Stroncature
29 Aprile Apr 2019 0600 29 aprile 2019

Gio Evan? Terribili le sue poesie, furbetto il suo romanzo. Leggetevi Alessandro Ceni

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. Gio Evan è un inesplicabile (e banalissimo) idolo pop. Alessandro Ceni brandisce la lingua fino alle cavigliere sciamaniche. Prendete e leggete

Gio Evan
Dalla pagina Facebook di Gio Evan

Il bastone. Cento cuori dentro – titolo che spera di diventare emblema, come Tre metri sopra il cielo – è l’autobiografia maculata di Gio Evan, che nel romanzo autobiografico si fa chiamare Leon Vega, è un tipo bizzarro a cui piace fare il caffè – “metto su il caffè, ma a me il caffè non viene mai bene”, frase dal nitore decisamente flaubertiano – e cantare De Andrè, è tanto famoso che lo fermano per strada – attenzione: il narcisismo cronico non fa bene alla cronaca letteraria– e s’innamora di una che si chiama Julia e che riconosce, come le bestie rare, dall’odore (“profuma di mare in un luogo di tartufo e pioppo”, che schifo). Che il romanzo sia l’autobiografia ustoria di Gio Evan si capisce subito. Nonostante Leon Vega, l’avatar di Gio Evan, abbia vezzi da misantropo, da disadatto, da nerd in estro tra i boschi ma incapace tra gli umani, Gio Evan è uno che nel mondo ci sguazza bene assai. Nel sito specifico, dove puoi comprarti le magliette di Gio Evan con le sue frasi dipinte sopra, alla voce “Management” si indica il contatto di un certo Bruce: Bruce, nel romanzo, è “il mio sesto cuore”, cioè “il mio manager”, il manager di Leon Vega – che è all’incirca l’anagramma di Gio Evan. Nel romanzo diaristico di Gio Evan, il poeta amato dalle ex dei ministri – a onor del verbo: meglio l’Evan in prosa che in versi, un vero disastro – non accade francamente nulla di narrativo e di narrabile, il libro è studiato, presumo, come bomboniera per fan. Piuttosto, è utile per un rapido ragguaglio intorno alla fatidica domanda: che cos’è letteratura?La brutale vulgata dice che tutto è letteratura, anche una scritta sul muro. Ma quella non è letteratura: è una scritta. Banalmente: non basta battere i tasti del pianoforte per paragonarsi a Schubert, non basta risolvere una equazione e pensarsi Einstein. Il libro di Gio Evan l’ho acquistato alla stazione di Torino Porta Nuova. Al suo fianco c’era un romanzo di Christoph Ransmayr, Gli orrori del ghiaccio e delle tenebre.Ecco, Ransmayr è letteratura. Gio Evan, autore di un florilegio di frasi graziose o grottesche, eventualmente da pittare sullo zaino di scuola(“Il fiatone sono due respiri in uno, è l’unico modo che abbiamo per recuperare il fiato che abbiamo perso nei passi precedenti”; “A volte le cose più belle le diciamo togliendo quello che si era detto di sbagliato”; “Ho lacrime di montagna, di grotta più che di mare”; “Ogni volta che ride crea l’ambiente adatto per il mio batticuore”) è uno che scrive. Non fa letteratura. La sua è fake poetry, una catartica presa per i fondelli: compri il suo libro e ti senti felice perché puoi essere come lui. Ma l’arte non è il palio dell’accessibile, è vetta speronata. So che questi discorsi vi fanno incartare le ginocchia e il maglio cerebrale – tutti pensano che i loro quattro schizzi siano da Nobel – ma qualcuno, nel precipizio, nel diluvio di insulti, deve pur farli. La Treccani dichiara che “oggi s’intende comunemente per letteratura l’insieme delle opere affidate alla scrittura, che si propongono fini estetici, o, pur non proponendoseli, li raggiungano comunque”. Letteratura non è semplicemente proporsi dei fini estetici (tutti giocano al piccolo chimico come al piccolo Wilde), ma raggiungere quei fini, sconfinati. Riconoscere cos’è letteratura è facile, bastano due elementi: a) linguaggio intrepido, spiazzante; b) qualità narrativa, studiata con strategia multipla, agita con pazienza, con dedizione. Gio Evan non ha in dote una lingua, un linguaggio foriero di stupori, ed è narrativamente inesistente. Non fa letteratura. Cosa fa? Ci racconta i casi suoi. C’importano? Esempi. Marco Missiroli fa letteratura. Non mi piace come scrittore, ma fa letteratura. Luca Gaviani e Niccolò Locatelli fanno letteratura. Non pubblicano bene come Gio Evan, non sono famosi come lui – perché?, misteri italioti – ma sono molto più capaci di lui. L’atto letterario, in ogni caso, Gio Evan lo compie a pagina 75. Cita Stendhal. Ed è uno stupore sublime. Finalmente. Il resto è sobillare l’oblio.

Gio Evan, Cento cuori dentro, Fabbri Editori, 2019, pp.270, euro 16,00

Non fa letteratura. La sua è fake poetry, una catartica presa per i fondelli: compri il suo libro e ti senti felice perché puoi essere come lui. Ma l’arte non è il palio dell’accessibile, è vetta speronata

La carota. Tra i rari poeti di oggi, che stanno in una mano messa come una ciotola, a mendicare, c’è Alessandro Ceni. In lui la ricerca linguistica è tesa allo spasmo, anche attraverso una proficua e decennale attività come traduttore – ha reso, tra i tanti testi, Moby Dick eFoglie d’erba, La linea d’ombra e i racconti di Stevenson, per Feltrinelli, Einaudi, Rizzoli, da tempo va lavorando a una nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce. Quando si legge poesia non si può capire, occorre ascoltare, cioè lasciarsi al travolgere della lingua, fino al soffocamento. La lingua poetica – ecco la sua strategia – lavora sulla narrativa del destino, ci setaccia fino all’infima punta d’oro. Autore raro e centellinato di opere miliari – I fiumi, La natura delle cose e Mattoni per l’altare del fuocosono libri fondamentali nella nuova poesia italiana – Alessandro Ceni ha da poco costruito una antologia con un ceppo di inediti per una piccola edizione di pregio.Il titolo del lavoro, di per sé, misticheggia: 77. La poesia di Ceni – che, dicono i critici, fa giacere Dylan Thomas insieme a Piero Bigongiari – è lavacro del linguaggio: il poeta – che si è laureato con una tesi su Tommaso Landolfi – brandisce la lingua fino alle cavigliere sciamaniche, suggerisce, suggestiona, strugge. Fossi un liceale, più che flirtare con lo svampito Gio Evan, mi tatuerei sulla schiena e sul portapenne alcuni versi di Ceni (“Io ho visto soltanto cose/ che impietriscono e commuovono/ come un perenne addio ai compagni”; “Tu che non sei di questo mondo e sei nella polvere/ e siedi alla parte breve del tavolo/ estrai dalla tasca il bosco e dal bosco te stesso”) e lo andrei a trovare, sui colli fiorentini, per capire come guarda un poeta e dove e in quale obliquo del tempo. Per entrare dall’oblò nel lavoro da fabbro, febbricitante, di Ceni, ricalco una poesia:


Alla fine di me

Alla fine di me

le cose che rispetto ed hanno fatto

sangue, estrazione,

schiantano nell’ambulanza frantumata

un sonar di parole

lobotomie di lucciole

schegge, spine, scintille:

una sparpagliata partenza di noi,

schizzi emissioni flussi

perdite di cosmo bucato da amore interrotto:

il fuoco lecca i luoghi

delle stanze in preghiera delle

ferite schiuse:

ora tutti gli uccelli incinti

piangono

intoccabili e curvi

nella dolcezza che annega.

Alessandro Ceni, 77, Edizioni Helicon, pp.132, euro 12,00

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