patriarcato
30 Aprile Apr 2019 0700 30 aprile 2019

Vallerano, il problema è che una donna è stata stuprata (non CasaPound)

Il problema non è chi commette lo stupro, il problema, semmai, è che si commetta lo stupro. Ed è avvilente vedere un caso di cronaca come quello di Vallerano strumentalizzato per bassi fini politici, invece che usato per riflettere sul ruolo del maschio nella società

CasaPound
Andreas SOLARO / AFP

Povera quella nazione nella quale l'antifascismo e la sinistra hanno bisogno di uno stupro per accrescere il proprio peso politico. La politica si sta mangiando tutto, dignità, decoro, istituzioni, tutto. Sembra ieri che si applaudiva alle parole di Simone rivolte agli esponenti di CasaPound durante gli scontri a Torre Maura. «Il problema mio non è chi mi svaligia casa, il problema mio è che mi svaligiano casa», aveva detto, e per un attimo era sembrato che la lipidezza di pensiero fosse tornata a valere qualcosa in questo Paese.

Invece, in presenza di una donna di 36 anni colpita a pugni in pieno volto fino a perdere conoscenza e abusata sessualmente da due uomini poi incastrati dal video che loro stessi hanno girato durante l’aggressione, tocca riprendere la metafora di un «pischello» e ribadire l’ovvio: il problema mio non è chi mi svaligia il corpo, il problema mio è che mi si svaligi il corpo. Gli stupratori si chiamano Francesco Chiricozzi, diciannovenne consigliere comunale di CasaPound, e Marco Licci, 21 anni, altro militante di estrema destra, ma i loro nomi non hanno alcuna importanza rispetto alla brutalità dell’aggressione, anche se è accaduta a Vallerano, dove i «fascisti del terzo millennio» hanno ottenuto oltre il 21% alle ultime amministrative di giugno 2018, anche se i due erano soliti diffondere messaggi razziali legati al tema delle «donne da proteggere» dagli immigrati. In un Paese civile questi aspetti finiscono nei fascicoli dei giudici in fase processuale, non nei tweet di politici, intellettuali e chef in fase rivendicativa.

Tutto diventa avanspettacolo politico, anche per la sinistra, improvvisamente ringalluzzita all’idea di farsi largo e riguadagnare qualche punto elettorale nello scenario politico, e invocare – ora sì, con voce piena - lo sgombero di Casapound

Un Paese che ama definirsi «progressista» ora si metterebbe di buona lena e approfondirebbe la crisi del maschio italico, sempre più sprovvisto di strumenti e codici per comprendere che il modello della tradizione arcaico-patriarcale è ormai superato, e proverebbe a dare strumenti di riflessione condivisa. Invece tutto diventa avanspettacolo politico, anche per la sinistra, improvvisamente ringalluzzita all’idea di farsi largo e riguadagnare qualche punto elettorale nello scenario politico, e invocare – ora sì, con voce piena - lo sgombero di Casapound. Casapound non deve essere sgomberata perché due bestie all’interno dei suoi militanti hanno stuprato una donna, ma perché abusiva e in contrasto con la Costituzione italiana.

Così come la sinistra non dovrebbe proprio pensare di contrastare l’egemonia della destra prendendo in prestito la sua bile e i suoi umori, e tuttavia lo sta facendo, perché avverte il morso alle calcagna di un popolo ormai estraneo. Avremmo volentieri fatto a meno dello spettacolo, invece eccola, la sinistra, insignita dell’odioso mestiere di esattore fiscale, china a fare i conti in tasca all’ideologia degli aggressori anziché riflettere sul fenomeno delle violenze e cercare di fare quadrato con quante più forze politiche in merito alla Commissione d'inchiesta monocamerale sul femminicidio e alle proposte di legge volte a rafforzare le tutele processuali delle vittime di reati violenti.

Legiferare e operare a sostegno delle donne è del resto complicato in un Paese ancora incapace di discutere della violenza di genere (che va dagli stupri ai femminicidi, dalla restrizione della libertà di aborto alla difesa della famiglia tradizionale, dalle aggressioni omofobe alla guerra contro l'ingresso della questione di genere nelle scuole) senza connotarla etnicamente e politicamente. Una miseria spirituale prima ancora che dialettica quella in corso, che a furia di inscenare il gioco «loro ce ne hanno date, noi gliele abbiamo dette» finisce per strizzare l’occhio alla categoria estetica del «grottesco triste» dove ogni sentimento del tragico nei confronti delle vittime è assente.

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