Dossier
Greenkiesta
3 Maggio Mag 2019 0600 03 maggio 2019

Parola di LifeGate: “La rivoluzione della sostenibilità è inarrestabile. E il movimento verde sarà presto il primo partito italiano”

Intervista a tutto campo con Enea Roveda, amministratore delegato dell’azienda italiana per la sostenibilità: “La finanza è diventata green, l'impresa pure, ora tocca alla politica. Greta Thunberg? Macché manovrata: a 16 anni non sai nemmeno che lavoro vuoi fare”

Fridays For Future Linkiesta
Christophe SIMON / AFP

«Noi siamo sostenibilità». Non è semplice definire LifeGate, ma Enea Roveda, giovane amministratore delegato di questa realtà attiva da diciannove anni come punto di riferimento di una via verde all’attività d’impresa, ha la risposta pronta: «Siamo stati tante cose, abbiamo fatto tante cose - spiega -. Ma la mission è sempre stata quella di fare sostenibilità». La storia, alla fine, racconta LifeGate meglio di qualunque definizione: Roveda è la seconda generazione di una realtà che nasce più di trent’anni fa, nel 1986, quando i suoi genitori fondano l’azienda agricola Fattoria Scaldasole, che si pone l’obiettivo di produrre latte biologico, quando ancora non esisteva nulla che definisse il biologico, né tantomeno che lo certificasse. Tanto più che quel latte non poteva essere venduto direttamente al consumatore direttamente, ma doveva essere per forza conferito alla centrale del latte. È lì che nasce l’idea di trasformarlo lui stesso in yogurt e di venderlo direttamente: «Siamo stati la prima azienda bio a entrare nella grande distribuzione in Italia - ricorda ancora Roveda -. Quando i miei genitori cedettero Scaldasole al gruppo Heinz, nel 1998, fatturavano cinquanta volte più della seconda azienda del biologico in Italia».

LifeGate nasce lì, nei due anni successivi alla cessione, quando i Roveda si chiudono in casa per cercare di capire come portare la sostenibilità ambientale sui mercati per avere più forza e per cercare di convincere le aziende a inquinare meno e a «disseminare la cultura della sostenibilità per costruire un capitalismo a misura delle tre P: people, planet, profit». LifeGate è nato così, e oggi, a distanza di 19 anni, è l’unico media italiano che parla di sostenibilità - con il sito, i social, la webradio, la radio fm nel nord Italia, le applicazioni -, nonché un provider di servizi legati alla sostenibilità per le imprese e le persone, in partnership o per terzi, il gestore di un fondo di finanza sostenibile con Banca Sella, un provider di energia verde per aziende e privati, persino un tour operatori di viaggi sostenibili con un’azienda specializzata che si chiama Sherwood: «Noi entriamo nelle aziende e cerchiamo di aiutarle a essere sostenibili - spiega Enea Roveda - Pensiamo al fashion: il mondo della moda sostenibile è iper complesso, quello dell’hotellerie lo è, quello dei trasporti lo è. Tenendo ben presente che dobbiamo sempre distinguere i progetti dalle utopie. Se devo andare a Tokyo non ci posso andare in treno. Però posso andarci scegliendo la compagnia aerea più sostenibile».

Roveda, le cose stanno cambiando? O quella della sostenibilità è ancora una grande bolla fatta di grandi proclami e poche azioni?
La sensibilità delle persone sta crescendo, e molto. Ed è da qui che bisogna partire: perché poi arriva l’impresa che traduce quei bisogni. E solo dopo arriva la politica, che istituzionalizza quelle risposte. Sono le persone a muovere il mercato e la politica. E le persone si stanno muovendo.

Ti riferisci ai Friday for Future, immagino…
Non solo. Io credo che dobbiamo guardare i dati di lungo periodo, per capire come le cose si stanno muovendo. E al netto di picchi, cali e momenti di stagnazione, noi tra i il 1986 e oggi abbiamo visto un cambiamento radicale.

Questa è una fase di picco?
Direi di sì, soprattutto in Italia, a causa delle tempeste che hanno spazzato via intere foreste in Veneto e con gli yacht distrutti dagli acquazzoni in Liguria. Sono eventi simbolici, le grandi catastrofi naturali, che dimostrano che i problemi sono arrivati sino a qua, che non sono questioni lontane nel tempo e nello spazio. Il cambiamento climatico è qui e ora. E qui e ora va affrontato. Noi tra il 1996 e oggi abbiamo visto un cambiamento radicale, fatto di picchi di cali, di momenti di stagnazione. I picchi avvengono sempre in concomitanza con le catastrofe naturali, o comunque con grandi avvenimenti internazionali. Chernobyl, mucca pazza, Fukushima. L’ultimo anno in italia è stato un vero e proprio boom a causa dell’evento in Veneto con la foresta e quello degli yacht distrutti dalla mareggiata in Liguria. Dimostra che il problema è arrivato anche qua.

Io credo che la linea di frattura più marcata sia quella tra giovani generazioni che guardano al futuro e generazioni più anziane che guardano al passato. La domanda di sostenibilità è un pezzo di quello sguardo rivolto al futuro

C’è anche Greta Thunberg, adesso. Te lo aspettavi, in un momento in cui si parlava di tutt’altro, che sarebbe bastata una ragazzina con un cartello a rimettere al centro del dibattito la questione ambientale?
Il movimento di Greta è tra quegli avvenimenti internazionali che concorrono a determinare un mutamento di prospettiva sul cambiamento climatico. Senza alcuna spocchia, possiamo dire, che l’abbiamo visto arrivare, che i tempi erano maturi affinché arrivasse. Poteva metterci uno o due anni in più, assumere altre forme. Ma doveva arrivare. Lei è stata l’innesco perfetto.

Evviva l’innesco. Evviva le città che dichiarano lo stato di emergenza climatica. Ma è sufficiente affinché cambino le politiche?
Potrei dire che da adesso cambierà tutto, ma non sarebbe corretto. La realtà è che l’assetto politico sta già cambiando da qualche anno. Prima delle crisi la forbice tra destra e sinistra si stava progressivamente chiudendo, tant’è che si è arrivati a una fase in cui quelli che un tempo erano schieramenti avversi hanno finito per governare assieme, proponendo nei fatti le medesime politiche. Oggi assistiamo una fase di segno opposto, in cui le proposte politiche tendono a divaricarsi. Ecco, io credo che la linea di frattura più marcata sia quella tra giovani generazioni che guardano al futuro e generazioni più anziane che guardano al passato. La domanda di sostenibilità è un pezzo di quello sguardo rivolto al futuro.

La demografia suggerisce che vinceranno agli anziani...
È vero, nella politica di solito vincono gli anziani, ma la cultura la cambiano i più giovani, perché hanno più strumenti per comprendere la contemporaneità. Non a caso, nelle grandi aziende così come nelle startup, ci sono sempre più persone giovani nei ruoli chiave. I dati, peraltro, raccontano che l’interesse sui temi della sostenibilità è prevalente soprattutto tra le donne sotto i 45 anni. Io sono convinto che nel momento in cui sarà rappresentato, quello della sostenibilità e del futuro sarà il primo partito italiano.

Sembri molto convinto di questa tua “profezia”…
Siamo immersi dalla testa ai piedi in questo mondo della sostenibilità e molto spesso vediamo le cose arrivare prima degli altri. Ti faccio un esempio: nel 2016 dicevo che tra due anni sarebbe stato l’anno della finanza sostenibile. Stavamo lanciando questo fondo di finanza sostenibile e nel presentarlo, raccontavo in Piazza Affari, di fronte a volti increduli, che la finanza avrebbe cambiato pelle. Oggi la finanza è cambiata, ed è cruciale: se la finanza comincia a dire che da i soldi solo a chi rispetta l’ambiente, cambia tutto. E se lo fa, anche imprese come quelle della moda e del design cominciano a cambiare, cosa che peraltro sta avvenendo ora. La politica è il prossimo passo. Anche chi urla al complotto credo che abbia capito che il cambiamento è inarrestabile.

A proposito, precedo i complottisti: allora è vero che dietro Greta e i Friday for future c’è la grande finanza?
Io non credo che Greta sia manovrata da qualcuno. È una ragazzina di 16 anni, e a 16 anni non sei in vendita, perché non hai nemmeno iniziato a lavorare, non sai cosa siano i soldi, non hai ancora interiorizzato le logiche della società dei consumi. Per come la conosco io, Greta Thunberg è una che è capace di rifiutare senza battere ciglio parecchi soldi per parlare a un convegno, se chi glielo propone non le piace. È ancora una che se le chiedi “cosa vuoi fare da grande?” si mette a ridere perché non sa cosa risponderti.

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