l’intervista
20 Maggio Mag 2019 0600 20 maggio 2019

De Masi fa a pezzi Bolsonaro: “Il Brasile è nelle mani del nuovo fascismo. E presto toccherà anche all’Italia»

Il sociologo italiano, noto per le sue provocazioni sul tema del lavoro della tecnologia, ha un lungo e ricambiato rapporto d’amore con il Paese carioca. Ora in una fase infelicissima della sua storia, segnata da colpi di stato “post-industriali” guidati da potenze straniere

Domenico_de_masi
Dalla pagine Facebook di Domenico De Masi

Una cittadinanza onoraria brasiliana, una frequentazione con il Paese trentennale, in cui vanta conoscenze ai più alti livelli: presidenti, ex-presidenti, giornalisti. Domenico De Masi, sociologo italiano celebre per la definizione di ozio creativo, ha anche un rapporto d’amore lunghissimo e ricambiato («Leggono molto i miei libri») con il mondo carioca.«Ero grande amico di Oscar Niemeyer, il celebre architetto. Mi ha regalato il progetto dell’Auditorium di Ravello – si può dire che abbia lavorato sei mesi per me. E mi sembra un indicatore di amicizia forte». Presente anche lui alla convention Linkontro, organizzata a Santa Margherita di Pula da Nielsen, fa un balzo sulla sedia di fronte ai dati di una ricerca sulla felicità. I norvegesi, dice lo studio, sarebbero i più felici. E i brasiliani sarebbero i più infelici. «Mi pare proprio strano», sorride

Magari confondono felicità con benessere...
No no, penso che sian proprio sbagliate le ricerche.

Il Brasile però non sta passando un buon momento.
Questo è vero. Sempre per citare la ricerca, io spero che in futuro diventi un po’ meno infelice. In questo caso infelicità significherebbe prendere atto della sciocchezza che hanno fatto: cioè che un militare fascista adesso siede al Palacio da Alvorada, uno dei più begli esempi di archiettura del Paese (sempre di Niemeyer), e residenza ufficiale del Presidente della Repubblica brasiliana. Mentre Lula sta in una cella di quattro metri per cinque. Spero che capiscano l’assurdo che hanno creato. Anzi, che ha creato soprattutto la sinistra. Prima la classe dirigente, governando con notevole corruzione. Dopo, la classe degli elettori, cioè il popolo di sinistra, che ha votato scheda bianca o ha scelto l’astensione, favorendo la salita al potere di un fascista.

Ho incontrato Lula. È in una cella di quattro metri per cinque. Lui per tutta la vita è stato una persona attiva, ha fatto centinaia di cose, è stato due volte presidente della Repubblica. Adesso si ritrova in un buco, con un lettino piccolo piccolo, un tavolinetto di plastica, sgangherato. E con una solitudine totale

Lei ha detto che si è trattato di un colpo di Stato. Ma di un tipo nuovo, post-industriale.
Esatto. Ha una modalità diversa. Si comincia con dei moti di piazza, che creano disorientamento e a volte paura. Sono movimenti aizzati, pilotati: nel 2013 in tutto il Brasile c’erano piazze occupate, strade bloccate. Prima gli insegnanti, poi gli studenti. Ma non si capiva bene l’origine delle manifestazioni, chi ci stesse dentro, chi ci stesse dietro.

Poi c’è il secondo passo.
I magistrati, ovviamente. Cominciano ad arrestare uno a uno i potenziali nemici del golpe, favorendo la creazione di un nemico comune – il politico corrotto. Il terzo passo è una buona piattaforma: Bolsonaro è posizionatissimo, sia su Facebook che su LinkedIn, con una buona strategia. E infine arrivano le elezioni, che consegnano come un frutto maturo il potere nelle mani di chi ha attuato questa strategia. Sono golpi diversissimi da quelli “industriali”, fatti con i carri armati e il manganello. Questi arrivano a buon fine, diciamo così, senza che la maggioranza se ne accorga. Quando se ne accorge, è troppo tardi.

Nuova maniera. Però nel governo Bolsonaro l’esercito c’è sempre.
Sì, ma comunque in maniera post-industriale. Per paradosso, gli ufficiali dell’esercito che adesso sono ministri del governo appaiono perfino più equilibrati, specie in confronto con il ministro della Pubblica Istruzione, Abraham Weintraub. Non è militare ma ha assunto posizioni assurde, riducendo i finanziamenti alle università pubbliche del 30%, dichiarando di voler eliminare filosofia e sociologia, considerate inutili. Le stesse cose che facevano i colonnelli in Grecia nel ’67. Che si può pensare di tutto questo?

Sulla questione della corruzione, il magistrato Sérgio Moro, che ha condotto le indagini che hanno falcidiato gli avversari di Bolsonaro, è stato nominato ministro.
Prima delle elezioni, un giornale brasiliano mi aveva già sottoposto la questione, proponendo un parallelo tra Moro e Di Pietro. Io dissi, come consiglio, a Moro, di non fare mai come ha fatto il suo presunto omologo italiano, cioè: non entrare in politica. Ora non solo è diventato ministro, ma presidia ben due ministeri che sono stati riuniti apposta per lui: quello della Giustizia e quello della Sicurezza nazionale. Adesso è il ministro più potente del governo.

Nel vademecum del colpo di Stato l’Italia è solo due fasi indietro rispetto al Brasile: ma ci si arriverà, se si continua di questo passo. Abbiamo avuto: i movimenti di piazza, una magistratura che è intervenuta in modo pesante, la paura di un nemico fittizio che è l’immigrato

Ma il Brasile “infelice” che si risveglia che prospettive ha, allora?
Le prospettive ci sono sempre. A una fase di dittatura segue sempre una fase di democrazia. Il problema è il durante. I golpisi che hanno preso il potere nel ’64 sono rimasti fino all’85: una intera generazione che ha subito esili, torture, omicidi. Penso ad amici come José Serra, o Fernando Henrique Cardoso, che è stato presidente per due mandati e che ho incontrato pochi giorni fa per un pranzo.

Cosa dice Cardoso della situazione?
È preoccupatissimo. Lui è figlio e nipote di generali, viene da una famiglia di generali e sa bene il pericolo che si corre in questi casi. Lo ha dichiarato anche in un’intervista rilasciata al più importante e prestigioso giornalista televisivo del Paese, Roberto Davila – è un format che dura 40 minuti, approfondito. Poi la registrazione viene diffusa più volte, in diversi momenti della giornata.

Lei ha detto di avere incontrato anche Lula, in carcere.
Sì, sono rimasto un’ora, perché lui può ricevere una/due persone al massimo (sono andato con mia moglie) per un’ora alla settimana. Quindi lui sta sempre in completa solitudine. Potrebbe ricevere, il lunedì, anche il cappellano. È una cella di quattro metri per cinque, destinata a una persona che per tutta la vita è stata attiva, ha fatto centinaia di cose, è stata due volte presidente della repubblica, e adesso si ritrova in un buco, con un lettino piccolo piccolo, un tavolinetto di plastica, sgangherato. E con una solitudine totale.
Bisogna pensare che Lula non è un intellettuale, non è Gramsci, che si mette a leggere e scrivere, per cui. Io gli ho portato un libro, lui mi ha ringraziato, ma si affatica molto a leggere. Per cui è un carcere al cubo. E se uno pensa che un Paese bello, potente e straordinario come il Brasile abbia, adesso, al Alvorada uno come Bolsonaro e in galera uno come Lula, ci si rende conto della follia.

Cosa vi siete detti?
Abbiamo parlato di molte cose. Di come avviene un golpe, perché lui si reputa – ma lo è – vittima di un golpe. Messo in galera due mesi prima delle elezioni, quando lui ha il 38% dei voti e Bolsonaro il 12%, quindi vincitore strasicuro. Arrestato perché non minca. E perché avrebbe ricevuto un appartamento in un quartiere ultrapopolare di una mediocre località balneare, che non è neanche suo e che lui non ha mai comprato. Questo rende l’idea: uno che è stato a capo della settima potenza industriale si fa corrompere con un appartamento fetente in un quartere popolare? È chiaro che dietro c’è un disegno, una politica planetaria gestita dagli Stati Uniti.

In che senso?
Il figlio di Bolsonaro è molto amico di Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump, che ha dato i suoi consigli per le elezioni. E Bannon è lo stesso che oggi è molto attivo in Italia: ha stabilito che sarà il suo prossimo punto d’attacco.

Quindi questo golpe post-industriale potrebbe arrivare anche in Italia?
Ma guardi che l’Italia è solo due fasi indietro rispetto al Brasile, ma arriverà, se si continua di questo passo. Abbiamo avuto: i movimenti di piazza, una magistratura che è intervenuta in modo pesante, la paura di un nemico fittizio che è l’immigrato. Una paura creata ad arte per bloccare le masse e presentare il nuovo uomo forte che dice “Non aver paura, arrivo io a difenderti”. Bannon è qui, ha tutti gli onori, gli si fitta una abbazia a Trisulti – opera d’arte strepitosa – per 19 anni per farci una scuola di destra europea senza che nemmeno avesse le carte in regola. E aveva la lettera di raccomandazione di un cardinale, il che lascia vedere come si tratti di lobby che tagliano, in modo trasversale, il mondo religioso, politico e militare.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook