12 Maggio Mag 2019 0600 12 maggio 2019

Ecco perché i Paesi ricchi vogliono depredare l'Africa, di nuovo

Il giornalista Raffaele Masto in "La variabile africana" (Egea) racconta il continente nero che si sta preparando a finanziare il prossimo assetto geopolitico mondiale

Donna Africa_Linkiesta

Pubblichiamo un estratto di "La variabile africana - Riserve naturali ed equilibrio geopolitico del pianeta" (Egea) del giornalista e conduttore radiofonico di Radio Popolare Raffaele Masto.

«Hic sunt leones»: un buco nero ma affollato

Nelle carte geografiche dell’antichità, sull’Africa c’era una vasta macchia bianca nella quale campeggiava la scritta «hic sunt leones», «qui ci sono i leoni». Qualche secolo dopo, quello spazio inesplorato si trasformò nel luogo di approvvigionamento di un bene prezioso, gli schiavi, che costituirono un’importante spinta per la rivoluzione industriale. Poi, con il colonialismo, divenne il territorio di produzione di beni minerari e agricoli fondamentali per l’economia europea, e con quella ricchezza l’Occidente finanziò due grandi guerre mondiali e l’equilibrio geopolitico che ne uscì Nella seconda metà del secolo scorso l’Africa visse la grande era delle indipendenze e sembrò che finalmente il continente dovesse diventare protagonista del proprio sviluppo. Come sappiamo, non è andata così: l’Africa è rimasta una sorta di buco nero che i nostri media hanno raccontato di volta in volta con gli stereotipi della fame, delle guerre, dei colpi di Stato, della siccità, delle carestie. Insomma, un continente da «aiutare». Ma fino a quando? Per quanto tempo ancora dovremo aiutare l’Africa e gli africani? Oggi, secondo molti analisti e politici, qualcosa starebbe cambiando: una buona parte dei Paesi del continente vanta una crescita formidabile del Pil; le grandi economie emergenti, come la Cina, sono diventate forti investitori nelle potenzialità africane e anche le potenze finanziarie del mondo arabo si stanno mostrando interessate all’Africa e sono sempre più presenti; non sono da meno le vecchie potenze coloniali, come la Francia, impegnate a non perdere posizioni. Su tutto il territorio africano, dunque, transitano enormi flussi di denaro e le città cambiano volto rispetto a ciò che erano solo un paio di decenni fa. Maputo, Kinshasa, Luanda, Abidjan, Nairobi sono letteralmente irriconoscibili: nuove strade, ponti, circonvallazioni, cavalcavia, centri commerciali, grattacieli, quartieri residenziali.

Arrivare ad Addis Abeba nei primi anni Novanta del secolo scorso era scioccante. Appena usciti dall’aeroporto si veniva assaliti da frotte di sciancati dalla poliomielite che, con una pezza di cuoio sotto il sedere e le maniinfilate in ciabattine infradito, trascinavano il proprio corpo con le gambe rinsecchite e il viso perennemente a venti centimetri da terra, a caccia di elemosine; lo stesso accadeva in Meskel Square, l’immensa piazza centrale della capitale etiope. Oggi fuori dall’aeroporto non ci sono più mendicanti poliomielitici ad attendervi: le vaccinazioni hanno debellato la malattia. In compenso la città, nella nitida luce dell’altopiano e nell’aria frizzante dei 2400 metri di altitudine, espone orgogliosa la sua skyline fatta di grattacieli di vetro e cemento e scintillanti centri commerciali dietro i quali svettano decine di gru, segno che si continua a costruire. Anche l’aeroporto è cambiato: un tempo era uno scalo buio e tetro, disorganizzato, sporco, con sale d’attesa piccole e dai sedili sfasciati, nelle quali la gente si affollava vociante e attendeva per ore. Oggi il terminal internazionale dell’Addis Abeba Bole International Airport è un’ardita costruzione ultramoderna con tralicci d’acciaio, immense vetrate, ampi spazi a disposizione dei passeggeri, bar, ristoranti, negozi ed efficienti aree dogana e controllo passaporti. Per valutare il profondo mutamento della collocazione geopolitica del Paese rispetto al passato basta fermarsi a guardare i grandi tabelloni luminosi di arrivi e partenze, un tempo monopolizzati da compagnie europee e destinazioni come Londra, Francoforte, Parigi, Amsterdam, e oggi invece dominati da mete come Dubai, Jedda, Riad, Doha, Delhi, Pechino. Insomma, sotto i cieli africani oggi c’è un grande affollamento. Che cosa è accaduto? Perché questo rinnovato interesse di imprese pubbliche e private, di multinazionali, governi stranieri e grandi investitori? Siamo dunque realmente alla vigilia del tanto evocato sviluppo dell’Africa o si tratta dell’ennesimo flop?

Per la verità non è la prima volta che sull’Africa si appuntano gli interessi di così tanti attori della scena economica e politica mondiale. Agli albori della rivoluzione industriale tutte le potenze europee dell’epoca – Francia, Inghilterra, Olanda, Germania, Portogallo – prelevavano schiavi dal continente. Gli arabi non avevano nemmeno avuto bisogno della rivoluzione industriale perché lo facevano fin dall’antichità, e quando in Africa si erano presentati pure gli europei li avevano considerati semplicemente dei concorrenti con i quali rivaleggiare. Anche il colonialismo fu praticato da tutte le grandi potenze. Inoltre, che in Africa ci siano i cinesi non è una novità del terzo millennio dato che già negli anni Sessanta del secolo scorso Mao riuniva regolarmente a Pechino i capi di Stato africani e pianificava gli interventi economici e la cooperazione sino-africana.

La storia ha dimostrato che quelle relazioni e la presenza di molti protagonisti politici ed economici mondiali non hanno portato sviluppo per l’Africa e gli africani. Anzi, il continente è rimasto al palo: basta uscire da quelle città che hanno cambiato volto per rendersi conto che sono un biglietto da visita falso, che non rappresentano in modo veritiero i Paesi di cui sono capitali politiche o economiche. Addis Abeba, nonostante la sua crescita, resta la capitale di uno Stato che non ha ancora raggiunto l’autosufficienza alimentare, la cui popolazione viene periodicamente falcidiata dai devastanti effetti combinati di siccità e carestia, e che deve ricorrere alle campagne di raccolta fondi delle agenzie Onu per sostenere gli abitanti delle aree rurali. Lo stesso accade in Mozambico dove, fuori da Maputo, si ritrova un Paese arretrato e lento come lo era qualche decennio fa. Per non parlare della Repubblica Democratica del Congo: Kinshasa, la capitale, sembra essere una sorta di Stato nello Stato, e una volta usciti dall’area urbana si devono fare i conti con un paesaggio senza strade, totalmente impercorribile durante la stagione delle piogge.

I cinesi sono in Africa per ottenere cibo, acqua, energia sotto forma di concessioni, diritti di prospezione, di estrazione, di commercializzazione, di esportazione delle risorse del continente. Come lArabia Saudita che ha una potenza finanziaria enorme, cresce demograficamente ma non ha terre e soffre per la mancanza di acqua

Ma allora come si spiega l’afflusso in Africa di grandi capitali e l’affollamento di tante potenze che si contendono una posizione? Il caso della Cina è esplicativo: il miliardo e 300 milioni di persone che la abitano hanno lavorato, negli ultimi tre-quattro decenni, come «schiavi», con stipendi minimi, senza regole e senza orari, per trasformare la Cina in una nazione leader a livello mondiale. Oggi che lo è diventata chiedono un benessere di tipo occidentale e la loro classe politica sa bene che, se non soddisferà questa richiesta, verrà scalzata dal potere. La Cina è grande, ma un miliardo e 300 milioni di persone rappresentano più di un settimo della popolazione mondiale, una massa enorme che esige di entrare (e in parte vi è già entrata) nel mondo sviluppato. È come se in un arco di tempo relativamente limitato la popolazione di Europa e Nordamerica – con tutti i suoi consumice le sue emissioni di sostanze inquinanti – raddoppiasse improvvisamente.cPer realizzare questa impresa i cinesi hanno bisogno di cibo, acqua edcenergia in quantità pressoché illimitata. L’Africa è potenzialmente ancora un grande serbatoio di queste risorse: è il continente meno coltivato, con molte terre disponibili; è solcato da alcuni dei fiumi più lunghi e di maggiore portata del pianeta come il Nilo, il Niger, il Congo, lo Zambesi; la regione dei Grandi Laghi possiede bacini idrici immensi come il lago Vittoria e il Tanganica; il sottosuolo è ricco di risorse strategiche per la moderna tecnologia come le cosiddette terre rare, il cobalto, il litio, oltre che di minerali e metalli tradizionali, dall’oro ai diamanti, dal rame all’uranio: di tutti questi elementi è la più grande riserva del mondo intero.

I cinesi, dunque, sono in Africa per ottenere cibo, acqua, energia sotto forma di concessioni, diritti di prospezione, di estrazione, di commercializzazione, di esportazione delle risorse del continente. Ma quello della Cina è solo il caso più appariscente. L’Arabia Saudita, per esempio, si trova di fronte a un’analoga questione: ha una potenza finanziaria enorme, cresce demograficamente ma non ha terre e soffre per la mancanza di acqua. Nella stessa situazione sono le altre monarchie del Golfo. Simili problematiche devono affrontare tutte le economie emergenti asiatiche. Come la Corea del Sud, che ha una superficie che è metà di quella italiana ma è abitata da 80 milioni di persone e ha un bisogno estremo di terre. I nuovi equilibri mondiali, il mondo emerso dopo la caduta del Muro di Berlino e le esigenze dei Paesi emergenti hanno dunque determinato una nuova corsa alle risorse, e l’Africa ancora una volta rappresenta la maggior fonte del mondo di cibo, acqua, energia. In sostanza il continente nero si sta preparando a finanziare – come ha già ampiamente contribuito a fare in passato con gli schiavi, il caucciù, l’avorio, il cotone, il cacao e poi con oro, uranio, rame e petrolio – il prossimo assetto geopolitico mondiale. Ecco perché sembra essere stata improvvisamente riscoperta, come se fosse il luogo imprescindibile dal quale passare per costruirsi una posizione di forza e di prestigio.

Anche il terrorismo jihadista ha puntato sull’Africa: nell’area tra il deserto del Sahara e il Sahel operano diverse formazioni legate ad al-Qaeda e allo Stato Islamico; nella regione del lago Ciad, all’intersezione tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad, dilaga Boko Haram, la cui fazione principale nel 2014 ha aderito all’Isis di Abu Bakr al-Baghdadi; tutta la costa orientale tra Somalia e Kenya è a rischio attentati da parte dei miliziani al-Shabaab, una formazione legata al cartello di al-Qaeda che ora pare aver trovato degli emuli nel Nord del Mozambico, dove un gruppo che ha assunto lo stesso nome ha realizzato una serie di attentati a partire dalla fine del 2017.
Insomma l’Africa, all’alba di questo terzo millennio, è tornata a essere territorio di conquista. Viaggiando in alcuni dei Paesi chiamati «leoni africani» – definizione che fa il paio con quella di «tigri asiatiche», che alla fine del Novecento indicava le economie emergenti dell’Asia –, ci si rende conto che nell’agenda globale del prossimo futuro l’Africa è probabilmente condannata a essere ancora un serbatoio di materie prime e forza lavoro a basso costo piuttosto che un mercato.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook