27 Aprile Apr 2019 0600 27 aprile 2019

Irlanda del Nord, ritorno all’inferno: la Brexit ha rovinato tutto (e l’Ira sta tornando)

La situazione, dal 1998 ad oggi, non è mai stata così delicata. Da un decennio la comunità cattolica in Nord Irlanda è più giovane, numerosa, compatta e radicata. I protestanti, invece, sono sempre più anziani, disomogenei e vivono con il timore di essere espiantati

Irlanda Nord Belfast Linkiesta
Paul FAITH / AFP

Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, cuore pulsante della comunità protestante e di quella cattolica. Se si passeggia per le vie del centro si ha l’impressione di stare in una città normale. Tanti negozi, catene internazionali, uffici, grattacieli, fermento architettonico, economico e culturale. Ma basta prendere la strada che porta verso ovest per capire che Belfast difficilmente sarà mai una città normale. Mentre ci si avvicina ai quartieri repubblicani di Falls Road, o a quelli unionisti di Shankill e Sandy Row, cominciano a scorgersi i primi murales, che poi diventano sempre più fitti. Sulle pareti delle case e dei palazzi sono disegnati trent’anni di troubles, quelli che eufemisticamente venivano chiamati i problemi, le questioni. Questioni che hanno lasciato sul terreno oltre 3.600 morti. Quei graffiti, quei cordoli dei marciapiedi che a seconda della via in cui ci si trova assumono le tonalità del tricolore irlandese o dell’Union Jack del Regno Unito, costituiscono oggi un’attrazione per i turisti, che si accumulano ai lati delle strade per scattare fotografie. Ma sono anche una grandissima risorsa di memoria collettiva, per capire cosa sono stati quegli anni. Ciò che non molti sanno, però, è che a fianco di questi cimeli ci sono le cosiddette peaceline, delle vere e proprie barriere, dotate in alcuni tratti di filo spinato e cancellate, che vengono chiuse durante la notte e che dividono ancora oggi, ventuno anni dopo gli Accordi del Venerdì Santo, le due comunità.

Pettigo, iconico paesino di poche centinaia di abitanti posto esattamente sul confine tra Regno Unito e Repubblica d’Irlanda. Un confine che di fatto, dal 1998, non esiste più. Quel che ne rimane è un ponticello che si percorre in 24 passi e una vecchia casetta verde che era l’ufficio doganale dell’Eire. Eppure da una parte del ponte si paga in euro, dall’altra in sterline. Ma le persone che ci abitano percorrono questo confine anche due, tre volte al giorno, senza più neanche accorgersene. Non era sempre stato così. Negli anni bui, per passare da una parte all’altra del villaggio, ci volevano ore, gli scontri tra unionisti e repubblicani erano all’ordine del giorno, la dogana inglese fu fatta esplodere. «Se torna un confine fisico, ci saranno problemi, al 100 per cento», dice la gente del luogo. Che non a caso utilizza la parola troubles.

Perché, a distanza di così tanti anni, si parla ancora di frontiere e di muri? È molto semplice. Perché la situazione, dal 1998 ad oggi, non è mai stata così delicata. Tanto che, da qualche tempo, le tensioni sembrano essere aumentate, così come gli episodi di violenza. Nel marzo dell’anno scorso un’auto della polizia nordirlandese aveva preso fuoco sulla strada che collega Belfast a Nangor a causa dell’esplosione di una bomba piazzata probabilmente sul pianale della vettura. Pochi mesi dopo, a luglio, alcuni gruppi di giovani dell’area cattolica del Bogside di Derry (quello del Bloody Sunday, per capirci) hanno lanciato bombe molotov contro la polizia e contro l’enclave protestante di Fountain, hanno sequestrato un furgone e lo hanno bruciato. All’inizio di quest’anno è esplosa una bomba nel centro città, fuori dal tribunale cittadino, attacco per il quale è stato accusato il gruppo New IRA. Lo stesso che si è assunto le responsabilità della tragica uccisione di Lyra McKee, la 29enne giornalista rimasta vittima di una pallottola vagante durante gli scontri tra gruppi repubblicani e polizia nel quartiere ultracattolico di Creggan, ancora a Derry (o Londonderry, come la chiamano i lealisti). La reazione di condanna delle politica è stata forte e unanime, non siamo certamente negli anni '70, quando una città e una provincia intera vivevano costantemente sull'orlo di una guerra civile. Non siamo neppure negli anni '90, gli anni delle bombe nei pub raccontate da Robert McLiam Wilson in Eureka Street. Siamo alla fine della seconda decade degli anni duemila. Eppure, dopo la vittoria della dottrina della convivenza, la gestione comune del potere tra protestanti e cattolici, il trionfo della diplomazia blairiana, a Belfast e Derry la pace, quella vera, sembra ora più lontana.

Secondo alcuni analisti si tratta anche di questioni generazionali, per cui i ragazzi che oggi hanno 18 o 20 anni, e non hanno vissuto in prima persona gli anni del terrore, si sentono di poter commettere atti provocatori con meno preoccupazioni rispetto alle possibili conseguenze

Le cause che stanno alla base di questa recrudescenza della violenza sono molteplici. Secondo alcuni analisti si tratta anche di questioni generazionali, per cui i ragazzi che oggi hanno 18 o 20 anni, e non hanno vissuto in prima persona gli anni del terrore, si sentono di poter commettere atti provocatori con meno preoccupazioni rispetto alle possibili conseguenze. Ma un conto è girare nei propri quartieri con le magliette del Celtic o dei Rangers (le due squadre di calcio di Glasgow che sono diventate il simbolo del settarismo nordirlandese), un conto è mettere bombe o tirare fuori le pistole. La maggior parte degli osservatori concordano sul fatto che a far crescere esponenzialmente la tensione siano stati due fatti politici determinanti: da una parte il voto sulla Brexit e le conseguenti, estenuanti, e per ora inutili trattative su un accordo con Bruxelles, dall’altra la crisi politica che attanaglia l’Ulster dal gennaio 2017 ad oggi. Due questioni che, a dispetto di quanto possa sembrare, sono strettamente intrecciate tra loro.

Andiamo con ordine. Riavvolgiamo il nastro al giugno del 2016, quando il 56% dei cittadini dell’Ulster votarono contro la Brexit, a differenza del resto dei cittadini britannici, inglesi e gallesi in particolare. La maggioranza degli irlandesi del Nord avevano capito, molto prima dei politici di Londra, che la Brexit avrebbe portato ad un vicolo cieco. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2017, a Belfast scoppia la crisi politica, con la caduta del governo locale provocata dalle dimissioni del vice primo ministro Martin McGuinness, figura storica del partito nordirlandese repubblicano per eccellenza, il Sinn Féin. Come noto in Irlanda del Nord la struttura amministrativo-istituzionale si basa su una millimetrica e delicatissima divisione dei poteri tra protestanti e cattolici, fissata dal Good Friday Agreement. Dopo l’uscita di scena di McGuinness, in polemica con la prima ministra Arlene Foster del Partito Unionista Democratico (DUP, la destra unionista), il Sinn Féin si è rifiutato di nominare un sostituto, facendo di fatto cadere il governo e costringendo a nuove elezioni politiche. Le elezioni si sono tenute il 2 marzo 2017 e i due partiti più votati sono stati nuovamente il Sinn Féin e il DUP, che però non sono riusciti a trovare un accordo. Da allora l’Irlanda del Nord è senza Parlamento e governo locali.

Si arriva così al giugno 2017. Una data chiave per capire le tensioni di oggi, a Belfast e anche a Londra. E per certificare – se ancora ce ne fosse bisogno – quanto sia stata miope e controproducente la gestione del dossier Brexit da parte di Theresa May. Il principale errore negoziale della prima ministra fu infatti l’incredibile sottovalutazione della questione del confine nordirlandese, diventato ormai un rompicapo praticamente irrisolvibile. Impossibile dimenticare quel primo discorso sulla Brexit, in cui May indica l’uscita dall’unione doganale e dal mercato europeo come le sue red lines invalicabili. Una scelta fatta per andare incontro alle posizioni oltranziste della pancia Tory, ma rivelatasi disastrosa in seguito. Proprio perché non sostenibile sul confine Eire-Ulster.

I nordirlandesi indipendentisti non vogliono confini e dogane con Dublino per evitare una nuova stagione di terrorismo, i conservatori inglesi hanno paura che questa zona di libero scambio tra le due irlande farà tornare tutto come prima annullando di fatto l'esito del referendum del 2016

A rendere la situazione irrecuperabile è stata la sciagurata decisione di May di portare il Paese alle elezioni anticipate. Certa di un successo che le avrebbe garantito una maggioranza granitica che l’avrebbe appoggiata nel processo di negoziazione con Bruxelles, la premier si sveglia la mattina dopo il voto con la drammatica situazione di aver perso le elezioni, pur vincendole. Cioè con la maggioranza relativa delle preferenze ma con l’obbligo di andare a cercare alleanze fuori dal suo partito per far nascere il governo. La scelta cade proprio sul Dup, che in Irlanda del Nord è fortissimo, ma a Londra conta un drappello di soli 10 deputati. Quanto basta per far nascere il governo May. E per condizionarne l’attività politica. A Belfast, tra i cattolici, la situazione viene colta come un tradimento. In base agli Accordi del 1998, infatti, il garante della divisione dei poteri in Ulster è proprio il governo britannico, che ora, essendo pesantemente condizionato dalla presenza integrante (e ingombrante) di una delle due parti in causa, non è più ritenuto credibile nel suo ruolo di arbitro.

Solo a questo punto, dopo mesi di nulla, May capisce che la questione nordirlandese è l’ostacolo principale all’accordo sulla Brexit. Dopo vari tentativi andati a vuoto, si prova la mossa dell’ormai celebre “backstop”, ovvero l’accordo stipulato tra Londra e Bruxelles (con la non secondaria partecipazione di Dublino) per cui verrebbe garantita un’unione doganale di emergenza tra Irlanda e Irlanda del Nord in caso di mancato accordo formare tra Uk e Ue sui loro futuri rapporti commerciali. Una soluzione che però scontenta tutti e che viene più volte sonoramente bocciata a Westminster. I nordirlandesi indipendentisti non vogliono confini e dogane con Dublino per evitare una nuova stagione di terrorismo, i conservatori inglesi hanno paura che questa zona di libero scambio tra le due irlande farà tornare tutto come prima annullando di fatto l'esito del referendum del 2016. Mentre il Partito unionista irlandese (Dup), strategico per la sopravvivenza del governo May, non vuole favoritismi e status di mercato diversi rispetto a Galles, Scozia e Inghilterra.

La comunità cattolica si presenta da un decennio come quella più giovane, numerosa, compatta e radicata. I protestanti, invece, sono sempre più anziani, disomogenei e vivono con il timore di essere espiantati

E così, siamo allo stallo totale. E nell’incertezza si insinua il virus della violenza. «Il Dup – chiarisce Michelle O’Neill, capo del Sinn Fein a Belfast e vice a livello nazionale – ha un rapporto tossico con il governo May. In caso di no deal ci sarà resistenza». Parole che non lasciano molto spazio all’immaginazione. Certo, l'epoca delle bombe, degli omicidi mirati, degli scontri, dei cortei e delle pistole sembra ancora lontano. Repubblicani e lealisti convivono apparentemente in pace, le schede elettorali hanno sostituito le pallottole, per anni due icone dell'estremismo protestante, il reverendo Ian Paisley, e cattolico, l'ex comandante dell'IRA Martin McGuinness, hanno ricoperto insieme il ruolo di Primo Ministro e Vice Primo Ministro dell'Ulster. E' chiaro, però, che qualcosa si sta muovendo nel substrato della società nordirlandese. Qualcosa di profondo, forse irrazionale, ma che esplode in ricorrenti, benché per ora disorganizzate, manifestazioni di rabbia. E tutto ciò che è successo a livello politico non ha fatto altro che accelerare questo processo.

La tesi di molti analisti, infatti, è che nella comunità lealista si sia ingenerato negli ultimi anni un profondo senso di frustrazione. La società nordirlandese sta cambiando rapidamente. Il Consiglio comunale di Belfast, per intenderci, è sempre stato saldamente in mano agli unionisti mentre ora la maggioranza dei membri è cattolica. Una tendenza che rispecchia l'andamento sociale e demografico dell'intera provincia. I protestanti stanno diventando una minoranza, mente i cattolici si preparando a divenire maggioranza: di qui il senso di frustrazione dei vecchi “padroni” dell'Ulster. Un cambiamento di portata storica che potrebbe mettere a dura prova i precari equilibri che sono alla base della pace in Irlanda del Nord. Basta guardare i numeri per capire cosa stia accadendo. Nel censimento del 1961, il 35% degli abitanti erano cattolici. La quota è aumentata al 44% nel 2001 e al 45% nel 2011. Nel frattempo i protestanti sono scesi dal 53% del 2001 al 48% del 2011. Nel 1967 il 60% dei matrimoni in Irlanda del Nord ha avuto luogo nelle chiese protestanti, nel 2006 il 52% dei matrimoni religiosi erano cattolici. Una ricerca condotta ormai nel 2007 mostra inoltre che per ogni giovane cattolico che lascia l'Ulster per motivi di studio o lavoro, ce ne sono almeno due provenienti dalla comunità protestante che si trasferiscono in Inghilterra e che molto probabilmente non faranno mai ritorno a casa.

Nel complesso, dunque, la comunità cattolica si presenta da un decennio come quella più giovane, numerosa, compatta e radicata. I protestanti, invece, sono sempre più anziani, disomogenei e vivono con il timore di essere espiantati. Tra i sostenitori della causa repubblicana, c'è chi sostiene da sempre che nel giro di pochi anni ci saranno le condizioni per l'unificazione dell'Ulster con l'Eire e la fine del dominio britannico sulla provincia. Gli accordi del 1998, tra le altre cose, sono costruiti sul cosiddetto “principio del consenso”, secondo cui ogni cambiamento dello status costituzionale dell’Irlanda del Nord (ovvero una eventuale futura riunificazione) sarebbe avvenuta solo se la maggioranza della popolazione avesse votato a favore in un referendum che si sarebbe svolto da entrambe le parti dell’isola. Il “miracolo” della Brexit potrebbe davvero essere stato quello di aver reso possibile ciò che sino a qualche anno fa sembrava impossibile.

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