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Greenkiesta
Moda inquinante
3 Maggio Mag 2019 0600 03 maggio 2019

Lo sporco della moda: la viscosa fa malissimo all’ambiente (ma si può farne a meno)

Viene spacciata come più sostenibile degli altri tessuti, ma produrla significa abbattere foreste e inquinare aria e acqua con sostanze tossiche, uccidendo migliaia di animali e causando patologie alle persone. Per fortuna, il modo per produrla in maniera green c’è (basta firmare una petizione)

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Karim Sahib / AFP

I giganti della moda condividono uno sporco segreto. Tutti i maggiori marchi utilizzano una fibra vegetale che viene presentata ai consumatori come una valida alternativa al poliestere e al cotone: la viscosa. Questo materiale viene utilizzato dalle case di abbigliamento perché è più economico e più durevole degli altri tessuti. Si può trovare la viscosa nei vestiti di tutte le maggiori aziende del settore, da H&M a Inditex (Zara), da Marks&Spencer a Tesco, ma anche Primark, Mango e Topshop, per citarne alcune. Questo materiale si trova sia in vestiti da poche decine di euro, fino a capi da un costo superiore ai duemila euro. La viscosa gode di una buona nomea: i grandi marchi infatti hanno sempre sostenuto che questo materiale sia più ecosostenibile degli altri tessuti. E in effetti potrebbe esserlo, peccato che i metodi di produzione più diffusi ad oggi siano esattamente agli antipodi della sostenibilità. I marchi europei comprano viscosa prodotta da aziende asiatiche – in maggioranza cinesi – che la ottengono tramite trasformazioni chimiche dannose per l’ambiente. Alla fine del processo di produzione le sostanze tossiche vengono scaricate in acqua, per laghi e fiumi, e in aria. Il risultato è l’inquinamento dell’ambiente circostante; una situazione che presenta un grave rischio per la salute di operai e comunità locali. Gli esiti sono drammatici: le persone e gli animali si ammalano, l’acqua corrente diventa non potabile e i pesci vengono contaminati dalle sostanze tossiche.

La produzione di viscosa avviene tramite un processo che danneggia l’uomo e l’ambiente in diversi passaggi. Partendo dal principio: la viscosa (rayon in inglese) è costituita da cellulosa, che si trova in diversi alberi come il faggio, il pino e l’eucalipto. Ogni anno vengono tagliati 120 milioni di alberi per produrre viscosa o materiali simili, come spiega la ong Canopy. Entro il 2025 è previsto che questa cifra raddoppierà. Molti di questi alberi hanno più di dieci secoli e ospitano molti animali in via d’estinzione come gli oranghi, ma anche tigri, elefanti, orsi e lupi. Inoltre queste foreste sono la casa di popolazioni indigene e comunità locali che si affidano agli ecosistemi forestali per il loro sostentamento. Non scordiamoci poi che le foreste assorbono il carbonio, e lo immagazzinano nei terreni e negli alberi: una funzione essenziale per la stabilità del clima.

Il 63% della viscosa prodotta a livello mondiale viene lavorata in Cina. Qui la Changing Markets Foundation ha riscontrato gravi danni ambientali causati dalle aziende che producono viscosa per i grandi marchi di abbigliamento. Ad esempio a Jiangxi nel sud-est della Cina, la produzione di viscosa ha ucciso tutta la fauna del più grande lago d'acqua dolce cinese, Poyang

In seguito il materiale legnoso viene processato in laboratorio attraverso alcune sostanze chimiche, come il disolfuro di carbonio. Questa sostanza tossica è estremamente dannosa per la salute dell’uomo: nel secolo scorso sono stati registrati casi di operai letteralmente impazziti dopo essere stati per lungo tempo a contatto con il disolfuro di carbonio. Questa sostanza inoltre contribuisce anche all’insorgere di malattie ai reni, sintomi simili al Parkinson, infarto e ictus. Durante il processo vengono anche usate altre miscele chimiche come l'idrossido di sodio, l'acido solforico e l'idrogeno solforato: tutte e tre hanno effetti dannosi sull’uomo. Possono provocare danni agli occhi, alterazioni neurocomportamentali, ustioni cutanee e mancanza di respiro. Queste sostanze estremamente pericolose vengono infine disperse nell’ambiente a causa dell’inquinamento prodotto dalle fabbriche, con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare.

Il 63% della viscosa prodotta a livello mondiale viene lavorata in Cina. Qui la Changing Markets Foundation ha riscontrato gravi danni ambientali causati dalle aziende che producono viscosa per i grandi marchi di abbigliamento. Ad esempio a Jiangxi nel sud-est della Cina, la produzione di viscosa ha ucciso tutta la fauna del più grande lago d'acqua dolce cinese, Poyang. Inoltre nei pressi delle fabbriche CHTC Helon e Shandong Silverhawk Chemical Fibre, entrambe situate nella provincia orientale di Shandong, sono state trovate prove evidenti che i produttori di viscosa scaricano acque reflue non trattate, contaminando laghi e corsi d'acqua locali, e rilasciano inquinanti atmosferici che superano standard ambientali accettabili. L'inquinamento atmosferico qui è elevatissimo, ed è facilmente riconoscibile a causa di un intenso odore di uova marce.

Dati i bassi standard di sostenibilità della produzione di viscosa a livello mondiale, la piattaforma WeMove.org ha lanciato una petizione rivolta alle grandi case di moda affinché limitino l’inquinamento derivante dalla produzione di rayon. «In quanto vostri clienti di tutta Europa esigiamo che vi adeguiate agli standard e alle tempistiche per l’applicazione di politiche di inquinamento a impatto zero e che collaboriate con i produttori per attuare la transizione verso le nuove tecnologie, smettendo di acquistare da aziende che non si adeguano», si legge sul sito. Ad oggi le firme raccolte sono quasi 305mila: l’obiettivo è quello di raggiungere a breve le 350mila firme necessarie. La petizione, anche senza la cinquantina di migliaia di firme mancanti, ha già raggiunto dei risultati. Dopo la pubblicazione della petizione sul sito di WeMove, H&M e Zara hanno promesso di «mantenere il proprio impegno». A seguire, Spencers, Tesco e ASOS si sono impegnati pubblicamente a rifornirsi solo dai produttori di viscosa che non inquinano l’ambiente.

«Ciò che è diventato sempre più chiaro è che i rivenditori stanno esercitando un'enorme pressione sui produttori, chiedendo loro di tagliare i costi e ridurre i tempi di consegna. La pressione proveniente dai marchi stessi sta creando una situazione insostenibile sia sul piano sociale che ambientale»

Natasha Hurley

Cambiare i modi di produzione è possibile, lo ha dimostrato la Changing Markets Foundation con una Roadmap pubblicata ad agosto del 2018 in cui veniva illustrato, per filo e per segno, come la produzione di viscosa possa agilmente diventare ecosostenibile. «La viscosa ha tutte le carte in regola per diventare una fibra sostenibile», si legge nel documento, «ma occorre abbattere la produzione inquinante per far posto all'introduzione di metodi più responsabili. Passare alla produzione circolare ridurrebbe al minimo gli impatti negativi della viscosa. Questo tipo di produzione dovrà essere proporzionata e implementata nell'intero settore». A seguito di questa pubblicazione otto grandi marchi e rispettivi rivenditori - ASOS, C&A, Esprit, H&M, Inditex, M&S, Next e Tesco – si sono impegnati a integrare la Roadmap nelle loro politiche sostenibili. Questi marchi stanno dunque inviando un chiaro messaggio ai produttori di viscosa: l’industria va riorientata verso una produzione sostenibile.

I giganti dell’abbigliamento rispetteranno le loro promesse? A questo proposito è interessante leggere il commento di Natasha Hurley, campaign manager di Changing Markets, risalente al 2017 – e quindi precedente all’impegno preso dagli otto marchi – in concomitanza con l’uscita del report sulle condizioni delle aziende produttrici di viscosa in Asia. «Ciò che è diventato sempre più chiaro è che i rivenditori stanno esercitando un'enorme pressione sui produttori, chiedendo loro di tagliare i costi e ridurre i tempi di consegna», ha spiegato la Hurley. «La pressione proveniente dai marchi stessi sta creando una situazione insostenibile sia sul piano sociale che ambientale».

La speranza ora è che la strada segnata dalla Roadmap venga percorsa senza indugio dal maggior numero di case di moda. Il resto spetta a noi consumatori: ancora una volta le scelte di tutti i giorni, come la decisione di comprare un vestito, decidono in quale tipo di mondo vogliamo vivere. Anche in questo caso, la sostenibilità è una scelta quotidiana.

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