Nonsense
25 Maggio Mag 2019 0600 25 maggio 2019

Brexit, gli inglesi tornano al voto ma le aziende italiane tremano ancora

La questione politica è legata, in maniera indissolubile, ai risvolti economici della Brexit. La fuga dal Regno Unito è iniziata ma pochissime realtà imprenditoriali hanno scommesso sull’Italia. E altre, come Soundreef, in Italia non possono tornarci per continuare a operare, nonostante le promesse

Farage Linkiesta
(Ben STANSALL / AFP)

A quasi tre anni dal referendum sulla Brexit, dove prevalsero i Leave con il 51,8%, è tornato a votare nuovamente per il rinnovo del Parlamento europeo per la legislatura 2019-2024. A dirla all’inglese, un vero e proprio nonsense. La Brexit si sarebbe dovuta avverare (con o senza deal) il 29 marzo scorso ma, nella speranza assidua della premier Theresa May di escludere un No Deal, l’uscita è stata posticipata al 31 ottobre del 2019 per gentile concessione dell’Unione europea.

I temi di scontro sono noti: la libera circolazione dei cittadini Ue presso il Regno Unito, la permanenza della Gran Bretagna nel mercato unico ma – soprattutto – la questione irlandese e il confine con l’Irlanda del Nord.

Insomma, il Regno Unito è andato alle urne con dei sondaggi che vedono primeggiare senza rivali Nigel Farage, ex leader dell’Ukip e ora alla testa del partito Brexit Party, e che segnalano come fanalino di coda proprio i conservatori di Theresa May, con un misero 9%. Se i numeri di YouGov corrispondessero alla realtà, per il Regno Unito sarebbe un terremoto politico figlio di scelte scellerate in questi tre anni di negoziazioni.

Ma la vera questione politica è legata, in maniera indissolubile, ai risvolti economici della Brexit e della sua futura uscita – seppur in tempi più lunghi – dall’Unione europea. Gli istituti finanziari hanno previsto ingenti perdite di investimenti, con un deprezzamento sia del mercato immobiliare, soprattutto nella city di Londra, sia della sterlina. Tuttavia, oltre al Pil del Regno Unito, a risentire di tale situazione sarà anche l’Italia come sistema Paese. Che fine faranno le centinaia di aziende – europee, straniere e nostrane– che hanno scelto come sede il Regno Unito? Dove si trasferiranno?

Tra i grandi gruppi internazionali, Sony ha già annunciato che migrerà il suo headquarter europeo nei Paesi Bassi, cosi come la stessa Panasonic Europe e il colosso Unilever, mentre l’inglesissima Dyson (elettrodomestici) andrà proprio via dall’Europa e si sposterà a Singapore.

Recentemente, la Netherlands Foreign Investment Agency ha confermato che oltre 250 società basate nel Regno Unito sono in procinto di trasferire la loro sede in Olanda. Inoltre, colossi farmaceutici come Steris e Wasdel sposteranno sia la loro sede sia l’investimento produttivo nella vicina Irlanda.

Il settore bancario e finanziario non è da meno. Anche in questo caso molti istituti hanno scelto Dublino. Parliamo di giganti tra cui Barclays Bank, Bank of America, JP Morgan e Aberdeen Standard Investments. Mentre Citigroup, Morgan Stanley e Goldman Sachs puntano a Francoforte. Anche Parigi e Madrid hanno suscitato un certo fascino attrattivo. Infatti se “La Ville Lumière” ha attirato una parte di Goldman Sachs e Hsbc, la capitale spagnola ha convinto Credit Suisse e American Express.

La fuga dal Regno Unito è iniziata ma pochissime (se non addirittura nessuna) realtà imprenditoriali hanno scommesso sull’Italia. Paesi Bassi, Irlanda, Germania, Francia e Spagna sono - ancora oggi - luoghi più appetibili e “business friendly” rispetto alla nostra penisola, evidentemente ritenuta decisamente poco competitiva.

La cosa peggiore è che questa scelta non solo rischia di riguardare le aziende straniere ma persino quelle italiane. Una su tutte è Soundreef, l’ente di gestione indipendente creato da due italiani, che ha scardinato il monopolio Siae in Italia e che detiene, proprio a Londra, Soundreef Ltd. Attraverso la controllata inglese, la spa ripartisce le royalty agli artisti, raccolte a loro volta mediante l’associazione Lea (Liberi Editori Autori). Un cosiddetto “giro di Peppe”, dovuto al fatto che in Italia a poter fare intermediazione di diritto d’autore siano solo ed esclusivamente associazioni no profit, diversamente dal resto d’ Europa.

Il “governo del cambiamento” – e soprattutto la parte facente riferimento al Movimento 5 Stelle – ha sempre annunciato una riforma del mercato del diritto d’autore confermando la volontà di liberalizzare definitivamente il mercato musicale e permettere anche alle società profit di operare in Italia ma, ad oggi, risulta solamente depositata una proposta di legge alla Camera dei deputati a firma dell’onorevole Paolo Lattanzio. Nessuna attività è dunque emersa da parte del governo e nessuna priorità è stata data a tale questione.

Lo scorso dicembre, l’ad di Soundreef, Davide D’Atri, aveva annunciato che in assenza di una riforma per la piena liberalizzazione del settore, la società sarebbe migrata all’estero. Una posizione dettata soprattutto dalla sfiducia nel sistema italiano da parte dei suoi investitori (peraltro tutti italiani!). Da quell’annuncio sono passati quasi sei mesi e oggi la situazione appare – se possibile - più paradossale di prima perché a causa della Brexit, Soundreef Ltd sarebbe costretta a trasferirsi in un altro Paese diverso dall’Italia per ottenere la licenza a operare.

Ma si sa che la competitività non è il punto forte di questo Paese e forse neppure dei suoi tanti governi presenti e passati. Non resta che sperare nel grande “cambiamento” annunciato.

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