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24 Maggio Mag 2019 0600 24 maggio 2019

La rivoluzione edilizia è già realtà: ecco tutte le case che producono energia invece che consumarla

Ad oggi, gli edifici contribuiscono per il 40% alle emissioni globali. In Italia, soprattutto, siamo campioni di edilizia vecchia e inefficiente. E nemmeno gli interventi di efficientamento energetico sono efficaci come dovrebbero. Le soluzioni, però, ci sono

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Photo by Breno Assis on Unsplash

Ha ragione Greta: abbiamo le soluzioni e non le stiamo applicando. E nell’edilizia è ancora più evidente. Nel 1984 Amory Lovins costruì in Colorado, una regione che passa dai -30° ai +40°C, pur con i materiali, le tecnologie e i costi dell’epoca, una casa in grado di produrre l’energia che consuma, aumentando comfort e benessere. Tanto da ospitare perfino un piccolo bananeto che produce banane tutto l’anno. Nel 1984 l’auto dell’anno era la Fiat Uno, usciva la prima versione di Windows e il primo Mac. In questi 35 anni tutto è cambiato, tranne le nostre case.

L’edilizia pecca di gravi ritardi: è uno dei settori a contribuire maggiormente alla crisi climatica, il penultimo ad affrontare la digitalizzazione dopo l'agricoltura, la caccia e la pesca, e tra gli ultimi per investimento in innovazione, tanto da registrare una produttività (cioè la capacità di produrre valore per ogni ora lavorata di un addetto) in decrescita quasi costante negli ultimi 50 anni. È per questo che l’edilizia rappresenta oggi una potenziale frontiera del cambiamento, una delle grandi possibilità per ridurre globalmente il potenziale climalterante.

Le emissioni dell’edilizia hanno una caratteristica: sono silenziose, non si accompagnano al fastidioso rumore dei motori a scoppio. Ma quando abbiamo la possibilità di vederle, sono impressionanti e rappresentano una delle principali direzioni di sviluppo per la sostenibilità delle città.

Serve radicalità, un netto cambio di passo. Un’idea del salto? Rispettare l’accordo di Parigi richiede fondamentalmente di dimezzare le emissioni ogni 10 anni da qui al 2050. PricewaterhouseCoopers ha misurato la loro riduzione effettiva nei 2 anni successivi agli accordi di Parigi (2016, 2017) con l’amara sorpresa che il tasso di decarbonizzazione complessivo del pianeta viaggia attualmente a meno della metà di quanto necessario per mantenere l’aumento del riscaldamento globale sotto i 2° C previsti. E questo dato è coerente con l’allarme lanciato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) che prefigura un aumento di 1,5 °C già per il 2030, perseverando con il “business as usual”. Il che significa che per gli edifici – che contribuiscono mediamente per il 40% alle emissioni globali – sono richiesti un impegno e finanziamenti eccezionali.

Per ogni minuto dei prossimi 30 anni, in Italia ci dovrebbe essere una casa riqualificata radicalmente, non come facciamo oggi. Ma ce la possiamo fare

I benefici fiscali in Italia per l’efficienza energetica degli edifici, Ecobonus e Bonus Casa, le cui importanti aliquote variano dal 50 all’85%, non sono coerenti con l’impegno che l’Italia ha preso a livello internazionale. Con REbuild abbiamo commissionato una valutazione degli impatti energetici e ambientali della maggior parte delle riqualificazioni incentivate includendo l’intero ciclo di vita dei prodotti utilizzati. Il risultato è catastrofico: gli interventi più numerosi, serramenti e caldaie, sono anche quelli meno efficienti dal punto di vista emissivo. In uno scenario a 30 anni un cambio dei serramenti non riduce neanche del 10% le emissioni dell’edificio e solo un intervento risulta pienamente coerente con l’accordo di Parigi: la riqualificazione globale involucro e impianto rappresenta però solo l’1% dei casi incentivati in Italia.

È necessario interpretare gli incentivi all’edilizia come un motore di trasformazione per nuove città e per una nuova filiera della costruzioni che, come dimostrano tanti esempi, è oggi possibile. In questi anni con REbuild Italia abbiamo raccolto una serie di casi nazionali ed internazionali per raccontare un presente capace di ispirare il futuro delle nostre costruzioni.

Un futuro innanzitutto decarbonizzato, come ci ha raccontato Vasakronan, una delle principali società immobiliare svedesi, che ha ridotto del 97% le emissioni del loro portafoglio di edifici in soli 6 anni aumentandone contemporaneamente la reddittività media. E in Germania anche il governo ha scelto questa strada, decidendo di trasformare il patrimonio immobiliare tedesco in un produttore netto di energia entro il 2050.

Dalla Norvegia l’esperienza di Powerhouse conferma la possibilità di realizzare nuove costruzioni che producono più energia di quella che consumano anche con il timido sole della Norvegia. Come accade anche per il Bullitt Center (“l’edificio commerciale più green del mondo”) che nella piovosa Seattle già dal primo anno di occupazione (2014) produce il 60% in più dell’energia necessaria. Una testimonianza del tipo di risultati che l’operatore immobiliare può raggiungere quando lavora su un prodotto edilizio innovativo, attraverso nuove piattaforme e con una filiera collaborativa e non competitiva.

E per le riqualificazioni? In Italia c’è un crollo in una scuola ogni 4 giorni, abbiamo il secondo patrimonio immobiliare al mondo per anno di costruzione con oltre 17 milioni di abitazioni che hanno più di 40 anni e che andrebbero riqualificate riducendo le emissioni dell’80% entro il 2050, coerentemente con l’Energy Roadmap europea. Significa che ogni minuto dei prossimi 30 anni in Italia ci dovrà essere una casa riqualificata radicalmente, non come facciamo oggi. Ma ce la possiamo fare. Come?

L’esempio viene dall’Olanda, dove da alcuni anni Energiesprong, un team no profit, sta guidando una rivoluzione in edilizia. Partiti nel 2010, hanno creato un nuovo mercato capace di riqualificare edifici in meno di dieci giorni, azzerando consumi e garantendo la “bolletta zero” per 30 anni in modo da poter finanziare la riqualificazione con la riduzione dei consumi e della manutenzione, come raccontato da Linkiesta. Un processo, già testato su 6.000 case e in rapida diffusione internazionale, reso possibile da una nuova concezione dell’edilizia che si sposta parzialmente dal cantiere alla fabbrica per aumentare efficienza e qualità del risultato, riducendo tempi, costi, sprechi e emissioni.

L’edilizia del futuro sarà quindi industrializzata e per l’Italia ibridare l’edilizia con le nostre capacità manifatturiere potrebbe rappresentare una possibilità interessante sia per le nostre periferie che per il settore.

La sostenibilità è stata vista sino ad ora come un concetto neutro, se non addirittura deprimente. La privazione di un qualcosa al quale ci siamo comodamente abituati

Ma l’edilizia a cui guardiamo ha un forte potenziale rigenerativo non solo per l’ambiente, ma anche per la persona e la società. La sostenibilità così come la abbiamo intesa sin qui non è più sufficiente; nonostante oltre un decennio di strategie e programmi, non siamo riusciti a risolvere efficacemente il problema chiave di ciò che è ormai diventata una “crisi climatica”. Il settore delle costruzioni non può più permettersi il lusso di essere solamente orientato al “meno peggio” ma è necessario un approccio ad una sostenibilità rigenerativa. Insomma, fare “meglio”.

È questa la visione dietro l’azione “Restore” (REthinking Sustainability TOwards a Regenerative Economy) finanziata dalla Unione Europea, nella quale più di 150 ricercatori da 40 nazioni, si stanno impegnando per 4 anni (2017-2021) nello riscrivere le regole della sostenibilità dell’ambiente costruito. Una prova di collaborazione ed un esempio di utilizzo dei fondi europei che fa ben sperare per le sfide cruciali che l’Unione si appresta ad affrontare a partire dalle prossime elezioni.

Questa strategia passa necessariamente attraverso il recupero di un rapporto più armonioso con la natura, a partire dagli edifici nei quali trascorriamo mediamente il 90% del nostro tempo. La progettazione “biofilica”, per esempio, si concentra su quegli aspetti del mondo naturale che contribuiscono alla salute umana e alla produttività. Non si tratta solamente di aggiungere piante all’edificio ma di rivoluzionare completamente il modo in cui creiamo e progettiamo i nostri spazi, beneficiando di aspetti naturali quali la luce, l’acqua, i materiali, la connessione con l’habitat, e così via. Un’eredità delle teorie di Edward O. Wilson e Stephen R. Kellert che l’International Living Future Institute (ora con una sede europea in Italia al NOI Techpark di Bolzano) porta avanti con la filosofia e il protocollo Living Building Challenge.

Come procedere? È necessario cambiare schemi e linguaggio, insomma, il paradigma. La sostenibilità è stata vista sino ad ora come un concetto neutro, se non addirittura deprimente. La privazione di un qualcosa al quale ci siamo comodamente abituati. Anche il concetto di economia circolare, pur se razionalmente logico e condivisibile, non è ancora capace di smuovere le masse. Il concetto di impronta di carbonio della quale tanto si parla (più gli addetti ai lavori che altri) ci conduce di fatto all’inevitabile conclusione che il pianeta starebbe meglio senza di noi, dato che tutti comunque abbiamo un’impronta ambientale.

Ma perchè non rovesciare il ragionamento? Invece di concentrarci unicamente sul misurare e ridurre il nostro impatto negativo (“negative footprint”) occorre attivare una serie di possibili azioni benefiche – per l’ambiente e le comunità con le quali ci relazioniamo - che rappresentino un bilancio almeno nullo o positivo (“positive handprinting”). Il problema non cambia, ma cambia eccome la nostra visione e la percezione di essere protagonisti di una svolta che può essere epocale. A partire dalle nostre case.

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