6 Maggio Mag 2019 1003 06 maggio 2019

I gilet gialli si sono sgonfiati. E ora la Francia divisa e povera deve ricomporre i cocci

"Scasso, brucio, incendio, quindi esisto", potrebbe essere la metafora cartesiana applicata ai gilet gialli. Ma per quanto ancora violenta e quindi rumorosa nell’universo mediatico, l’ondata dei gilet gialli è in esaurimento

Gilet Gialli_Linkiesta
ZAKARIA ABDELKAFI / AFP

Ormai i “sabati del villano” non si contano più. Venticinque, no ventisei, se includiamo il primo maggio. Sono duecentomila, no centomila, e oggi? Ventimila - forse - in tutta la Francia, duemila o poco più a Parigi. Cifre contestate ovviamente, ma comunque minime. Per quanto ancora violenta e quindi rumorosa nell’universo mediatico, l’ondata dei gilet gialli è in esaurimento. La fiammata rivoluzionaria diventa moda e come tutte le mode anche questa passa. O passerà con l’avvicinarsi delle elezioni europee, quando il vento della protesta smetterà di essere al centro del dibattito e della propaganda politica. Restano i cocci e sono cocci pesanti: le immagini di scontri, di una capitale a ferro e fuoco, hanno fatto il giro del mondo. Ai danni materiali si aggiungono quelli non ancora contabilizzati, dal calo di turisti agli appuntamenti d’affari cancellati. Di positivo, come spesso avviene in Francia, in forza di un modello centralizzato e dirigista, c’è la veloce corsa a trovare ricette e medicine, appunto la reazione del sistema. Questo è anche il senso del grande dibattito aperto nel paese e concluso con una sommatoria piuttosto ampia e interessante di richieste che l’Eliseo ha mostrato di recepire. Anche se la sintesi era ovviamente impossibile quando si chiede tutto e il contrario di tutto.

La protesta ha fatto emergere un profondo disagio sociale ed economico, il totale distacco fra ampi strati della popolazione e le élite, un vuoto di proposta e di canalizzazione delle istanze che partiti e istituzioni non riescono più a colmare anche perchè per tanto tempo non l’hanno nemmeno notato. A prescindere dalle concessioni dell’esecutivo e dagli ultimi fuochi di Parigi, non è immaginabile una terapia a breve o medio termine, proprio perchè la malattia è profonda e, a ben vedere, non riguarda soltanto la Francia. Il fenomeno dei gilet gialli è lo specchio di altri fenomeni più o meno sotterranei nelle nostre società, riassumibili in un’estrema frammentazione delle istanze individuali che si coalizzano “à la carte”, al di fuori cioè di un classico schema ideologico, sindacale, programmatico o di appartenenza politica o sociale.

Scasso, brucio, incendio, quindi esisto, potrebbe essere la metafora cartesiana applicata ai gilet gialli. Difendo l’automobile come mio ultimo spazio di autonomia e libertà e non a caso le proteste si sono organizzate nei round point stradali. Indosso un gilet di un colore, per sentirmi parte di un mondo in cui riconoscermi

Il settimanale francese Le Point ha coniato la definizione di “polveriera identitaria” e s’interroga sulla deriva di un Paese che pretende di essere unito e omogeneo almeno nei valori fondanti della Repubblica e della Rivoluzione e si scopre atomizzato, esasperato e violento. Si comincia con “noi” e gli “altri” in una logica che mette l’identità nazionale contro tutti coloro che la minacciano e la contaminano, ossia gli immigranti, e si finisce con la difesa del municipio, del quartiere e della strada contro l’assegnazione di alloggi a stranieri. Ma lo schema, secondo illustri sociologi citati dal settimanale, si sta riproducendo all’infinito. In fondo i gilet gialli erano anche automobilisti contro ecologisti, camionisti contro ciclisti, provinciali contro parigini, disoccupati contro occupati, “popolo” contro élite.

La lotta di tutti contro tutti in attesa del Leviatano o della definitiva presa del potere degli algoritmi (secondo le profezie di Harari sull’irrilevanza dell’individuo), appare come un’incontrollata deriva che ha via via rovesciato e destrutturato i concetti di nazione, patria, stato, collettività, partito, classi sociali e sindacato. Prevalgono e alzano la voce sentimenti identitari, logiche di casta e di gruppo, lobby, rappresentanze di minoranze culturali, religiose, sessuali, etniche quasi sempre senza sbocchi efficaci e risolutivi, proprio perchè estranee a esigenze di sintesi progettuale e collettiva. Scasso, brucio, incendio, quindi esisto, potrebbe essere la metafora cartesiana applicata ai gilet gialli. Difendo l’automobile come mio ultimo spazio di autonomia e libertà e non a caso le proteste si sono organizzate nei round point stradali. Indosso un gilet di un colore, per sentirmi parte di un mondo in cui riconoscermi. Ma che cosa hanno davvero in comune i black block con spranghe e molotov con i camionisti di Montpellier o gli agricoltori del Midi?

*editorialista del Corriere della Sera, qui opinioni personali.

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