Scenari
16 Maggio Mag 2019 0600 16 maggio 2019

Ciao ciao gerarchia: la parola d’ordine del futuro è collaborazione (e nessuno è pronto)

Vale per la politica, per l’associazionismo, per le imprese: in un mondo sempre più interconnesso tra nuove reti sociali e organizzative, le soluzioni imposte “dall’alto” sono destinate a scomparire. Il futuro delle organizzazioni è a rete, ma in pochi sembrano averlo capito

Collaborative Economy Linkiesta
Noam Galai / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

“Il più grande principio dello sviluppo biologico e sociale è la collaborazione, non l’antagonismo”

Ashley Montagu

In economia e nella società, le asimmetrie sono un problema complesso da risolvere. L’enfasi di molti sull’asimmetria economica e sulle disuguaglianze puramente reddituali, a discapito di altri tipi di disuguaglianze molto più importanti, è un fattore di assoluta cecità strategica. Va fatta chiarezza: la giustizia sociale e l’equità non sono solo questioni economiche. Tutt’altro. Per di più, sono problemi che sembrano diventare meno importanti quando abbiamo soddisfatto i nostri bisogni materiali primari: mangiare, bere, vestirsi, crescere i figli, mantenere la famiglia. La piramide di Maslow sui bisogni insegna.
La realtà sostanziale è profondamente diversa. E molti non l’hanno ancora compresa. In un mondo interdipendente che scambia e condivide la conoscenza in Rete, la realtà è una sola: le gerarchie sociali ed intellettuali contano molto di più delle gerarchie economiche. La quota sproporzionata e assolutamente asimmetrica dei pochissimi che hanno un’influenza intellettuale sul sistema nel suo complesso è molto più inquietante della distribuzione iniqua della ricchezza perché, a differenza dei gap economici, nessuna politica economica e sociale può eliminare questa iniquità nel breve periodo.

La gente vive più a lungo e meglio nelle società dove l’economia basata sulla conoscenza è più sviluppata. Tutti i dati raccontano che chi si trova in una società dal dislivello culturale più accentuato vive meno, a prescindere dalla sua condizione economica. È uno dei passaggi fondamentali per comprendere l’evoluzione del capitalismo: la condivisione in rete è l'unico processo che resiste all'erosione entropica della complessità in un mondo che è sempre meno prevedibile e controllabile. Ad esempio, e nonostante tutto, web e social media sono mezzi di enorme importanza per la promozione di un dibattito democratico, anche se spesso degenerano in chiacchiere insensate e in sale “insonorizzate” dove gruppi di persone che la pensano allo stesso modo parlano solo con se stessi ed inveiscono contro i loro avversari ideologici.

Reddito di cittadinanza, salario minimo legale, quota 100 e flat tax sono gli esempi lampanti. Li dovrebbero chiedere i sindacati, le associazioni imprenditoriali o le reti di rappresentanza, non i partiti politici

Ma la trasformazione in corso è ancora più profonda. Nel paradigma economico, sociale ed organizzativo del passato esistevano responsabilità e ruoli chiari, sia gerarchici che istituzionali. In questo nuovo mondo a rete, le linee di demarcazione fra settori e Istituzioni stanno svanendo. Le organizzazioni no-profit si comportano sempre più come start-up imprenditoriali. Le imprese stanno assumendo alcune funzioni che prima erano tipicamente pubbliche. I governi sono inseriti in un mondo globale di poteri e influenze contrapposte e tendono a sostituirsi ai meccanismi rivendicativi, un tempo tipici del sistema della rappresentanza. Facciamo un esempio concreto: reddito di cittadinanza, salario minimo legale, quota 100 e flat tax sono gli esempi lampanti. Li dovrebbero chiedere i sindacati, le associazioni imprenditoriali o le reti di rappresentanza, non i partiti politici, la maggioranza di governo o la minoranza di opposizione. Si tratta di un’inversione epocale che ridetermina i ruoli strategici dell’economia e della società.

Senza dimenticare che gran parte delle persone non è consapevole di come costruire piattaforme collaborative efficienti. E quasi tutti, invece, si cullano invece nei soliti compartimenti stagni (quasi sempre non permeabili tra settori) che inibiscono collaborazione, apprendimento e progresso. È per questo che la collaborazione rappresenta un’alternativa convincente ai sistemi di gestione gerarchici e autoritari, o anche solo “semi-rappresentativi” tipici del ‘900. E questo anche se il rischio più grande è che i vecchi sistemi organizzativi crollino prima che ne sorgano di nuovi al loro posto. Senza dimenticare che, per fare competizione collaborativa, bisogna rinunciare al controllo. Se non si possono comandare e controllare i clienti, i collaboratori di talento, i sistemi, altrettanto possiamo dire per il resto del mercato: cittadini, utenti, punti di connessione che operano nei social network.

E non ci saranno settori immuni. Tutti i sistemi in gioco (che siano i trasporti, i media, la sanità, l’energia, le università, ovvero gli stessi governi) devono trovare il coraggio e la creatività necessari per reinventarsi, usando la tecnologia e la collaborazione come elementi agevolanti e motori di cambiamento, con il fine ultimo di offrire risultati migliori ai cittadini e agli utenti.

Non si tratta di fare piccolo cabotaggio sotto costa. Bisogna uscire in mare aperto per vivere e sperimentare nuovi modelli di architettura collaborativa. Quelli del “fare rete”, a costo di rischiare, sempre e comunque. I modelli vincenti del futuro.

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