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17 Maggio Mag 2019 0600 17 maggio 2019

“Frankenstein” di Mary Shelley? All’inizio era considerato un libro scientifico

Altro che capostipite dell’horror: il romanzo della scrittrice inglese nasceva da premesse culturali e scientifiche molto attuali, come il galvanismo e il sogno, all’epoca di moda, di far tornare a vivere le persone con l’elettricità

Frankenstein-1831
da Wikimedia

Quando la scrittrice britannica Mary Shelley scrisse “Frankenstein” nel 1818, gli argomenti di cui trattava non erano considerati letteratura, o il prototipo dell’horror, bensì scienza. Anzi, era visto come un romanzo che anticipava scoperte ormai dietro l’angolo.

Ma come è possibile che resuscitare i morti con l’elettricità fosse considerata una cosa seria? Bisoga riannodare il nastro e, prima di tutto, ricordare che ormai da un secolo gli avanzamenti in campo scientifico, fisico e chimico, avevano portato alla ribalta discussioni e temi di riflessioni importanti: cosa separa la vita dalla morte? E quando un essere vivente può davvero essere considerato morto

Un dibattito reso ancora più interessante perché, nelle nuove teniche per salvare la vita degli annegati (ma allora si pensava: resuscitare gli annegati) erano state introdotte la respirazione bocca a bocca e la stimolazione elettrica. È il galvanismo.

Come tutti sanno (e come questo video di Vox si premura di spiegare), la diffusione delle scoperte condotte dallo studioso italiano Giovanni Galvani cambiò il mondo. Lo scienziato (anche se all’epoca non esisteva la parola) era riuscito, attraverso delle scosse elettriche, a far muovere le zampe di rane morte. Suo nipote Giovanni Aldini, con lo stesso metodo, aveva fatto muovere la lingua e gli occhi di teste di mucche tagliate. L’elettricità, ormai vista come il nuovo “spirito vitale” che scorre nelle vene degli esseri viventi, apriva l’immaginazione a pensieri fino a quel momento mai tentati: era possibile resuscitare una persona applicando scosse elettriche?

La risposta la diede lo stesso Aldini, che nel 1803 recuperò il cadavere di un uomo ucciso (con esecuzione capitale) e tentò, davanti a un pubblico di curiosi, di farlo tornare in vita applicando sensori elettrici in vari punti del corpo.

Come è evidente, l’esperimento fallì, anche se – sottolineò lo studioso nella sua relazione – “un occhio si aprì”. Il cuore, che era la pompa vitale, non era tornato a battere. L’esperimento non aveva dato i risultati sperati, ma nessuno aveva perso la fiducia. Nemmeno la scrittrice Mary Shelley, che due anni dopo la pubblicazione delle ricerche di Aldini, considerava ormai vicina, anzi prossima, la possibilità di far rivivere una persona soltanto con una adeguata somministrazione di scosse elettriche. Il suo libro, che oggi con sguardo retrospettivo viene visto come una storia di mostri (dai connotati filosofici più profondi) in realtà nasceva dai dibattiti scientifici più d’attualità. Più o meno come fanno oggi gli scrittori che indagano i temi del transumanismo. O, con meno originalità, dell’Industria 4.0.

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