L’analisi
25 Maggio Mag 2019 0600 25 maggio 2019

Perrone: “Senza identità comune nessuno si fida degli altri. È da qui che pescano i populismi”

Secondo il professor Vincenzo Perrone della Bocconi tutto nasce da un bisogno di trovare il simile e riconoscersi in lui. Quando manca questo appiglio, ci si rifugia in comunità sempre più piccole e ostili all’esterno

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Michal Cizek / AFP

«I politici hanno a cuore i problemi di persone come me?». Secondo il 72% degli italiani la risposta è no. E per i francesi è anche peggio: il 78%. Il dato emerge da una ricerca Edelman sulla fiducia nelle istituzioni e segnala che, oltre all’antica diffidenza nei confronti del potere, gli equilibri sono cambiati. «Ci si fida meno di tutti: le antiche identità comuni, come l’età, il reddito e l’omogeneità etnica/culturale si stanno disgregando», spiega a Linkiesta Vincenzo Perrone, professore ordinario di Organizzazione aziendale alla Bocconi in occasione della convention Linkontro, organizzata da Nielsen a Santa Margherita di Pula. È una società che si divide, dove emergono gruppi autonomi, le passioni si atomizzano e, in generale, le persone sono spaventate.

Lei ha detto che la fiducia è una questione di identità.
Sì: in tutti i gruppi ci si fida di chi si riconosce come simile a sé. Può essere una somiglianza culturale – per cui religiosa, ma anche etnica. Può essere però anche una somiglianza economica, per cui si parla di classi sociali, o di reddito. Tutti questi aspetti e la fiducia sono collegate, anzi: sono proporzionali. Non a caso si parla di “trust inequality”

Di cosa si tratta?
I segmenti meno informati della popolazione, che costituiscono la maggioranza, dimostrano un tasso di fiducia generale più basso. Nel 2019 era il 49%. Le persone più informate e istruite, invece, raggiungono il 65%. Un gap di 16 punti che deve far pensare tutti, soprattutto i politici. Il Pd, per fare un esempio, sbaglia tutto: cerca i punti del segmento più basso, più numeroso, ma parla la lingua del segmento più alto. E le conseguenze le conosciamo tutti.

I cosiddetti populisti intercettano proprio questa esigenza di identità.
Sì, perché il popolo non è internazionalista, o globalista. Quello è il capitale, insieme alle poche persone che possono permettersi di avere relazioni e mentalità globale. La maggior parte della popolazione è rassicurata da persone che vivono come loro, pensano come loro, che condividono gli stessi problemi, gli stessi gusti e interessi. O che, almeno, glielo facciano credere.

I giornali? Non li legge più nessuno. La televisione? Resiste, ma solo perché il pubblico è anziano. La scuola, uno dei più importanti driver, è indietro, abbandonata a se stessa. La questione della sovranità, insomma, va presa sul serio

Da qui Salvini che mangia la nutella.
Esatto, ma prima di lui – il maestro di tutti – è stato Berlusconi. Parlava di calcio, di donne, sfotteva gli intellettuali. “Vedete? Sono come voi”. Da Berlusconi deriva anche Trump negli Usa, ma con una differenza sostanziale. Il presidente americano sta cercando di creare, o meglio di spingere, su un nuovo identitarismo: quello dell’uomo bianco, cristiano, che si sente minacciato e sempre più in minoranza.

E funziona. Tanti accusano Trump di “rovinare” le istituzioni, che negli Stati Uniti, con la loro solidità, compensano la disomogeneità
culturale, etnica e sociale del Paese.

Non è così. Negli Usa ci sono principi di regole e norme che valgono sempre. È questa la fonte della fiduca dei cittadini. Un esempio è la Three Strikes Law (se commetti tre volte lo stesso reato, scatta l’ergastolo), in vigore in alcuni Stati. Ma anche le dure condanne per chi evade le tasse, o la certezza della punizione. Trump queste cose non le tocca, si concentra su aspetti molto diversi e distanti.

In Italia, invece, non c’è nemmeno la fiducia per quelle regole e norme condivise.
In assenza di istituzioni forti, diventano altri i collanti per creare legami sociali identitari. Le due vecchie diramazioni, quella della Chiesa cattolica – le messe, l’oratorio, impegno sociale – e quella della scuola comunista – la sezione, il sindacato – sono in crisi da molto tempo. Non dico niente di nuovo, ma la società si sta atomizzando: non esistono più legami e nemmeno interpretazioni comuni della realtà. I giornali? Non li legge più nessuno. La televisione? Resiste, ma solo perché il pubblico è anziano. La scuola, uno dei più importanti driver, è indietro, abbandonata a se stessa. La questione della sovranità, insomma, va presa sul serio.

In che modo?
Distinguendo tra sovranismo e nazionalismo, per esempio. Il richiamo a radici, identità, legami sociali affidabili, è importante. Se non funziona l’idea di Italia, e nemmeno quella di Europa, in tanti si rifugiano nelle micro-sovranità. “Non sono italiano, sono di Cologno Monzese”. Questa è almeno una certezza. Gli intellettuali sbagliano a sottovalutare questo fenomeno, anche perché è complesso e comprende il lavoro, la prospettiva, le idee. E qui sbaglia anche la sinistra, perché parla di diritti delle persone e dimentica gli interessi delle persone.

Il tema identitario però conosce un altro risvolto: quello settario, che negli Usa sta prendendo piede e che anziché unire la società la divide, estremizzando le distanze etniche e nazionali. Arriverà anche qui?
In parte c’è già. Corollario di questo sistema è il cosiddetto politically correct, che permette la convivenza di questi gruppi divisi. E insieme, di pari passo, emerge già l’unpolitically correct: i gruppi di persone che si sentivano criticati, emarginati e disprezzati hanno deciso di prendersi la loro vendetta. E Trump ha dato loro una mano.

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