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18 Maggio Mag 2019 0600 18 maggio 2019

Erlin Kagge: “Il modo migliore per ritrovare se stessi? Non scegliere mai l’opzione più semplice”

Secondo l’esploratore norvegese Erlin Kagge, la società attuale ha annullato la fatica, accorciato le distanze, svuotato di senso l’esistenza. Per riappropriarsi di sé bisogna concentrarsi, cambiare spesso e trovare idee nuove, anche difficili

kagge
da Vimeo

“Per andare al Polo Sud bisogna mettere un piede davanti all’altro, fino a quando non si arriva”. Non è una battuta, ma la risposta serissima che l’esploratore norvegese Erlin Kagge, il primo uomo che ha raggiunto il Polo Nord senza cani, slitte o un team e anche il primo che ha completato la sfida dei tre poli (Polo Nord, appunto, Polo Sud ed Everest): “Non c’è niente di razionale nel voler andare in questi posti”, dice. Ma lascia capire che, al tempo stesso, non ci sia niente di razionale neanche nel fare, ogni giorno, la spola casa-lavoro-casa.

In comune tra le due cose, dice lui, c’è il fatto che in entrambi i casi si può camminare. “Il problema è che questa società “della comodità” ha ridotto i tempi e le fatiche degli spostamenti. Ma al tempo stesso li ha privati di vita”. Significa che è vero, il taxi permette di fare in cinque minuti la strada che si farebbe in venti. E che i mezzi permettono in mezz’ora di attraversare una città che, a piedi, ne richiederebbe due. Si risparmia tempo, certo. Ma cosa si perde? In “esperienza”.

“La routine è la cosa più semplice di tutte: fare la stessa cosa ogni giorno. Ti svegli, fai colazione, prendi i mezzi e vai in ufficio. È facile diventarne schiavi”. Al tempo stesso, però, “capisco che, dovendo lavorare, è quasi inevitabile ripetersi. Eppure esiste la possibilità di avere una vita più ricca”. Cioè, intervenendo sulle routine.

Secondo Kagge chiunque, senza dover andare fino al Polo, può riempire le giornate di novità, imprevisti ed esperienza. Ad esempio, “andando a piedi”. L’abitudine di usare mezzi “ha abituato le persone a isolarsi, a considerarsi estranei rispetto al contesto. Si può andare da New York a Parigi in poche ore, ma tutto quello che ci si perde guadagnando in velocità si perde in esperienza”.

Affrontare ogni chilometro ha un senso profondo, prima di tutto nei confronti di se stessi. “Ci si ritrova”, spiega. Non è un concetto esoterico: la vita di corsa, gli impegni fitti, la velocità diventata vocazione, quasi culto, hanno come risultato una una cosa sola: l’oblio di sé. “Cui si accompagna una abitudine perniciosa: scegliere sempre l’opzione più semplice”. La società attuale “mette a disposizione la possibilità di non fare fatica, di evitare gli scontri e le frizioni, di non perdere tempo. Ecco, io credo che fare la scelta più semplice sia spesso un errore: è meglio andare dall’altra parte, cioè quella più difficile. Questo permette di mettere la giusta distanza tra desiderio e risultato: la fatica”.

E allora, per dare l’esempio, quando si trova sotto stress e pieno di pensieri, propone un trucco: “Salire le scale all’indietro”. In quella situazione il cervello smette di vagare e si concentra sull’operazione. È in quel momento che divento preente nella mia vita”. Come è ovvio, è una cosa da fare in casi rari. Soprattutto, “senza essere visti da nessuno”.

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