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L'intervista
26 Aprile Apr 2019 0600 26 aprile 2019

Alex Bellini: "Dobbiamo continuare a credere che ogni singola azione può salvare il pianeta"

Intervista all'esploratore che navigherà i 10 fiumi più inquinati al mondo per testimoniare l’accumulo di plastica nel Great Pacific Garbage Patch: "Non è più un’attività fine a se stessa, ma una missione. Mi rendo conto che ciò che amo fare mi permette di allinearmi ad uno scopo più nobile"

Alex Bellini_ Linkiesta
A. Bellini credit

Alex Bellini è un avventuriero di altri tempi. Barba folta, occhi spettrali e voce calda, forse troppo saggia per i suoi 41 anni. Esploratore, speaker e mental coach, Bellini negli ultimi 20 anni ha affrontato grandi esperienze e grandi sfide che lo hanno portato a toccare gli angoli più remoti della terra, prima per l’esigenza vitale di conoscere se stesso e successivamente per far conoscere agli altri la condizione in cui versa il nostro pianeta. «Cambiare le abitudini radicate può sembrare difficile ma spesso bastano delle azioni semplici: io ad esempio già da tempo mi sono abituato a non dimenticare mai la mia borraccia che riempio ad ogni occasione. Piccoli contributi, ma che possono salvare il mondo: perché non esiste un PLANetB». Un gesto, un piccolo comportamento può fare la differenza, ad ogni angolo della Terra.

L’ultima piccola grande azione dell’esploratore lombardo? Navigare i 10 fiumi più inquinati al mondo per testimoniare l’accumulo di plastica nel Great Pacific Garbage Patch. Partenza dal Gange, in India. «Vorrei creare un movimento nuovo, aiutare le persone a uscire da vite automatiche con gesti automatici, come quelli sui rifiuti. Quando invece dovremmo diventare più consapevoli e domandarci: cosa stiamo facendo?». Dopo aver costruito una zattera con il materiale trovato sulle sponde del fiume, Bellini è partito per la nuova avventura, che questa volta, però, coinvolgerà anche noi.

Alex Bellini, cosa la spinge ogni volta a partire?
Quello che mi spinge a partire tutte le volte è una profonda curiosità. Voglia di conoscere, di scoprire: un viaggio è anche una cosa che ti cambia profondamente. Detto questo c’è anche una caratteristica di autoanalisi: il viaggio più bello che compio è sempre dentro me stesso. Ossia, quello che mi fa accettare le varie personalità di cui sono composto, tanto per dire: uno degli archetipi di Jung era quello dell’ombra, il nostro riflesso, quello morboso che tendiamo a nascondere e speriamo che le persone non vedano di noi. Quindi viviamo sempre con l’idea che c’è la parte di noi che rimane in ombra ed è giusto che rimanga così; nelle spedizioni invece non c’è nessuno da convincere. È proprio una terapia, fare i conti con se stesso, capire che l’unica maniera per sopravvivere è accettarsi e tornare qua più forti.

Una sfida personale e con se stesso è diventata un viaggio simbolo per l’intera popolazione. Qual è il messaggio che vuole dare?
Hai perfettamente colto il punto. Tutto è iniziato con la volontà di misurarmi al cospetto di me stesso e al cospetto della natura, quando avevo 20 anni ero su questo livello. Poi il tempo passa, l’esperienza mi ha fatto cambiare e maturare, ridefinendo inoltre le priorità della mia vita. Ora c’è la volontà di crescere, condividere, anche di accrescere la consapevolezza degli altri. Questo mi ha portato nel corso degli ultimi anni a voler sensibilizzare le persone sui fragili equilibri su cui cammina il nostro pianeta. Oggi, quello che sto compiendo, non è più un’attività fine a se stessa ma una missione, per la prima volta mi rendo conto che ciò che amo fare mi permette di allinearmi ad uno scopo più nobile: quello di creare un impatto positivo. Quella che Maslow aveva identificato come la punta dei bisogni dell’uomo nella sua piramide teorica. I messaggi, inoltre, sono più di uno. Quello più urgente, forse, riguarda il fatto che niente in natura vive da solo. Niente in natura esiste indipendentemente dagli altri: un essere umano lasciato da solo, difficilmente potrà sopravvivere l’inverno, alla carestia e via dicendo. L’essere umano ha bisogno di un gruppo, ma in primis di un ambiente sano e protetto e l’idea di sostituire questa connessione con la natura alla tecnologia è del tutto folle. Perché noi, di fatto, oggi stiamo sostituendo la tecnologia all’ecologia.

Nel 2050 la plastica potrebbe pesare più delle specie marine che popolano gli oceani…
Dopo aver compiuto quarant’anni, il mio sguardo si è alzato, da dove era appoggiato finora, per guardare più lontano. Sono padre di due figlie, quindi mi misuro quotidianamente con il futuro, domandandomi che persone saranno. E tutte le volte mi scontro sempre con il dubbio: dove stiamo andando? Abbiamo raggiunto uno stadio nel nostro viaggio come essere umano sul pianeta, in cui non possiamo ignorare il fatto che siamo diventati una forza geologica. L’essere umano per la prima vota nel corso della storia del nostro pianeta è diventato una forza in grado di cambiare e modificare il pianeta stesso su cui vive. Il dato allarmante sulla plastica, quindi, è una materializzazione di quanto siamo stati in grado di trasformare la Terra che ci circorda.

Abbiamo tutti molto chiaro il senso di proprietà, e per quanto riguarda la nostra casa ci assicuriamo che sia sempre pulita, in ordine, magari profumata, ma fatichiamo ancora a considerare ciò che è fuori dalla nostra abitazione come qualcosa di nostra proprietà

Attraversando alcuni dei paesi più inquinati al mondo, che idea si è fatto sulla percezione delle problematiche ambientali?
Se vogliamo risolvere il problema della plastica negli oceani, dobbiamo guardare dove tutto ha origine. Il mese scorso ho viaggiato per l'India, sul Gange precisamente, proprio per vedere con i miei occhi, constatare, capire, con la volontà di accrescere la consapevolezza e poi distribuirla o condividerla con le persone. Il problema della plastica in India, che rappresenta la punta dell’iceberg dei problemi indiani, è molto complesso. Sicuramente c’è un problema di poca conoscenza, quindi poca consapevolezza ( e questo non sorprende visto che l’India ha dei tassi si scolarizzazione molto bassi). Il senso civico, il rispetto per gli altri, per l’ambiente, passa assolutamente attraverso la scuola, verso l’istruzione. Bambini che per vari motivi non vanno a scuola, conservano del mondo un senso molto limitato. Cioè l’idea che gettare un rifiuto a terra o in acqua, viene concepito come un atto circoscritto, per quanto fastidioso sotto l’aspetto morale e emotivo: molte persone che ho incontrato vivono il loro rapporto con l’ambente così. Una cosa che ha delle ripercussioni limitate nel tempo e nello spazio, mentre sappiamo benissimo che le cose sono diverse: le conseguenze, forse non direttamente, colpiranno magari qualcun altro dall’altra parte del mondo tra uno, dieci o cento anni.

10 fiumi che producono circa il 90% di plastica presenti nei nostri oceani. Come si può arginare l’emorragia?
Secondo me ci sono elementi che valgono per più paesi, mentre altri elementi che sono specifici solo per alcuni. L’istruzione potrebbe essere la prima arma di salvezza, ma anche li stessi incentivi che per esempio il governo indiano propone alle stesse famiglie per formare ed educare sia giovani che adulti. Dall’altra parte, a mio avviso, per allargare il focus anche all’Italia: ci vorrebbe una manovra per accrescere il senso di connessione tra l’uomo e la natura. Ossia, abbiamo tutti molto chiaro il senso di proprietà, e per quanto riguarda la nostra casa ci assicuriamo che sia sempre pulita, in ordine, magari profumata, ma fatichiamo ancora a considerare ciò che è fuori dalla nostra abitazione come qualcosa di nostra proprietà. E questo potrebbe innescare un meccanismo molto virtuoso, ovvero: nel momento in cui riusciremmo a includere nel nostro senso di proprietà gli alberi, i corsi di acqua e tutti gli animali che vivono, potrebbe, e ripeto potrebbe, per esempio spingere i genitori a riportare i propri figli all’aria aperta. Se tu non frequenti la natura, non puoi neanche comprendere i suoi meccanismi, le sue fragilità, e se non la comprendi non te ne prendi cura (è difficile prendersi cura di qualcosa che non si conosce). Sviluppare il senso di inclusione, sorpassando l’idea di natura maligna.

Prima ancora delle abitudini, dovremmo riscoprire il coraggio di continuare a crede che ogni singola azione possa fare la differenza

Qualcosa, però, si sta pur muovendo, come dimostra l’iniziativa di Greta Thunberg...
Trovo ammirevole l’impegno si Greta, sono contento che abbia ricevuto così tanta attenzione e spazio anche in luoghi istituzionale. Tuttavia, si parla di Green washing: ovvero, quelle aziende o istituzioni che cercano di maneggiare l’argomento ecologia, sostenibilità, per lavarsi la coscienza. Ecco, io spero solo che non venga fagocitata in questo meccanismo. Credo comunque che sia una grande opportunità: per lei per condividere con molte persone, ma anche da parte nostra per ricevere questo genere di messaggio. Perché ricordo che sono cose che sappiamo tutti, non ci sta insegnando niente di nuovo: però ha quella capacità dialettica di esprimere concetti semplice che ognuno di noi ha dentro ma che sono troppo complessi da esprimere.

Non esclude quindi un viaggio insieme su una sua zattera?
Sarebbe molto interessante. Sicuramente una persona con cui parlare di questi argomenti…

Quali abitudini dovremmo cambiare per dare un contributo?
Prima ancora delle abitudini, dovremmo riscoprire il coraggio di continuare a credere che ogni singola azione possa fare la differenza. Alcune volte fare questi viaggi, dall’estremo all’ordinario, è scoraggiante: non posso dimenticare l’immagine di un fiume come il Gange che sta muorendo, e se muore il Gange muoiono 500 milioni di persone che dipendono da esso. Quindi la domanda è: che senso ha il mio viaggio? Posso veramente credere con una singola azione di poter contribuite a riadrizzare questa situazione? La sensazione è quella di sentirsi impotenti a un problema così immenso, eppure l’ultima cosa che ci rimane è sperare che le nostre azioni possano contribuire a fare qualcosa, a mantenere uno spiraglio aperto.

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