Storie
25 Maggio Mag 2019 0600 25 maggio 2019

Tayi Jean Niamke, ivoriano a Verona: “Qui ho fatto carriera. Ma verso gli stranieri l’Italia è peggiorata”

La testimonianza: “L’Italia doveva essere solo di passaggio. All’inizio è stato difficile, dormivo per strada. Oggi sono responsabile operativo di 45 autisti dell’Ups. Ma ancora oggi c’è chi pensa che sia solo un corriere perché ho la pelle scura”

Tayi Jean Niamke_Linkiesta
Nuove Radici

Tayi Jean Niamke, 48 anni, ivoriano, in Italia dal 21 dicembre 1991 — «Ci sono certe date nella vita che non si possono dimenticare» — responsabile operativo della filiale UPS di Verona, moglie italiana, figlio italianissimo, il più attento a ricordargli le sue origini anche se è nato qui: «Io sono schiacciato, diviso a metà dalla mia vita passata tra Costa d’Avorio e Italia. Mio figlio Denzel invece, 16 anni, quando sente in televisione che si parla di migranti dice: “Ma perché ci trattano così? Papà quando andiamo a casa, quando andiamo in Costa d’Avorio?”».

Come mai proprio in Italia?

«C’era un trattato tra la Costa d’Avorio e l’Europa. Potevamo entrare senza visto, bastava il passaporto. La mia idea era andare negli Stati Uniti dove vivevano i miei fratelli. L’Italia doveva essere solo di passaggio. Tra una cosa e l’altra sono rimasto qua».

A Verona…

«C’era mio zio. Sembrava che potesse ospitarmi e invece no. Ho lavorato in un calzaturificio. Ho anche dormito per strada, vicino alle chiese. Mangiavo alla mensa del Caritas. Non sapevo più dove sbattere la testa. Pensavo di tornare in Africa. Mi hanno aiutato i miei fratelli. Ho trovato un amico che mi ha ospitato. Poi ho lavorato come saldatore in una fonderia. Attraverso una cooperativa ho iniziato a lavorare all’UPS. Nel 2003 sono stato assunto. Prima come corriere poi come impiegato. Oggi sono uno dei due responsabili operativi del centro di Verona. Dobbiamo gestire 45 autisti, venti sono italiani, gli altri stranieri. Ancora oggi ci sono persone che pensano sia solo un corriere solo perché ho la pelle scura. Sono loro che mi ricordano che sono straniero».

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