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3 Maggio Mag 2019 0600 03 maggio 2019

Piantatela di dirlo con i fiori. Imparate a parlare con Flora (o saranno guai per tutti)

Flora, la dea romana della fioritura, non è una figura svagata. È la dea che presiede alla generazione del cibo. E i romani, dopo una carestia di anni, ricominciarono ad onorarla, come racconta Mater Florum, di Lorenzo Fabbri, appena uscito per Olschki

Flora

Non ditelo con i fiori, ditelo a Flora. A me i fiori recisi di qualsiasi tipo hanno dato sempre un’idea di funerale, i venditori di rose per strada mi interessano in quanto persone, non per i morticini che vogliono rifilarti. Se vedo un’infiorata a terra mi assale il lutto e mi insegue la depressione. I becchini sono più simpatici. Se non altro la morte, come notava Mario Monicelli, è piena di possibilità comiche, e gli slogan di una nota agenzia di pompe funebri giocano in pieno con questo mood. Sarà orientalismo, sarà ignoranza, ma la collana di fiori offerta ai turisti in certi posti tropicali mi riporta subito all'analogo antropologico: la collana di teschi. Non ditelo con i fiori, quindi, ma ditelo a Flora. Non imparate il linguaggio dei fiori, imparate il linguaggio di Flora.

Flora è la dea latina della fioritura. E non è affatto una dea svagata, salottiera, frisè. È una dea necessaria. Senza fiori niente raccolto, senza raccolto carestia. La cultura latina è fatta di cose concrete più di quanto comunemente si pensi: l’aggettivo lietus viene dal letame, che allieta la terra. Marco Porcio Catone si chiamava così perché i suoi antenati erano nobili allevatori di maiali. Nobili in quanto allevatori di maiali, beninteso. E Flora, guarda guarda, è una delle dee romane a non essere stata importata dalla Grecia. E non c’entra con gli etruschi, l’altro popolo patrocinante della civiltà romana, che sembravano avere in ogni casa una botola aperta sul centro della terra (ancora oggi dove vai vai trovi una sorgente di acque termali, anche in una campagna sperduta a Tolfa).

Flora è la dea latina della fioritura. E non è affatto una dea svagata, salottiera, frisè. È una dea necessaria. Senza fiori niente raccolto, senza raccolto carestia

Flora ha origine Sabina (Umbria, Lazio, Abruzzo). Ed è una dea plebea, proprio perché era venerata in particolare dai plebei. La storia è raccontata in un libro bellissimo e rigoroso: Mater Florum, di Lorenzo Fabbri, appena uscito per Olschki. Il culto di Flora a Roma è antichissimo. Ma rinasce, e viene praticato con zelo a partire dal 241 a.C. durante un rovinoso periodo di fame. Ovidio, delicato stregone, capace di parlare con l’immaginale grazie ai privilegi sciamanici del musicista in versi, se lo fa raccontare dalla stessa Dea: “anche me trascurarono i padri romani [...] Immersa nella tristezza mi passò di mente il mio compito: non proteggevo i campi, né mi era caro il fertile giardino […] non mi occupai a atto di allontanare i danni.

Facciamo che gli dei esistono se non altro come metafora di forze psicologiche (e sociali) troppo sottili per essere definite in altro modo. E facciamo che si offendono e mollano lì. Carestia. Tra l’altro la dea della fioritura sovraintende anche alle api e ai fiori (e qui c’è una metafora antica, del tutto vera, lo vedremo fra poco), e sorveglia le botti col mosto. Lei si distrae e il mondo va in rovina. Da allora furono tributati a Flora gli onori dovuti.

Ci sono i petali sparsi. Poi c’è il vino, naturalmente; c’è una certa promiscuità e ubriachezza comune. Ci sono rappresentazioni teatrali tenute da prostitute nude. C’è molta nudità, sì. Nudi, vino, liquidi sparsi

E gli onori dovuti erano, anche, piuttosto osceni. Alcuni studiosi li avvicinano ai riti in onore a Bacco, altri sottolineano la parentela tra Flora e Cerere, dea delle messi. Ma tutta la ritualità del passaggio primavera-estate ha qualcosa di estatico, sottilmente feroce. Grande indignazione dei padri della Chiesa per i Floralia, tutta una gara per deprecarne l’oscenità.

Ma (nota Fabbri) il paragone con i baccanali è forzato. Qui c’è un po’ di levità in più. Ci sono i petali sparsi. Poi c’è il vino, naturalmente; c’è una certa promiscuità e ubriachezza. Ci sono rappresentazioni teatrali tenute da prostitute nude. C’è molta nudità, sì. Nudi, vino, liquidi sparsi. Fiori recisi, come i rosari all’happy hour, ma qui è uno spreco rituale che avviene una volta l’anno. Niente di post-hippie per una festa tutta calata nel mito della generazione. Giusto come metafora: esistono cose apparentemente lievi, fatte di necessità: bios, vita. Parlatene con Flora.

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