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8 Maggio Mag 2019 0600 08 maggio 2019

I romanzi sulla Shoah sono tanti, ma questi tre non li conoscete (e sono bellissimi)

Un evento epocale raccontato da testimoni, sopravvissuti o semplici romanzieri. Ma il tema, che rischia di ridursi a cliché stereotipato, ha dato vita anche a opere di finzione importanti, profonde, originali e brillanti

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da Youtube

Tutti conoscono Primo Levi ed Elie Wiesel, scrittori, testimoni e sopravvissuti della Shoah, che nei loro libri hanno raccontato l’angoscia della deportazione, la difficoltà della vita nel Lager e il ritorno a un mondo che non si dimostrò mai abbastanza turbato da quanto era accaduto.

Ma a parte queste opere obbligatorie, la letteratura sull’Olocausto è immensa: memorie, interviste, ricostruzioni, e veri e propri romanzi, opere recenti di autori che, con il tema, hanno un legame sempre minore. È così che il tema della Shoah si è trasformato in un filone letterario, con il rischio di cadere in forme stereotipate, cliché e banalizzazioni – se non, addirittura, in minimizzazioni o giustificazioni storiche sbagliate e inaccettabili.

È un rischio, se non proprio un problema. Per fortuna, però, esistono alcune eccezioni importanti. Libri e romanzi, forse meno conosciuti, ma che riescono, con originalità e profondità, ad allontanarsi dai soliti schemi e far rivivere, con nuove idee, una questione troppo importante per essere abbandonata alle mediocri spire della banalità.

Ad esempio, La danza di Gengis Cohn, scritto nel 1967 dall’autore francese Romain Gary. Qui un pagliaccio di spettacoli yiddish, ucciso dal plotone di esecuzione ad Auschwitz, torna in forma di fantasma neilla mente dell’uomo che lo aveva ucciso, l’ormai rispettabile detective Schatz. E, per tormentare il suo antico assassino, ripete, ogni momento, il suo atto finale prima della morte: si volta di fronte ai fucili e mostra il sedere.

Oppure, Il signor Theodor Mundstock, romanzo d’esordio del 1963 dello scrittore ceco Ladislav Fuks. Un romanzo pirotecnico ambientato nella Praga occupata dai nazisti, in cui un eccentrico signore, il signor Mundstock appunto, decide di mettere in piedi un falso campo di concentramento nella sua casa per prepararsi di fronte al suo destino. Simula assalti delle guardie del campo, raziona il cibo, dorme su assi di legno. Una folle idea con un esito imprevedibile. Il romanzo, come si ricorda più, mescola commedia e tragedia, e affronta il problema dell’onestà – e del mantenersi onesti – in epoche di crisi.

E ancora: altra opera originale è quella del praghese Jiri Weil, sopravvissuto alla Shoah: si intitola Mendelsshon è sul tetto, scritta nel 1960. Anche questa è ambientata a Praga, dove il Reichsprotector Heydrich, in occasione della visita di un dignitario tedesco, lo conduce in un tour culturale e architettonico nella città. Per il gran finale (l’invito ad assistere dal Don Giovanni al teatro della città), ordina ai suoi sgherri di rimuovere, tra le varie statue collocate nel teatro, quella del musicista ebreo Felix Mendelssohn. Solo che le statue non hanno targa, e allora gli inservienti, disorientati, scelgono quella con il naso più pronunciato. Solo che, però, è quella di Wagner. Da lì nasce una serie di equivoci, vendette ed errori che porta a un finale, anche questo, spettacolare.

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