Elezioni europee
30 Aprile Apr 2019 0600 30 aprile 2019

Maastricht Debate: ecco la politica che vogliamo vedere in Europa (e quella che i giovani devono sostenere)

A una manciata di settimane dalle elezioni europee, cinque candidati di punta in corsa per la presidenza della Commissione Ue si sono affrontati in un dibattito. Ecco perché vale la pena di vederlo, e perché andare a votare è essenziale. Soprattutto se avete meno di trent’anni

Maastricht Debate_Linkiesta
Marcel van Hoorn / ANP / AFP

Intanto, una premessa fondamentale: se non avete visto il dibattito di ieri sera tra gli Spitzenkandidaten alle europee, guardatelo. Dura un’ora e mezza, è in inglese e ci sono un sacco di facce sconosciute, è vero, ma se avete la minima considerazione del valore del vostro voto e del peso che può avere alle elezioni, credete, è un’ora e mezza ben spesa.

Secondo punto: di cosa stiamo parlando. Parliamo del dibattito che ieri sera all’università di Maastricht ha visto confrontarsi gli Spitzenkandidaten (ovvero una parola brutta in tedesco per indicare, più semplicemente, i candidati di punta) in corsa per la presidenza della Commissione europea. La sostanza è questa: con le elezioni europee del 26 maggio si vota per eleggere il Parlamento europeo. Il Parlamento è diviso in 8 gruppi, al cui interno ciascuno ha eletto uno o più candidati che corrono per la Commissione. Ogni voto per un certo partito nazionale alle elezioni del Parlamento europeo entra quindi nei conteggi del gruppo corrispondente. Una volta concluse le elezioni, il Consiglio europeo designa il candidato principale del partito che ha ottenuto il maggior numero di seggi. Se il Parlamento neo eletto approva il candidato, si ha il nuovo Presidente della Commissione (che è un po' come il primo ministro dell'Unione europea). Facile, no?

Ecco, ieri sera, a nemmeno un mese dalle elezioni, davanti ad una platea di giovani, il dibattito ha visto confrontarsi i candidati di alcuni dei principali gruppi del Parlamento: l’olandese Frans Timmermans per il Partito dei Socialisti e Democratici, il belga Guy Verhofstadt del Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa, l’olandese Bas Eickhout dei Verdi, la slovena Violeta Tomić per la Sinistra europea e infine il ceco Jan Zahradil del Gruppo dei Conservatori e Riformisti. Se non li conoscete, non preoccupatevi. Mancavano infatti i fondamentali, in particolare Manfred Weber del Partito popolare europeo, il partito di maggioranza all’interno del parlamento europeo insieme ai socialisti, e Oriol Junqueras dell’Alleanza Libera Europea, attualmente in regime di carcerazione preventiva per il tentativo di secessione catalana dalla Spagna. Non ci sarebbe dispiaciuto nemmeno vedere la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager o l'italiana Emma Bonino, anche loro candidate di punta come Verhofstadt (in tutto gli Spitzenkandidat di Alde sono sette), ma tant’è; i contenuti c'erano tutti.

I giovani che si interessano all’Europa sono anche quelli che la amano nella sua forma progressista, e ne abbracciano i valori fondamentali. Ma sono anche quelli che credono in un’Europa all’insegna della sostenibilità

Mancavano i fondamentali, dicevamo, ma comunque vale la pena di vederla, la registrazione (è facilmente accessibile sul canale YouTube di Politico Europe, oppure in fondo a questo articolo). Se non altro perché è il genere di confronto politico che ci mancava, nauseati come siamo ormai dalla meschina politica italiana. Intanto perché ci si può fare qualche risata (in più momenti il punzecchiarsi dei candidati ha generato ilarità), ma soprattutto perché si è parlato di temi veri e attuali, dalla regolamentazione dei pezzi grossi del web come Google e Facebook alla strategia ambientale europea, la povertà e l’esclusione sociale, fino ai giovani e al futuro dell’Europa. Lo scontro delle idee è stato lì, concretamente, e seguirlo può essere solo utile per stimolare a dovere le proprie sinapsi elettorali.

Dal bisogno di una una centralizzazione della tassazione, che Timmermans invoca per limitare gli ingenti profitti dei big di internet a spese della privacy dei cittadini, al bisogno, secondo Zahradil, di lasciare che siano gli Stati membri a decidere delle proprie politiche di immigrazione, quindi, troverete pane per i vostri denti. Dove Verhofstadt, ad esempio, si batte per la creazione di un mercato digitale europeo, per standard ambientali comuni a livello continentale e per maggiori incentivi alla mobilità dei lavoratori all’interno dell’Unione, Eickhout chiede che la Commissione smetta di finanziare le industrie che fanno uso di combustibili fossili, nuovi investimenti nell’economia green e l’istituzione di un salario minimo in Europa, mentre Tomić sostiene la creazione di un stato sociale, regole ferree sugli standard delle importazioni e di rendere la lotta alla disoccupazione un obiettivo primario della Commissione.

Se c'è almeno un momento, nella storia dell'Unione europea, in cui il voto dei giovani è fondamentale per tentare di ribaltare le sorti di un'elezione che sembra già scritta, è proprio questo

Ciascun candidato, insomma, ha chiarito le proprie priorità, e il ritmo è sostenuto. Non andremo oltre per non rovinarvi la visione (per sapere chi vi convince di più, sapete già cosa dovete fare), ma possiamo almeno svelarvi chi, alla fine, si è distinto di più agli occhi degli spettatori: Frans Timmermans in testa, seguito a stretto giro da Bas Eickhout. In altre parole, socialisti e verdi. E sebbene sia un risultato per forza di cose non rappresentativo di quelle che sono le previsioni delle elezioni (oltre al pubblico di giovani in sala, erano non più di qualche migliaio coloro che si sono collegati per vedere il dibattito in diretta), qualcosa di significativo questo risultato ci dice. Primo: i giovani che si interessano all’Europa sono anche quelli che la amano nella sua forma progressista, e ne abbracciano i valori fondamentali. Secondo: i giovani che credono nell’Europa tendono anche a credere in un’Europa all’insegna della sostenibilità. Si tratta solo di una platea di minoranza di giovani ben istruiti, lontani dalla maggioranza della popolazione europea e dalla media dei loro coetanei? È probabile. Così come è probabile che siano gli stessi, pochi (nel 2014, appena il 28% degli under 25 è andato ai seggi), che hanno votato anche alle scorse elezioni.

Difficile dire, oggi, se si sia fatto abbastanza per spingere i giovani al voto. Per smuoverne davvero le coscienze forse ci vorrebbe una strategia più d’impatto. Magari come quella del famoso spot per la campagna delle midterm americane dello scorso autunno. In Europa come negli Stati Uniti, del resto, sono sempre loro, gli anziani, quelli che si recano alle urne e che non si perdono mai una votazione. Sono loro quelli che fanno pesare davvero la bilancia, e che in Europa spostano gli equilibri (se nel Parlamento europeo i parlamentari con meno di 30 anni solo il 2%, già questo dovrebbe bastare ad allarmarci). Ma stavolta, almeno per una volta, non deve essere per forza così. Perché se c'è almeno un momento, nella storia dell'Unione europea, in cui il voto dei giovani è fondamentale per tentare di ribaltare le sorti di un'elezione che sembra già scritta, è proprio questo. E allora che siano soprattutto loro, i giovani, a guardarlo, questo dibattito. Che li faccia riflettere, e che finalmente si decidano a prendere posizione. Ne va del futuro di tutti gli europei, certo. Ma soprattutto, se l'Europa non dovesse più essere Europa, hai voglia a non votare, "perché tanto resta sempre tutto uguale". Sarà la giungla.

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