14 Maggio Mag 2019 0600 14 maggio 2019

La rivolta della Sapienza per Mimmo Lucano: e ora il “modello Riace” spaventa davvero le destre

Il sindaco sospeso di Riace arriva alla Sapienza, accolto da studenti, ricercatori e docenti che intonano “Bella Ciao”. “Dai piccoli governi locali si può creare un modello”, dice. “Siamo l’onda rossa contro l’onda nera”

Mimmo Lucano Linkiesta
(FILIPPO MONTEFORTE / AFP)

«Avevamo indicato un modello di sviluppo, vogliono dimostrare che non può esserci un’alternativa e invece c’è». Mimmo Lucano, sindaco sospeso di Riace, il paesino calabrese diventato noto nel mondo per il suo modello di accoglienza dei migranti, entra nei corridoi dell’Università Sapienza di Roma “scortato” da un corteo di studenti, ricercatori e docenti che intonano “Bella Ciao”. Dopo l’annuncio di Forza Nuova di voler impedire il suo intervento con una manifestazione non autorizzata, centinaia di persone, radunate in un presidio antifascista, hanno atteso Lucano all’ingresso dell’ateneo blindato, circondato dalle camionette della polizia per evitare scontri tra i manifestanti e i militanti di estrema destra, che pur hanno tentato di avvicinarsi senza riuscirci. Una mattinata di attesa al grido «Siamo tutti Mimmo Lucano». E poi l’ex sindaco di Riace – rinviato a giudizio con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e irregolarità di gestione nel modello del paese, nonostante la stroncatura dell’inchiesta da parte della Cassazione – arriva nella Capitale. «In treno e poi a piedi, accompagnato da qualche amico», come racconta lui stesso.

«Sono uno di voi, non ho fatto nulla di speciale», ripete emozionato. «Non ci vuole molto per far prevalere il senso dell’umanità e dell’uguaglianza. Ma anche se non sono più sindaco, il sogno continuerà fino alla fine. Noi siamo l’onda rossa che contrasta l’onda nera che sta oscurando i nostri orizzonti. Questo clima di odio non dipende però solo da loro (riferendosi a Forza Nuova, ndr). Il ministro dell’Interno ha contribuito a creare questo clima in Italia». Le stoccate a Salvini, nel suo discorso, non mancano. «Tutti i cittadini possono sbagliare, fare degli errori, ma in ogni caso dobbiamo assumercene la responsabilità e affrontare a testa alta i processi, non trovare escamotage per evitarli», dice. E ancora: «Io sono forte nella mia debolezza. Salvini ha detto che sono “uno zero”. Ho detto: “È vero”».

Poco prima, una cinquantina di militanti capitanati dal leader di Forza Nuova, Roberto Fiore vengono fermati a 500 metri dall’università. In testa uno striscione con la scritta “Mimmo Lucano nemico dell’Italia”, e slogan contro il sindaco calabrese accusato di sostenere «l’immigrazione incontrollata che sta uccidendo l’Italia».

(Foto: Linkiesta)

I borghi sono spenti, non c’è più nessuno, gli immigrati non hanno occupato nessuno spazio di persone italiane, i rifugiati a Riace hanno offerto soprattutto agli italiani la possibilità di cercare un riscatto

Invitato a Roma per il seminario “Conivenze” dall’antropologo Vito Teti, suo amico e calabrese come lui, nell’aula magna stracolma della Facoltà di Lettere e Filosofia Lucano racconta dall’inizio alla fine la storia di quel “modello Riace”. Nato «per caso», spiega, in un paesino di 1.600 abitanti in una delle aree più depresse d’Italia e poi emulato e studiato in Italia e nel mondo. Dal primo sbarco di una nave di rifugiati curdi sulle coste della Marina di Riace nel 1998, fino alle ultime vicende giudiziarie. «Mai avrei immaginato che quella terra da luogo di emigrazione dei calabresi diventasse terra d’arrivo. Se ce ne andiamo noi, loro che ci devono venire a fare?», mi chiedevo. «E invece mi sono trovato presente ad almeno 70-80 sbarchi».

Niente di «premeditato», ripete Lucano. «È stato il vento a portare quel veliero, ma da lì è nato un modello», racconta. «Fu uno dei ragazzi curdi sbarcati a chiedermi come mai fossero capitati in un posto di case vuote e senza gente. “Domenico, c’è stata la guerra?”, mi ha chiesto. “No, c’è stata l’emigrazione”, ho risposto». All’inizio «non c’erano progetti, non avevamo un euro, giorno dopo giorno è nata l’idea di ripopolare quei luoghi». Era il 1998. I primi progetti ufficiali con i finanziamenti del ministero dell’Interno sarebbero arrivati nel 2001. E nel 2002, anche sulla base di quello che stava accadendo a Riace, sarà creato il modello dello Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, che l’ultimo decreto sicurezza di Matteo Salvini ha demolito.

A Forza Nuova, «che dice che io sarei un sindaco che vuole riempire i borghi calabresi con colonie africane o fare una sostituzione etnica, rispondo: “La conoscete Riace? Li conoscete i borghi calabresi? I borghi sono spenti, non c’è più nessuno, gli immigrati non hanno occupato nessuno spazio di persone italiane, i rifugiati a Riace hanno offerto soprattutto agli italiani la possibilità di cercare un riscatto». «Da un luogo di abbandono, grazie agli immigrati, Riace è diventato un luogo dove c’erano almeno 100 persone con un lavoro. Le persone che sono arrivate non hanno preso lo spazio di nessuno, semplicemente perché le case erano vuote».

(Foto: Linkiesta)

Dai piccoli governi locali si può creare un modello. Anche se siamo minoranza, non significa che non possiamo rappresentare ancora una speranza

Tra i banchi, ad ascoltarlo, c’è anche la figlia di Lucano, che studia alla Sapienza. Nell’aula si vedono pure l’ex sindaco di Messina Renato Accorinti e il regista Mimmo Caloresti. Mentre fuori, nel corso della manifestazione, erano arrivati in sostegno anche Nicola Fratoianni e Stefano Fassina.

«Mimmo Lucano da fastidio perché è diventato un simbolo», spiega Vito Teti. «Mimmo disturba perché ha fatto, senza parlare e basta. E ha parlato dicendo parole nuove. Il suo modello ha ispirato un regista come Wim Wenders, è finito sulle riviste internazionale, ha portato a Riace Vinicio Capossela e altri artisti».

Dopo le indagini su Lucano e il decreto sicurezza (il primo) firmato da Salvini, quel modello ora è stato ridotto all’osso. Delle centinaia di migranti che popolavano il piccolo centro, ne sono rimasti una settantina. Lucano, costretto a vivere al di fuori del suo paese, aveva chiesto di poter partecipare al battesimo della fondazione “È stato il vento”, pensata per far ripartire senza fondi pubblici i progetti di accoglienza e integrazione che il Viminale ha cancellato. Ma il tribunale gli ha negato il permesso di dieci ore per partecipare all’iniziativa.

«Dai piccoli governi locali si può creare un modello», ripete il sindaco esiliato dalla cattedra della Sapienza. È forse per questo che Mimmo fa paura. «Anche se siamo minoranza, non significa che non possiamo rappresentare ancora una speranza».

Ma per Lucano e per il suo borgo dell’accoglienza, la battaglia ora non sarà solo giudiziaria. L’11 giugno comparirà davanti al giudice. Ma prima, il prossimo 26 maggio, anche Riace tornerà alle urne per le amministrative. Con la Lega che intende conquistare il paese. Secondo la legge Severino, il rinvio a giudizio per Lucano non è motivo di incandidabilità. Non potendosi ricandidare come sindaco, visti i tre mandati alle spalle, Lucano dovrebbe candidarsi come consigliere comunale. Nei mesi scorsi da sinistra gli sono anche arrivate diverse proposte per le europee. Ma lui ha sempre rifiutato. Il sindaco esiliato vuole continuare a difendere il suo modello, a Riace, non a Bruxelles.

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