Il cervello del Paese
9 Maggio Mag 2019 0600 09 maggio 2019

Tria, prendi appunti: sfiduciati e incattiviti, gli italiani vogliono la patrimoniale

Dal rapporto di Censis e Conad “Cosa sognano gli italiani”, viene fuori come nel Paese vinca l’idea che la situazione economica e la sicurezza stiano peggiorando e che il peggio debba ancora venire. Gli italiani sognano meritocrazia e redistribuzione della ricchezza, partendo dalla patrimoniale

Metropolitana Linkiesta
(Pixabay)

La paura che il peggio per l’economia debba ancora venire. La sfiducia verso l’Europa, i partiti politici e i giornalisti. Il nervosismo, l’intolleranza per il diverso e il senso di insicurezza. Per gli italiani il futuro è nero, e le rassicurazioni del governo sulla crescita imminente e i porti chiusi di certo non sono servite a migliorare l’umore. Anzi, il Paese è sempre più incattivito. Dall’indagine di Censis e Conad “Cosa sognano gli italiani”, più che i sogni vengono fuori gli incubi. E se c’è una base da cui ripartire, per gli italiani sono la meritocrazia e la distribuzione più equa della ricchezza, che vede quasi il 74% del Paese favorevole all’imposizione di una tassa sui grandi patrimoni e quasi il 75% d’accordo con l’introduzione di un salario minimo stabilito per legge.

Secondo i sondaggi effettuati da Censis e Conad, tra gli italiani vince l’idea (55,4%) che la situazione economica stia peggiorando. Ma se gli indicatori economici su questo fronte gli danno ragione, non accade lo stesso per l’aumento della percezione di insicurezza. Nonostante i reati siano in calo, per il 42,3% è peggiorato anche il rischio di essere vittima di scippi, furti e violenze. E il timore è che il peggio debba ancora arrivare, sia sul fronte economico sia nell’ordine pubblico. «Il peggioramento dell’economia viene percepito in maniera maggiore da chi ha redditi più bassi», spiega Francesco Maietta, responsabile dell’area Politiche sociali del Censis. «Mentre la paura di subire reati viene percepita allo stesso modo in tutti i gruppi sociali».

Da qui deriva un “grande nervosismo sociale”. Per il 70% degli italiani, nell’ultimo anno sono aumentati gli episodi di intolleranza e razzismo verso gli immigrati. E le cause sono le difficoltà economiche e l’insoddisfazione della gente (50.9%), la paura di subire reati (35,6%), la percezione che gli immigrati in Italia siano troppi (23,4%). E questa sensazione di insicurezza porta alla ricerca del capro espiatorio, portando a enormi fratture sociali e distanze incolmabili: il 20,4% si sente distante da persone con valori diversi dai propri; il 19,8% da persone che conducono stili di vita diversi dai propri; il 17,5% da persone con altre idee politiche; il 15,7% dalle persone di un’altra nazionalità; il 15,5% da chi è di un’altra religione.

Il peggioramento dell’economia viene percepito in maniera maggiore da chi ha redditi più bassi. Mentre la paura di subire reati viene percepita allo stesso modo in tutti i gruppi sociali

Francesco Maietta, responsabile dell’area Politiche sociali del Censis

Un sentimento di rancore e paura che si traduce poi nella sfiducia nelle élite. Nonostante l’antivaccinismo diffuso, a sorpresa godono di maggiore fiducia soprattutto i grandi scienziati (40,7%), seguiti poi dal presidente della Repubblica (30,7%), dal Papa (29,4%) e dai vertici delle forze dell’ordine (25,5%). Mentre il resto delle élite è completamente sfiduciato: sono ai minimi termini i vertici dei partiti, i parlamentari, i direttori di giornali e telegiornali, gli editorialisti e commentatori. Fanalino di coda: i banchieri.

In questo orizzonte, se l’Europa non è più un mito (tutt’altro), anche l’uscita dall’Europa ha smesso di esserlo. «Ma senza una delega in bianco a Bruxelles», precisa Maietta. Se il 65,8% degli italiani è contrario al ritorno alla sovranità nazionale con l’uscita dall’Unione europea, «coloro che hanno redditi più bassi vedono ancora di buon occhio un ritorno nostalgico alla lira». Un’Unione europea disattenta alle condizioni dei ceti meno abbienti è percepita come matrigna, una comunità da cui sarebbe meglio fuggire.

«L’Italia appare pervasa dalla pandemia del rancore e dalla trappola della nostalgia, ma così non si fa sviluppo e crescita», dice Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis. «Mentre tutto il dibattito pubblico si arrovella sulle piccole variazioni da zero virgola, rischiamo di sottovalutare quanto sia importante poter contare su un immaginario collettivo positivo, che è l’ingrediente essenziale per lo sviluppo».

Mentre tutto il dibattito pubblico si arrovella sulle piccole variazioni da zero virgola, rischiamo di sottovalutare quanto sia importante poter contare su un immaginario collettivo positivo, che è l’ingrediente essenziale per lo sviluppo

Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis

L’immaginario del rancore è un costo, si legge nel rapporto. Qual è allora la ricetta per ripartire da un presente così nero? Secondo gli italiani, i fattori irrinunciabili per una crescita senza esclusi sono: dare spazio al merito e a chi è bravo, favorendo i più capaci e meritevoli (52,1%); una distribuzione più equa delle risorse (47,8%), più welfare e protezione sociale (34,3%), minore aggressività e rancore verso gli latri (33,1%). Tradotte in proposte concrete, queste aspirazioni vedono il 73,9% favorevole all’imposizione di una tassa sui grandi patrimoni e il 74,9% all’introduzione di un salario minimo per legge.

Da qui riparte il “grande sogno italiano”. «Abbiamo sempre parlato di sogno americano, mentre di sogno italiano non abbiamo mai parlato», dice Maietta. Un sogno che non è fatto quindi di assistenzialismo, né di Stato padrone, ma di libertà di riuscire a farcela e di mettere alla prova se stessi. «Il primato per gli italiani è nella libertà individuale di costruire il proprio destino», spiega Maietta. E la libertà per dispiegarsi non ha bisogno di un contesto conflittuale e aggressivo, né di soluzioni paternalistiche e securitarie fondate sulle paure profonde, che non hanno certo attenuato la percezione di insicurezza e il nervosismo sociale. «Gli italiani indicano le basi del nuovo sviluppo, con la libertà del soggetto al centro di una crescita per tutti, che non lascia nessuno indietro».

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