fare cassa
18 Maggio Mag 2019 0600 18 maggio 2019

Ma quando si è cominciato a far pagare il parcheggio delle automobili?

Un’idea nata negli Usa che avrebbe garantito più entrate nelle amministrazioni locali. All’inizio non fu presa molto bene (ci furono tante cause) ma alla lunga si sono potuti vedere i suoi effetti positivi

Parking Meter
da Pixabay

Come tante cose della modernità, anche il parcheggio a pagamento proviene dagli Stati Uniti d’America. Il primo, come attesta questo numero della Bulletin of the National Tax Association, risale al 1935 ed è stato introdotto a Oklahoma City nel gennaio di quell’anno. “Un sistema chiamato Park-O-Meter”, progettato “per assicurare ricavi [alle istituzioni] chiedendo agli automobilisti che parcheggiano la macchina nella zona cosiddetta Park-O-Meter di depositare nel contatore, ben fissato sul marciapiede vicino, la cifra richiesta per il numero di minuti di parcheggio permesso in quell’area”. Un meccanismo noto a tutti ma che, all’epoca, si presentava come una ingegnosa novità, e molto efficace: “Ha funzionato così bene che presto ci saranno altri 300 nuovi dispositivi che si assommeranno ai 174 già in uso”.

Del resto, oltre al mito dell’efficienza, gli Usa ci hanno regalato anche quello della novità. Rispetto ai “vecchi tempi”, continua a spiegare il Bollettino ai lettori (cioè uomini delle istituzioni sempre avidi di conoscere nuovi sistemi per fare cassa), “i cavalli venivano legati ai pali appositi, e non c’era nessuna tariffa da pagare. In questi tempi moderni, invece, il nostro sostituto del cavallo si deve recare dal Park-O-Meter, pagare il dovuto e restare parcheggiato in modo del tutto legittimo. Almeno fino a quando il contatore non emette un segnale per richiedere un altro pagamento”.

L’idea, come è ovvio, venne adottata in poco tempo anche in altre città degli Stati Uniti e, poi, anche del resto del mondo. Gli amministratori californiani, sempre per restare in ambito americano, erano raggianti. Nel 1941 il parchimetro rappresentava per loro “la più grande invenzione stradale dopo il semaforo”.

Certo, non era tutto perfetto. Come fece notare lo studioso di tassazione e di implementazione urbana William H. Orrick, le nuove macchine richiedevano l’assunzione di nuovi vigili urbani per assicurare che i cittadini rispettassero i pagamenti. E i cittadini più agguerriti avevano anche fatto causa al Comune, ritenendo il sistema di pagamento illecito. I tribunali diedero torto ai cittadini e ragione alle amministrazioni, ma sancirono un principio fondamentale: i soldi acquisiti attraverso i parchimetri sarebbero serviti solo alla manutenzione dei parchimetri. E così, da strumento per far cassa, si trasforma in un sistema per scoraggiare l’utilizzo delle vetture nelle aree urbane.

Da quei tempi, insomma, non è cambiato poi tanto. A parte l’inondazione di automobili che ha colpito le città occidentali (ma anche quelle orientali), e che ha portato di nuovo a galla questa forma di controllo del traffico: da un lato, appunto, per contenere l’utilizzo dei mezzi privati in aree e spazi limitati. Dall’altra anche per combattere lo smog nelle città. Oggi, come si scrive qui, gli economisti sono tutti d’accordo su un principio: sarebbe irresponsabile non far pagare i parcheggi agli automobilisti. Troppe auto portano inquinamento, traffico, stress. E peggiorano, almeno nei centri urbani, la qualità della vita.

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