l’indagine
16 Maggio Mag 2019 1612 16 maggio 2019

Consumi, gli imprenditori italiani non hanno fiducia nella ripresa

Secondo la ricerca Nielsen presentata al convegno Linkontro organizzato a Santa Margherita di Pula, i dati registrano una leggera crescita dei consumi. Ma non è tutto oro quello che luccica, specie alla vigilia di un aumento dell’Iva (e chissà cos’altro)

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da Pxhere

Le vendite aumentano, i consumi anche. Ma non è il momento di farsi illusioni. Secondo la ricerca presentata a Santa Margherita di Pula in occasione del convegno annuale Linkontro, organizzato da Nielsen, il periodo gennaio-aprile 2019 ha fatto registrare dei risultati positivi. Numeri buoni, prospettive interessanti, qualche respiro di sollievo. Il fatturato delle vendite del settore alimentare nel largo consumo è cresciuto del 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2018. E se si considera anche il non alimentare (che fatica di più) si arriva al 2,0.

Non solo: scendendo nello specifico, si nota che più o meno tutti i reparti hanno avuto un rialzo: +3,9% per frutta e verdura, +1,2% per il fresco, salgono anche pescheria (3,9%) e carne (3,2%). Cresce anche il Sud, che ha conosciuto un boom nelle settimane pasquali (+3,06% in confronto alla Pasqua 2018) e un continuo incremento nei mesi restanti: +2,6%.

E allora, cosa c’è che non va?

Prima di tutto, la questione della fiducia dei consumatori. Secondo le rilevazioni è stabile, con un calo quasi impercettibile di un punto rispetto all’ultimo trimestre del 2018: da 69 a 68. Una tendenza che, del resto, accomuna l’Italia agli altri Paesi europei (anzi, la Spagna cala di più mentre la Francia recupera terreno). In sé, non è male. Ma se si mette a confronto la fiducia dei consumatori con quella delle imprese si nota una forbice sempre più ampia. Si può notare anzi che dall’estate 2017 i due indici abbiano cominciato a muoversi seguendo linee separate, anzi opposte. I consumatori tendevano a essere molto più positivi, mentre le imprese – cioè gli investitori – seguivano il trend opposto.

Una spaccatura che non può lasciare tranquilli. Da un lato, come spiega Romolo de Camillis, Retailer Servies Director di Nielsen Italia, «gli analisti tendono a dare maggior credito alle imprese, che almeno in teoria dovrebbero vedere più lontano rispetto ai consumatori». Ma soprattutto, «mancando la fiducia, verranno meno gli investimenti». Tradotto: saranno i consumatori a dover rimanere delusi.

Un altro aspetto di un certo interesse è il boom dei discount (a scapito di altre forme di distribuzione, in particolare gli iper, in crisi da anni) all’interno di un quadro frastagliato in cui la competizione è sempre più complessa. In crescita da cinque anni, il discount «inizia a configurarsi come un vero e proprio competitor»: il 34,2% degli utili di tutto il settore è suo, così come il 25,7% dei volumi e il 18,5% del valore.

Il discount non è più visto come un «supermercato per i poveri, bensì come un’alternativa». Adesso anche «quelli che appartengono a classi sociali più alte fanno la spesa lì»

Merito, senza dubbio, delle sue continue innovazioni: «Rispetto a 20 anni fa», continua De Camillis, «è molto cambiato: il discount ha introdotto il fresco, che prima non c’era e adesso è il 35% delle sue vendite, ha migliorato l’aspetto dei suoi ambienti, ha comunicato un messaggio diverso – con un assortimento, come è ovvio, minore rispetto a quello di ipermercati e supermercati». Ma c’entra anche il fatto che, come spiega a margine a Linkiesta l’ad di Nielsen Italia Lauren Zeller, la gente «deve badare a come spende».

Non è una notizia, certo. ma nonostante le buone cifre delle vendite, l’economia non è (ancora) tornata a girare e occorre sempre farsi i conti in tasca. Anche se, spiega Zeller, anche in Italia è in atto quello che in Francia si può già notare da almeno tre anni: il discount non è più visto come un «supermercato per i poveri, bensì come un’alternativa». Sono in aumento «quelli che appartengono a classi sociali più alte che fanno la spesa lì». Da un lato, è cambiata la percezione rispetto al discount stesso, anche grazie alla migliore qualità dei suoi prodotti. Dall’altro anche gli status symbol: andare a fare la spesa a un Aldi o a un Lidl con la Ferrari, per estremizzare il concetto, non è più un’idea assurda. Anzi.

Il ragionamento, però, è accompagnato anche da un’altra tendenza: il maggior peso dei consumatori “golden”, cioè ad alto valore, e quello dei “Low Price”, che invece spendono poco per cose di minor qualità.

È una polarizzazione tra altissimo e molto basso, sempre in crescita negli ultimi anni. Se non va a riflettere la scomparsa del ceto medio, di sicuro ne ritrae, per dirla con Zeller, «un suo restringimento».

E allora c’è poco da star sereni. Visto il probabile, quasi annunciato, aumento dell’Iva, cui i consumatori reagiranno “comprando più prodotti a prezzi scontati”, e considerato l’annunciata, ma meno probabile, chiusura domenicale dei supermercati, le prospettive non sembrano buone. Forse hanno ragione gli imprenditori: avere fiducia, oggi come oggi, nel futuro, se lo possono permettere solo quelli che non conoscono la realtà. O, per dirla con de Camilli, «quelli che sono i destinatari delle principali iniziative del governo attuale: i cittadini e non le imprese».

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