia così, perché la Cina ci vende di tutto e noi fatichiamo a vendere loro i nostri prodotti. Ma nel lungo periodo, il commercio offre vantaggi a entrambe le parti. Un mondo più piccolo è un mondo più povero. Ma non solo: un mondo in cui le persone sono incoraggiate a vedere gli altri popoli come ostili diventa un mondo sempre più pericoloso. Abbiamo bisogno di più cooperazione, di più rapporti l'uno con l'altro. Il ventesimo secolo ce l'ha insegnato: quando le nazioni si ritirano in se stesse il mondo diventa un posto molto pericoloso.

Abbiamo bisogno di più cooperazione, di più rapporti l'uno con l'altro. Il ventesimo secolo ce l'ha insegnato: quando le nazioni si ritirano in se stesse il mondo diventa un posto molto pericoloso

Sono cose che erano senso comune trent’anni fa quand’è crollato il Muro di Berlino. Perché oggi la gente la pensa all’opposto? Cos’è andato storto?
Non mi abbandonerei al pessimismo, prima di tutti. Molta gente di sinistra, come lo sono io, oggi guarda agli ultimi trent’anni come un periodo di continue sconfitte. Se guardiamo all’economia possiamo anche dar loro qualche ragione. Però dobbiamo anche essere coscienti che questo è stato anche un periodo di continue vittorie contro i veri conservatori.

Cioè?
Faccio qualche esempio: le donne sono sempre più libere, i contraccettivi sono diventati di uso comune, gli immigrati e le minoranze sono persone da integrare e non da escludere. Negli anni della globalizzazione, i veri conservatori sono sempre stati sconfitti. Il mondo è andato nella direzione opposta a quella che loro desideravano. Poi, certo, sono successe due cose: la crisi finanziaria, che ha mostrato un mondo liberale incapace di mantenere le sue promesse. E il terrorismo islamico, che ha messo in crisi il rapporto l’occidente e il mondo musulmano.

Sono cresciute le disuguaglianze, anche…
No, io non credo ci sia un problema di crescenti disuguaglianze.

Vuole far esplodere il cervello all’elettore medio di sinistra?
Secondo lei a Trump interessano le disuguaglianze? E a Bolsonaro? E a Orban? E a Salvini? Nessuno tra loro ha vinto per una questione di crescenti disuguaglianze. Per le minoranze che hanno fatto rinculare la globalizzazione le disuguaglianze non sono un problema.

Proviamo a dirne una: ci sono multinazionali che non pagano una lira di tasse, mentre in Italia un lavoratore lascia allo Stato la metà del suo stipendio…
Questo è il sintomo di un altro problema: che ci sono problemi che non possono essere affrontati dalle nazioni. E sono tantissimi. Il cambiamento climatico, che è il più grande problema che abbiamo di fronte, non può essere affrontato a livello nazionale. Allo stesso modo, la competizione fiscale non può essere affrontata a livello nazionale: al contrario, è la competizione tra Stati che crea il problema, perché ciascuno di esse cerca di attrarre investimenti abbassando le tasse più dell’altro.

Non esiste più una persona che guarda un partito socialdemocratico oggi e pensa: «Wow! Questo è un partito per gente come me».

E invece è proprio la sinistra internazionalista a essere diventata il capro espiatorio del problema…
La sinistra è in profonda crisi di identità. E il suo problema non è che c’è qualcuno che la attacca, accusandola di ogni male. È che non ha più un popolo che ne difende i valori.

Perché non ha più un popolo?
Perché il mondo è molto più vario, oggi. La fedeltà delle persone a un ideale è molto più labile. Le cose che interessano alla gente sono molto di più. E ci sono una marea di nuovi partiti, ognuno fedele a queste nuove istanze. I vecchi socialdemocratici debono abituarsi all’idea che la loro egemonia è finita, che bisogna collaborare con altri, siano essi ambientalisti, liberali, cristiano democratici. La politica del futuro è un caleidoscopio di coalizioni. Qualcuno pensa che torneranno i cari vecchi tempi andati. Io penso di no.

Perché pensa di no?
Perché non c’è più un’identità di classe. Perché non esiste più una persona che guarda un partito socialdemocratico oggi e pensa: «Wow! Questo è un partito per gente come me». E non è nemmeno colpa loro, dei socialdemocratici. Ora gran parte delle persone lavori in luoghi con un turnover altissimo, senza alcuna storia di attivismo politico. L’identità nazionale, in questo senso, diventa la scorciatoia, la tentazione immediata. Ed è fisiologico, in fondo, che molte idee nazionaliste, rimaste dalla parte sbagliata della Storia dalla seconda guerra mondiale a oggi, stiano ritrovando legittimazione. Perché sono l’unico modo per aggregare grandi masse di persone senza fare alleanze o cedere a compromessi.

Stando alle sue parole, i capisaldi della nuova sinistra continentale, la nemesi del nazionalismo, dovrebbero essere ambiente ed Europa…
Sì, ma solo se legati a questioni concrete, cui la gente importa qualcosa. Mi spiego: l’ambientalismo vuoto piace a tutti ma non lo vota nessuno. Se vuoi un’agenda ambientalista che prenda voti, devi convincere i ceti popolari e i sindacati della bontà del tuo ambientalismo. Ogni agenda politica, se non ha un legame con la società, collassa in fretta.

Un’ultima domanda, professor Crouch: cosa ne pensa dell’Italia?
Che avete sprecato una grande occasione. Avete un’economia molto interessante, fatta di piccole imprese da far crescere. E voi volevate farlo, volevate smettere di essere i cinesi d’Europa, volevate diventare un “Paese normale”, come lo chiamava D’Alema nel titolo di un suo celebre libro. Peccato che per farlo dovevate dare alle imprese tutto ciò che serviva loro per evolvere, nella produzione, nella formazione, nella dotazione tecnologica. Questo in Italia non è successo: un po’ perché la crisi vi ha sorpreso a metà del guado. Un po’ perché il cambiamento è arrivato troppo tardi e troppo poco. Non aveva radici, ed è stato spazzato via.

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