padroni a casa nostra
16 Maggio Mag 2019 0704 16 maggio 2019

La vera minaccia alla nostra sovranità è il debito pubblico. Tutto il resto non conta nulla

Con un debito oltre il 130% del Pil, ogni piccola turbolenza politica è un terremoto. E rischiamo di morire soffocati dagli interessi da pagare. Ma fino ad ora da parte del Governo la strategia è stata una sola: nascondere la testa sotto la sabbia

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Alberto PIZZOLI / AFP

Chiedete in giro, se volete, a qualche amico straniero: siamo l’unico Paese al mondo in cui esiste uno spauracchio chiamato spread. O, se preferite, in cui il differenziale tra il tasso d’interesse tra i titoli di stato nazionali e quelli tedeschi assurge a variabile fondamentale nel determinare i destini politici del Paese. Lo diciamo per dare la dimensione di quanto il nostro gigantesco debito pubblico - attualmente pari a 2.358,8 miliardi di euro, il 132,2% del nostro prodotto interno lordo - sia il cuore dei problemi dell’Italia, il fardello che inibisce ogni possibilità di cambiamento, la questione numero uno che dovremmo affrontare, se fossimo un Paese serio.

Buoni ultimi, ora sono Lega e Cinque Stelle a farci i conti, proprio loro che per anni ci avevano raccontato che non sarebbe stato un problema farlo crescere ancora, che il bello dei debiti pubblici è che non si estinguono mai, che per crescere tocca indebitarsi ancora più di quanto lo siamo ora. Non avevano fatto i conti con l’oste, nemmeno loro: con un debito oltre il 130% del Pil, ogni piccola turbolenza politica è un terremoto, ogni segno di nervosismo dei mercati si tramuta in una crescita dei tassi d’interesse. E ogni crescita dei tassi aumenta il costo di rifinanziamento del nostro debito pubblico, la nostra mole di interessi da pagare, attualmente pari a 68,9 miliardi di euro, il 4% del Pil, più o meno quanto l’Italia spende in istruzione, come ha recentemente ricordato Pierre Moscovici.

Con un debito oltre il 130% del Pil, ogni piccola turbolenza politica è un terremoto. Ogni segno di nervosismo dei mercati si tramuta in una crescita dei tassi d’interesse. E ogni crescita dei tassi aumenta il costo di rifinanziamento del nostro debito pubblico

È come un nodo scorsoio che si stringe sempre di più, al collo della politica. Salvini minaccia di sforare il 3%? Tria paventa un aumento dell’Iva? Giorgetti evoca la crisi di governo? Lo spread sale e gli effetti di annunci che lasciano il tempo che trovano, e che a volte servono solo per riempire le pagine dei giornali, ce li ritroviamo nel conto da pagare ai mercati e alla loro sfiducia nei confronti dell’Italia. Giusto per dare due cifre: secondo l’osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli, i soli primi sei mesi di governo gialloverde, dalla querelle Savona al braccio di ferro con la Commissione Europa per la legge di bilancio, hanno portato in dote, per il solo 2019, 1,5 miliardi di spesa aggiuntiva per interessi sul debito. Per il quadriennio 2018-21 la maggior spesa cumulata è di oltre 4 miliardi. Tanto per essere chiari: sono soldi che toccherà pagare, o con tasse in più, o con servizi in meno.

Non è una questione di fare il tifo per lo spread o meno. È l’attestazione, cari sovranisti alle vongole, che ciò che ci rende sempre meno padroni a casa nostra è il debito pubblico che abbiamo sulle spalle. Esempio stupido: basta un outlook negativo di un’agenzia di rating, una previsione nefasta dei nostri indici di crescita, o la dichiarazione di un politico estero qualunque che esprima dubbi sulla nostra capacità di rifinanziarci, e si balla come su una nave in tempesta. Sinceramente: quanto pensate che possa contare, sullo scacchiere internazionale, un Paese così esposto alle turbolenze? Quanto pensate possa battere i pugni sul tavolo, in Europa? Quali margini di manovra pensate possa avere, per aumentare la propria competitività sui mercati internazionali?

O decidiamo di prendere il toro per le corna e di ridurre drasticamente il nostro debito pubblico, in qualunque modo. Oppure decidiamo di puntarlo alla tempia del resto del mondo, con tanti auguri. L’unica cosa che non possiamo fare, spiacenti, è ignorarlo

Delle due, una. O si trova il modo di affrontare questo mostro che abbiamo in salotto, che minaccerà sempre di più la nostra sovranità, oppure ci ritroveremo ben presto - e già lo stiamo facendo in realtà - a usare il nostro default come minaccia per la stabilità economica altrui: dateci quel che volete o facciamo saltare per aria tutto, come una banda di rapinatori asserragliata in banca con gli ostaggi. Abbiamo due strade davanti a noi, e forse è davvero l’ultimo brandello di sovranità che ci rimane: o decidiamo di prendere il toro per le corna e di ridurre drasticamente il nostro debito pubblico, in qualunque modo. Oppure decidiamo di puntarlo alla tempia del resto del mondo, con tanti auguri. L’unica cosa che non possiamo fare, spiacenti, è ignorarlo.

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