risvegli
14 Maggio Mag 2019 0700 14 maggio 2019

Viva la disobbedienza e lo scontro sociale: così magari l’Italia si sveglia davvero

Dalla Sapienza a Casalbruciato, all’elemosiniere del Papa, fino ai ragazzi che protestano contro il cambiamento climatico, c’è l’idea che si debba ripartire da una dimensione collettiva. È la rinascita della politica. Dalle piazze

Sapienza_Linkiesta

“C’è una tensione sociale palpabile, non solo a Roma, come non si avvertiva da anni. Nelle piazze è tornata una divisione tra estremismi che non fa bene a nessuno”. No, Di Maio, ci dispiace, ma non siamo d’accordo con le parole del vicepremier. Tutto quel che sta succedendo in questa calda primavera è in qualche modo salutare, finanche auspicabile in un Paese in cui la dialettica sociale sembrava morta, o perlomeno addormentata da un lento declino economico, politico, culturale.

E invece no, vivaddio, scopriamo di essere un Paese che, a suo modo, ha ancora un’anima. In cui in migliaia scendono in piazza a Roma, di fronte alla Sapienza, per difendere il diritto di parola di Mimmo Lucano. In cui le periferie tornano al centro del dibattito, da Torre Maura a Casal Bruciato, sino al palazzo occupato Spin Time, oggetto del blitz dell’elemosiniere vaticano. In cui persino la marina disubbidisce al ministro degli Interni quando si tratta di salvare e far sbarcare migranti o di multare le navi delle organizzazioni non governative che salvano i naufragi in mare. O, per tornare indietro di qualche settimana, in cui centinaia di migliaia di giovani scendono in piazza per l’ambiente e per chiedere a gran voce politiche di decarbonizzazione.

Tutto questo, con buona pace dei benpensanti, non è roba da anni di piombo, ma la testimonianza di un Paese, o almeno di un pezzo di Paese, che non vuole diventare egoista, intollerante, indifferente alla sofferenza altrui, indisponibile a occuparsi del futuro

Tutto questo, con buona pace dei benpensanti, non è roba da anni di piombo, ma la testimonianza di un Paese, o almeno di un pezzo di Paese, che non vuole diventare egoista, intollerante, indifferente alla sofferenza altrui, indisponibile a occuparsi del futuro. E non è un caso, che dietro queste manifestazioni spontanee ci sia pochissima politica e molta società civile. Che non ci siano leader, se non culturali, come Mimmo Lucano, Papa Francesco o Greta Thunberg. E che siano soprattutto i più giovani a fare i conti con il loro esempio, e che si spendono in loro difesa.

Di tutto questo, Matteo Salvini rappresenta il contraltare culturale più visibile, ma il senso di queste manifestazioni, azzardiamo, prescinde da lui. Dietro, in nuce, c’è l’embrione di una nuova dimensione collettiva della società e della partecipazione politica. C’è l’idea - rivoluzionaria, in tempi di sussidi e prepensionamenti gentilmente concessi da uno Stato in bancarotta - che si debba ripartire dalla società e non dagli individui, dall’altruismo e dalla carità e non dalla difesa di ciò che è proprio, dal futuro e non dalla dittatura dell’eterno presente, dalle passioni e non dagli interessi.

E ci voleva, forse, l’estremismo di Matteo Salvini, per svegliarci dalla trappola della grande coalizione, del destra e sinistra che non esistono più, dei programmi elettorali come l’elenco della spesa, della politica che prescinde da valori, ideali e visioni. Ci voleva, perché l’Italia non rinasce a colpi di leggi di bilancio, o di stimoli all’economia. Rinasce se c’è almeno un motivo affinché rinasca, se c’è un senso di marcia in cui muoversi. Se ci si appassiona di fronte all’idea che i bambini stranieri mangino assieme a quelli italiani, che i migranti che annegano siano salvati, che periferie e borghi abbandonati siano laboratori di convivenza e non territori perduti della repubblica, allora sì, c’è un Paese che si salva. Ed è l’unica alternativa, culturale, sociale, politica, alle armi in casa, ai porti chiusi, alle mense per bambini italiani.

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