6 Maggio Mag 2019 0614 06 maggio 2019

Perché è un dovere difendere Fazio da Foa e Salvini (anche per i Cinque Stelle)

Il Capitano ordina di far fuori Fazio, il Presidente della Rai approva e promette di eseguire: tutto secondo copione, come ai tempi d’oro di Berlusconi. Peccato che stavolta al governo ci siano anche quelli che Berlusconi lo combattevano, sin dai tempi dell’editto bulgaro. Oggi tutti muti?

Fabio Fazio Linkiesta

«Non c'è niente da valutare, c'è semplicemente da tagliare uno stipendio milionario e vergognoso pagato dagli italiani». Non è esotico come l’editto bulgaro, certo. E Fabio Fazio non ha il physique du role del martire politico come la triade Biagi-Santoro-Luttazzi. Ma le parole di Matteo Salvini pronunciate durante un comizio a Foligno riecheggiano quelle che Berlusconi pronunciò a suo tempo contro i tre conduttori Rai, rei di fargli il controcanto coi soldi pubblici: «Mi sono rifiutato di andare ospite da Fabio Fazio. Sono l’unico segretario di partito che si è rifiutato. Riduciti lo stipendio chiacchierone di sinistra pagato dagli italiani», ha aggiunto Salvini, tradendo il vero punto della questione: Fazio e in prima serata su Rai Uno, la domenica sera. E con Lega e Cinque Stelle al potere quello spazio dev’essere occupato dalla maggioranza, non dall’opposizione.

Tutto come da copione, in fondo. A partire dall’immediata e servile risposta del presidente Rai di turno - allora Saccà, oggi Foa - che dal festival di Dogliani coglie la palla al balzo per compiacere il proprio padrone: «Questa è la Rai del cambiamento e “Che tempo che fa” è una trasmissione che va in onda dal 2003, sono 16 anni. È un format che non ha più quella carica innovativa che forse aveva all’inizio. Questo dovrebbe farci riflettere», argomenta. Dove “riflettere” si traduce in “trovare un pretesto per togliere a Fazio la prima serata su Raiuno”.

Del resto, aggiunge Foa in un sussulto di verità, la «Rai del cambiamento - l’ha detto davvero! - deve «rispecchiare quella che è la realtà dell’Italia oggi», non certo il pluralismo delle opinioni. Anzi, aggiunge, «penso ci sia bisogno di essere rassicurati, di un’identità nazionale e culturale», che in fondo il sovranismo è una cura per l’anima, non certo un’ideologia politica. Non basta: «Bisogna incrementare la presenza di giornalisti e opinionisti cattolici nella tv di Stato — rilancia —. La voce cattolica non ha abbastanza rappresentanza oggi nel mondo giornalistico Rai», sia mai che Salvini non abbia capito come la pensa il presidentissimo sul multiculturalismo e sulla laicità dello Stato (di cui la Rai è parte integrante). Del resto, conclude Foa, «Nell’era della globalizzazione mediatica l’Italia la può raccontare solo un servizio pubblico italiano», non certo Netflix: «Noi riusciremo a contrastare queste piattaforme di streaming se accentueremo la nostra italianità», è la profezia finale. Meno House of Cards e più Don Matteo e spezzeremo le reni all’America. Certo.

Chiudiamo gli occhi, e riapriamoli nel 2002. Cosa sarebbe successo se al posto di Salvini e Foa ci fosse stato Berlusconi, o anche solo Gianfranco Fini? Cosa avremmo pensato di un presidente della Rai che prefigura un futuro nazionalista e cattolico per il servizio pubblico?

Chiudiamo gli occhi, e riapriamoli nel 2002. Cosa sarebbe successo se al posto di Salvini e Foa ci fosse stato Berlusconi, o anche solo Gianfranco Fini? Cosa avremmo pensato di un presidente della Rai che prefigura un futuro nazionalista e cattolico per il servizio pubblico, per compiac…ehm: raccontare l’Italia di oggi? Cosa avremmo detto dello smaccato tentativo di marginalizzare l’unico programma d’intrattenimento giornalistico della Rai che ospita (anche) voci critiche all’attuale maggioranza? Dove sono, soprattutto, i Cinque Stelle che nascono contro le epurazioni politiche in Rai, a partire da quella di Beppe Grillo stesso, peraltro? Dove la società civile in servizio permanente contro bavagli e libertà di stampa?

La realtà, amara, è che l’indignazione ha lasciato spazio all’acquiescenza, che contraddire un Salvini lanciato sopra il 30% vuol dire diventarne bersaglio sui social e in televisione, e che nessuno vuole immolarsi per Fabio Fazio. Troppo élite, troppo “comunista col rolex” (sempre Salvini), troppo poco Biagi-Santoro-Luttazzi per annodarsi il fazzoletto rosso al collo. Il risultato lo vedremo alla presentazione dei nuovi palinsesti, con ogni probabilità, cassa di risonanza perfetta per la fanfara sovranista, sia che si vada a votare, sia che ci sia da difendere il fortino nell’autunno della legge di bilancio e del (nuovo) braccio di ferro con Bruxelles. Tutto secondo copione. La via per l’Ungheria è lastricata di Foa e di intellettuali muti.

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