23 Aprile Apr 2019 0600 23 aprile 2019

Ucraina, il trionfo di Zelensky è il trionfo del voto per vendetta

Zelensky ha vinto con una comunicazione studiata per funzionare per qualche mezz’ora in un mediocre serial televisivo dove l’unica vera qualità è non c’entrare nulla con tutto quello che si è già visto. L’Ucraina presa dalla smania di cambiare per cambiare dovrebbe far riflettere gli spin doctor

Zelenski_Linkiesta
GENYA SAVILOV / AFP

Prendete degli sceneggiatori. Prendete una serie televisiva, intitolata Servitore del popolo che racconta come un un insegnate di storia, interpretato da un comico famoso in patria, in una puntata venga ripreso durante un suo pesantissimo turpiloquio contro la nazione. Provate a immaginare che quel comico decida di candidarsi davvero , mica nel film, come Presidente dell’Ucraina, chiami il suo partito (che in realtà non esiste) Servitore del popolo come il titolo della fortunata serie televisiva e sconfigga, nella realtà, il presidente uscente con circa il 70% dei voti. Sarebbe una storia incredibile (e piuttosto inquietante) se non fosse che è esattamente quello che è successo nella realtà.

Un nuovo presidente di cui non si sa nulla sul programma (rimane ovvio la retorica contro la corruzione ch’egli avevano preparato i suoi sceneggiatori per la puntata diventata cult), uno di cui i suoi stessi collaboratori dicono che non esista nessun progetto politico, nessun futuro immaginato, niente di niente. Sono lui, la sua faccia, la sua carriera televisiva e una nazione che vota come se fosse un rutto, entrando nella cabina elettorale come se si accomodasse in uno di quei tristi ristoranti all can you eat dove l’importante, per non spendere troppo, è che non rimanga nulla di avanzato nel piatto. La storia del comico Volodymyr Zelensky, e dell’Ucraina anche lei presa dalla smania di cambiare per cambiare insegna qualche cosa sul momento che sta vivendo il mondo politico e che dovrebbe fare riflettere gli alti strateghi della comunicazione politici di partito che alla resa dei conti non riescono a sfornare nient’altro che qualche se per tre con cui tappezzare la città.

Zelensky vince con una comunicazione studiata per funzionare per qualche mezz’ora in un mediocre serial televisivo dove l’unica vera qualità è essere altro dal poro Poroshenko che era il presidente uscente. Non conta altro come, ma solo convincere gli elettori di non c’entrare nulla con tutto quello che si è già visto o sentito

Zelensky ha accumulato consenso non prettamente politico, come se si fossero rotti gli argini della professionalizzazione politica (che sì, lo so, sembra una brutta parola e invece è la salvezza per avere un’amministrazione guidata da bravi amministratori) e alla fine il consenso sia banalmente un sinonimo appiattito della popolarità, l’unica cosa utile per concorrere a delle elezioni politiche. Un caso che, va detto, è già avvenuto in diversi posti del mondo (USA in testa) ma dove almeno la preparazione politica (o una simulazione di una preparazione) era un prerequisito richiesto. Ora no, ora anche quello fa schifo e lascia pensare a orditi stratagemmi da parte di qualche élite pericolosa che vorrebbe portare i Paesi all’autodistruzione.

Zelensky vince con una comunicazione studiata per funzionare per qualche mezz’ora in un mediocre serial televisivo dove l’unica vera qualità è essere altro dal povero Poroshenko che era il presidente uscente. Non conta altro come, no, ciò che conta è semplicemente riuscire a convincere gli elettori di non c’entrare nulla con tutto quello che si è già visto o sentito. Come per Trump, e per i 5 Stelle conta l’incapacità di scindere i problemi da chi ha cercato di governarli, il voto come espressione della vendetta, nient’altro. E ora tutti incollati al televisore (e sui social) per scoprire la novità che è stata chiamata solo a governare il Paese. Come scrisse Orson Scott Card: «Se i porci potessero votare, l'uomo con secchio della brodaglia sarebbe eletto capoporcile ogni volta, non importa quante macellazioni compia sul posto».

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