Verso il 26 maggio
22 Maggio Mag 2019 1300 22 maggio 2019

Pastorella (+Europa): “L’Europa che sogno? Aperta, digitale e sovrana”

Trentaduenne, milanese con esperienze all’estero, per Forbes è una tra i giovani italiani più influenti al mondo. Per l’Europa sogna riforme ambiziose: un CERN per l’intelligenza artificiale e una vera costituzione europea. I populisti? “Tradiscono anche loro l'idea di un’Europa fortezza”

Giulia Pastorella_Linkiesta

«Io mi sento cittadina europea, e mi piacerebbe che tutti potessimo sentirci tali, un giorno». Se si cercasse una persona in grado di rappresentare la cosiddetta “generazione Europa”, Giulia Pastorella sarebbe una validissima candidata. Milanese, trentaduenne, ha studiato a Oxford, Parigi, Londra e nel 2016 è stata scelta da Forbes tra i cinque italiani under 30 più influenti del mondo e lavora in Hp, dove si occupa di individuare una via green per la crescita dell’azienda. A proposito di candidature, Pastorella ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni europee per la lista di +Europa nel nord ovest, perché, spiega a Linkiesta, «queste elezioni sono il vero spartiacque dell’Unione: o la distruggiamo o cerchiamo di portarla avanti meglio di come abbiamo fatto sinora». Di sicuro, non per tracheggiare così com’è ora, «dominata da sentimenti emergenti di risentimento e di paura, strumentalizzati da forze politiche illiberali o, al peggio, non esattamente democratiche».

Pastorella, è colpa dello stallo europeo, se oggi i populisti sono tanto forti nel Vecchio Continente?
Non sarei così netta. Però è vero che le forze liberali, popolari e democratiche hanno spesso risposto ai populisti in un modo che a mio avviso può risultare controproducente.

Cioè?
Hanno sovente messo in discussione le premesse - “gli immigrati sono meno di quel che dite voi”, per esempio -, salvo poi lisciare il pelo a paura e risentimento, presentando l’Europa come un alveo di protezione dalla modernità, sia essa l’immigrazione o la digitalizzazione. Anche loro, a loro modo, tradiscono spesso un’idea di Europa Fortezza, tutta ripiegata su se stessa, anziché protesa verso l’esterno. Così facendo non fanno che portare acqua al mulino alle forze che vorrebbero combattere.

Che idea dovrebbero portare avanti, al contrario?
Io credo che la strategia vincente parta da un’idea di Europa come un luogo in cui si rispetta la persona, chiunque essa sia, da qualunque parte provenga. E la cosa che mi preoccupa è che oggi il problema più evidente dell’Europa è che non ha gli strumenti per far rispettare i propri valori nemmeno da tutti i Paesi che ne fanno parte, Ungheria e Polonia prima di tutti.

Non riesce a farsi rispettare nemmeno dai propri cittadini, l’Unione Europea. Gli anti-europeisti, in questi ultimi anni, sono cresciuti enormemente...
L'Europa era una opportunità quando i benefici erano evidenti, quando l’economia cresceva. Quando le risorse sono diventate più scarse, a causa della crisi economica globale prima, e dei debiti sovrani poi, le opportunità sono diventate minacce, l’Unione Europea è diventata il capro espiatorio perfetto per i Paesi che non volevano prendersi le loro responsabilità.

È colpa dell’Europa...
L'esempio classico sono i fondi europei. Sono un mare di soldi che perdiamo perché non li sappiamo usare, ma diamo la colpa all’Europa cattiva che ci impone l’austerità. Ma pensiamo a tutte le volte in cui i nostri politici vanno in televisione a raccontare come l’Europa dovrebbe cambiare, dove dovrebbe investire, e poi non si presentano alle riunioni che decidono il bilancio settennale dell’Unione.

“Le tasse le devono pagare tutti. Io la smetterei con questa demonizzazione delle multinazionali del tech e di parlare di web tax. Io credo che molto banalmente bisognerebbe tassare i profitti delle imprese là dove si originano, indipendentemente che siano digitali e digitali”

Giulia Pastorella

Che poi, i meccanismi decisionali dell’Unione sono soprattutto intergovernativi. Il parlamento e la commissione fanno, i capi di stato e di governo del consiglio europeo disfano…
Io non sono d’accordo nemmeno sul fatto che il consiglio europeo sia l’alibi per giustificare l’inazione. Sentir dire che si è fatto tanto, ma poi il Consiglio blocca tutto è una parziale mistificazione.

Cioè?
È tutto vero quando si dice che la riforma del Trattato di Dublino e quella sulla fiscalità si sono arenate in Consiglio, ma è anche vero che il problema è che in quelle materie l’Europa ha competenze del tutto accessorie rispetto a quelle degli Stati nazionali. Laddove l’Unione aveva piena sovranità ha prodotto politiche importanti e lungimiranti. Quel che voglio dire è che il problema non è l’architettura istituzionale dell’Unione, ma quali competenze dare all’Europa.

Di più, soprattutto.
Quando noi diciamo che vogliamo più Europa non diciamo che ci sta bene l'Europa che c'è adesso. Quello che noi diciamo è che è serve più Europa nelle aree di competenza che più delle altre. In ogni ambito in cui si creano paura e risentimento - dalle delocalizzazioni al tema fiscale, sino all’immigrazione - l’Europa ha pochissime competenze per legiferare e dovrebbe averne molte di più. Tornare alle piccole patrie ha pochissimo senso. Del resto, stiamo tutti alla fine combattendo con lo stesso obiettivo. Pensa al digitale...

In che senso?
La prima cosa da dire è che non ci sono abbastanza per risorse per la ricerca e l'innovazione, visto che competenza europea. È paradossale che l'Europa abbia così tante università e centri ricerca e fatichi così tanto a metterle a sistema. Siamo ancora al punto che ciascuna nazione cerca di essere un pochino migliore dell'altra. Ad esempio, dovremmo creare una sorta di CERN per l’intelligenza artificiale, invece ognuno ha il suo. Così separi le migliori menti del continente, moltiplichi i costi e non riesci a lavorare su grandi progetti. La ricerca vive di economie di scala.

Però è la Commissione Europea ad aver bloccato la fusione tra Siemens e Alstom per eccesso di posizione dominante sui mercati continentali...
A me questa retorica sui campioni europei ha un po’ stufato. O meglio, ha senso concentrarsi sui grandi, se poniamo la nostra attenzione anche ai piccoli, se vogliamo aumentare la competitività economica del continente. Anche perché, ricordiamolo, buona parte dell’innovazione in Europa è fatto da spin off, startup e piccole imprese che fanno da laboratori di ricerca per i grandi player, da cui successivamente vengono acquisite. Va rivisto il sistema di relazione tra università e impresa in un’ottica di formazione continua. Va rivisto il modello di commercializzazione dei brevetti fatti in partnership tra università e imprese.

Vanno pure fatte pagare le tasse ai giganti del web...
Le tasse le devono pagare tutti. Io la smetterei con questa demonizzazione delle multinazionali del tech e di parlare di web tax. Io credo che molto banalmente bisognerebbe tassare i profitti delle imprese là dove si originano, indipendentemente che siano digitali e digitali. Cercate di tracciare dove è tassabile in maniera giusta. Perché ci sono fior di aziende italiane in Lussemburgo e in Olanda, non solo i colossi della Silicon Valley. Detto questo non sono contraria a imposte europee figlie di direttive che vengono emanate che vanno direttamente a finanziare il bilancio dell’Unione. Pensiamo a una tassa minima sulle multinazionali, a un tassa minima sul carbone, alla stessa digital tax. Questo è quello che noi proponiamo nel nostro programma, del resto.

“Servirebbe un partito transnazionale, e infatti mi piace molto l’esperimento di Volt, che mi dispiace non si sia presentata a queste elezioni. In queste elezioni già ci sono due candidati transnazionali, ma sarebbe bello vedere già tra cinque anni affrontarsi dei veri partiti europei. Sarebbe la prova che ce la stiamo facendo, che abbiamo scelto di andare avanti, anziché tornare indietro”

Giulia Pastorella

Parliamo di fiscalità europea, quindi. Roba per cui andrebbero modificati i trattati. Credi ci sia bisogno di una revisione, nei prossimi anni? C’è chi vorrebbe riformare Maastricht, chi Dublino, chi addirittura Schengen.
Rivedere i Trattati? Una riforma ambiziosa dei Trattati ambiziosa potrebbe essere positiva per rilanciare il simbolismo dell'Europa, affinché torni a essere un progetto interessante anche per le nuove generazioni giovani. Dipenderà dalla forma che assumerà la Commissione Europea, ma soprattutto dai governi nazionali: sono loro che li devono recepire, votare, in alcuni casi sottoporli al vaglio di un referendum.

Credi che si debba “tornare a Maastricht“ come proponeva Renzi giusto un anno fa in campagna elettorale?
Parliamone, di Maastricht. Tutti si concentrano sui parametri su debito e deficit, ma il Trattato di Maastricht è quello che ha dato vita alla cittadinanza europea e all’Euro. È molto più di quel 3% e ridurlo a quello mi sembra scorretto. Io credo ci sia bisogno di una vera costituzione europea, quella che abbiamo abbandonato a metà strada qualche anno fa. Sarebbe bellissimo che questa costituzione potesse dar vita a una vera cittadinanza europea, tale per cui io non perda alcun diritto se passo il confine tra Francia e Italia, o viceversa.

Sul Trattato di Dublino che ne pensi?
Su Dublino, mi rifarei in maniera semplice la riforma dei Parlamento delle proposte che è stata bocciata in Consiglio che era molto equa perché basava la redistribuzione su criteri oggettivi di Pil e popolazione uniti a una mitigazione di questi criteri sulla base dei legami familiari del richiedente asilo. Trovavo che avesse un meccanismo molto buono di calcolo e il fatto che tutti i parlamentari si fossero messi d'accordo è indice di un buon compromesso. Ripartirei da lì.

Domandone finale: sei positiva sul futuro dell’Unione?
Sì. E il motivo è la consapevolezza dell’Europa che già sta emergendo in queste elezioni europee.

Spiega meglio...
La prova è che stiamo dibattendo di futuro dell’Europa e non solo di politica nazionale. C'è sicuramente una mal comprensione o non conoscenza dei meccanismi istituzionali europei, ma credo emerga anche la consapevolezza che queste elezioni siano uno spartiacque tra la distruggiamo o la portiamo avanti in maniera migliore. Si discute di questo, non del reddito di cittadinanza o di quota 100. Sono piccoli segnali, però. Bisogna fare tanti passi avanti.

Come si fa ad andare avanti?
Servirebbe un partito transnazionale, e infatti mi piace molto l’esperimento di Volt, che mi dispiace non si sia presentata a queste elezioni. In queste elezioni già ci sono due candidati transnazionali, ma sarebbe bello vedere già tra cinque anni affrontarsi dei veri partiti europei. Sarebbe la prova che ce la stiamo facendo, che abbiamo scelto di andare avanti, anziché tornare indietro.

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