20 Maggio Mag 2019 0954 20 maggio 2019

Irene Tinagli: “Basta veti dai Paesi dell’Est, l’Europa si cambia con chi ci sta”

L'economista candidata per il Partito Democratico alle elezioni europee, prima donna nella circoscrizione nord ovest: “Sono Paesi a cui non importa niente dell'Europa: vogliono solo prendere i fondi europei che sono quattro volte quel che versano al bilancio comune. A cosa ci serve aspettarli?”

Irene Tinagli_Linkiesta
Foto tratta dal profilo Facebook di Irene Tinagli

«Il vero rischio è che l’Unione Europea venga smontata, anziché aiutata a crescere». Se c’è una cosa che accomuna i candidati alle prossime elezioni europee del 26 maggio è il senso dell’urgenza, la sensazione di essere - di poter essere - in qualche modo protagonisti di uno snodo storico, come soldati in trincea. Non fa eccezione Irene Tinagli, prima donna in lista del Partito Democratico nella circoscrizione nord ovest. Economista, professoressa universitaria giramondo, già deputata di Scelta Civica, poi Pd, da poco in libreria con “La grande ignoranza“ (Rizzoli, 2019), un saggio dedicato all’ascesa dell’ignoranza al potere in Italia, Tinagli ha la sua risposta: bisogna spingere fuori dall’Europa i Paesi dell’est, o perlomeno tenerli fuori da ogni futuro processo di integrazione continentale: «Bisogna abbattere il tabù dell’unanimità e del comune accordo tra 28 paesi e avere il coraggio di portare avanti una maggior integrazione con un gruppo più ristretto di Paesi europei», spiega.

Tinagli, teme davvero i sovranisti al potere in Europa?
Non credo che ci sarà una maggioranza sovranista in Europa, all’indomani delle elezioni del 26 maggio, ma credo che ci saranno comunque problemi.

Che generi di problemi?
Uno su tutti: che queste forze politiche, e i Paesi in cui sono maggioritarie, esercitino pressioni affinché si restituisca in mano agli Stati membri, quel poco che avevamo già messo in comune.

Loro direbbero: che problema c’è a ridare sovranità ai popoli?
Ci sono i problemi che vediamo ora, quelli di un’Unione bloccata dai veti incrociati e dagli interessi particolari. Da europeisti, non possiamo fare il loro gioco: il tracheggiamento è l’anticamera della disgregazione.

Perdoni, però. Se questo accade è per colpa di trattati europei che lo permettono, non dei sovranisti...
Certo. Io sono convinta che si debba prima di tutto rimettere mano alla governance dell'Europa, che andrebbe ridiscusso il modo in cui funziona, proprio attraverso la modifica dei trattati.

Cosa bisogna cambiare? I parametri di Maastricht?
No, dobbiamo abbattere l’idea che il consiglio europeo decida all’unanimità e che il suo parere sia vincolante e definitivo in ogni ambito. Bisogna avere il coraggio di portare avanti l’idea di una maggiore integrazione con un gruppo più ristretto di Paesi.

Chi ha in mente?
Ho in mente Francia, Germania, Italia il gruppo dei fondatori, allargato a quelli che più hanno premuto per far fare all'Europa qualche passo avanti. Se gli altri non ci stanno, lo facciamo noi, quelli che ci credono.

Sono Paesi che abbiamo integrato in modo molto repentino e che oggi, in molti casi, non rispettano i valori universali su cui si fonda dell'Europa, quelli della democrazia liberale e dei diritti delle persone

Irene Tinagli

Ce l’ha coi Paesi dell’Est europa?
Soprattutto con loro. Sono Paesi che abbiamo integrato in modo molto repentino e che oggi, in molti casi, non rispettano i valori universali su cui si fonda dell'Europa, quelli della democrazia liberale e dei diritti delle persone. Sono Paesi a cui non importa niente dell'Europa: vogliono solo prendere i fondi europei che sono quattro volte quel che versano al bilancio comune. Del resto, non ne vogliono sapere nulla. A cosa ci serve aspettarli?

La sensazione è che abbiamo aspettato pure altri Paesi, negli ultimi anni.
È vero: per diversi anni sono stati proprio i Paesi fondatori - Germania in testa, Merkel in testa - a temporeggiare, a temere un’ulteriore integrazione, a promuovere il metodo intergovernativo anziché quello comunitario. Però…

Però?
L’attuale rallentamento economico rappresenta paradossalmente il momento più favorevole per riuscire a negoziare con Francia, Germania e Spagna. Io credo che da questo punto di vista che sarebbero le condizioni per trovare una convergenza con questi Paesi e far fare un passo avanti all'Europa. Perché anche loro hanno bisogno di strade nuove e di nuovi spazi politici.
Parliamone, di queste strade nuove…
Io credo che una nuova Europa debba partire dalla difesa comune, da un maggior coordinamento delle politiche fiscali e dalla lotta all'elusione fiscale. E poi serve un bilancio dell'area dell'euro che ci aiuta a supportare le politiche sociali.

Tutto bello, però sono temi su cui non è semplice trovare un accordo: la Germania e i Paesi del nord sono contrari a un bilancio europeo. Ed è dura convincere Irlanda, Olanda e Lussemburgo sul tema del dumping fiscale.
Tutto vero, ma riducendo il perimetro e gli oggetti del contendere credo sia più semplice trovare compromessi. Poi è ovvio che sia una negoziazione politica in cui ognuno deve cedere qualcosa per ottenere qualcosa no. Per esempio, io credo che un po’ di flessibilità oggi possa anche interessare a una Germania che sta rallentando e che potrebbe beneficiare di mercati continentali che tornano a consumare e investire. Sul tema del dumping fiscale mi sembra che la Francia sia interessata come noi per cui potremmo fare un'alleanza con loro. E non dimentichiamo che nel 2012, per ottenere lo scudo anti-spread l'abbiamo messo il veto al bilancio europeo, facendo asse con la Spagna.

Francia e Germania tutto questo lo stanno già facendo con il patto di Aquisgrana. Il problema è che lo stanno facendo da soli. E insieme ai Paesi dell’est, si sono liberati pure di noi.
Non riesco a biasimarli. È anche colpa nostra che non ci siamo: nell'ultimo anno non abbiamo brillato in coerenza e diplomazia, diciamo.

E da novembre non avremo più nemmeno Mario Draghi alla guida della Bce...
È una fase di grande ricambio di leaderhship. Nei prossimi mesi perdere due baluardi dell’Europa che è stata: oltre a Draghi, anche la cancelliera tedesca Angela Merkel che non si ricandiderà.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz fu il primo a prendere le distanze dalla nostra legge di bilancio. Voglio proprio vederlo, lui e Orbàn ad aprirci le porte della flessibilità della comprensione. Come se poi il problema fosse solo la Commissione. Se il debito esplode, saranno i mercati a condannarci, non certo l’Europa

Irene Tinagli

Pensa che le nuove classi dirigenti saranno all’altezza della sfida?
Diciamo che forse anche la classe dirigente uscente non è stata sempre all’altezza delle sfide che le si sono poste. Angela Merkel è una grande statista, per carità, però ha fatto tanti errori anche lei.

Ad esempio?
L’ha ammesso anche Juncker: con la Grecia si è intervenuto tardi e male, con intenti punitivi. Certo, quando ti ritrovi davanti un Paese che dalla sera alla mattina si sveglia ti dice che ha truccato i bilanci non è facile sollecitare la solidarietà. Lungimiranza chiedeva che si evitassero misure punitive. Evidentemente, non siamo stati abbastanza lungimiranti.

Anche Draghi?
Draghi no. Lui davvero ha salvato l’Euro e l’Unione Europea.

Macron le piace?
Macron è molto preparato e molto europeista, ma a volte è un po contraddittorio nelle posizioni che prende. A me non sempre piace. Anche lui è un po’ ostaggio dei sondaggi a casa sua. Bilanciare la dimensione europea con quella nazionale crea sempre degli attriti. Ed è proprio per questo che dobbiamo rivedere la governance europea, per dare davvero più potere al Parlamento europeo e al processo decisionale europeo.

Gli stessi errori si potrebbero imputare a Renzi.
Devo essere sincera: in alcuni momenti io stessa non ho condiviso delle posizioni molto dure di Renzi a Bruxelles. Tuttavia, va riconosciuto a Renzi di essersi seduto al negoziato sulla base di riforme concrete. Battere i pugni sul tavolo dopo che hai provato a cambiare il tuo Paese è diverso: noi abbiamo fatto il Jobs Act, la riforma della scuola, industria 4.0. Avevamo i titoli per chiedere un po’ di più. Lega e Cinque Stelle hanno chiesto i soldi per politiche assistenziali da 55 miliardi in tre anni, hanno mandato a picco la crescita economica che eravamo faticosamente riusciti a promuovere e ci hanno condannati a un rapporto deficit/Pil che rischia di salire al 3-3,5%. Non è la stessa cosa. E se vincessero i sovranisti ne vedremo delle belle.

In che senso?
Nel senso che il cancelliere austriaco Sebastian Kurz fu il primo a prendere le distanze dalla nostra legge di bilancio. Voglio proprio vederlo, lui e Orbàn ad aprirci le porte della flessibilità della comprensione. Come se poi il problema fosse solo la Commissione. Se il debito esplode, saranno i mercati a condannarci, non certo l’Europa. Che servirà solo per trovare qualcuno a cui dare la colpa.

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