Europee
27 Maggio Mag 2019 0604 27 maggio 2019

Peggio non poteva andare: questa è l’Europa dei morti viventi

Paradosso Europa, Merkel e Macron crollano, ma continueranno a comandare. I Verdi e i populisti crescono, ma non conteranno più di tanto. Ognuno è convinto di aver vinto, ma è un’Europa chiusa a tripla mandata, e vecchia

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Francois Mori / POOL / AFP

Non ha vinto nessuno, non ha perso nessuno e forse non ci poteva essere peggior notizia, per quest’Europa arrivata vecchia e stanca alle elezioni continentali del 26 maggio, le più attese e temute di sempre.
La prima notizia è che crollano le due famiglie storiche dei popolari e dei socialisti che perdono 72 seggi in due - cui per dovere di cronaca dovrebbero aggiungersi i 20 seggi di Kurz e Orban, nominalmente nel Ppe, ma proiettati all’alleanza con le destre sovraniste - che per la prima volta nella storia del Parlamento Europeo non avranno la maggioranza assoluta dei seggi in due. Soprattutto, si registra un calo importante dei consensi per la Cdu di Angela Merkel e la bruciante sconfitta di Emmanuel Macron contro il Rasseblement National di Marine LePen.

Eppure - seconda notizia - saranno proprio loro a esprimere il presidente della commissione europea e a dettare il gioco, anche nei prossimi cinque anni, con una maggioranza allargata ai liberali dell’Alde. Non i sovranisti, che crescono di 14 deputati circa, trainati dal clamoroso exploit di Matteo Salvini e della Lega, che da solo ne porta a casa 23 in più rispetto al 2014. E nemmeno i verdi, che crescono ovunque e ne guadagnano 13, ma che non saranno decisivi per formare una nuova maggioranza europea e, giocoforza, non potranno fare da ago della bilancia.

Nonostante la sconfitta saranno aranno proprio Merkel e Macron a esprimere il presidente della commissione europea e a dettare il gioco

Chi crolla governa e chi cresce non conta nulla, insomma, ma non solo: ognuno dei due blocchi quello europeista e quello sovranista, calano a casa propria e crescono in campo avverso. Per dire, gli europeisti crescono in Polonia e Slovacchia, nel cuore di Visegrad, ma crollano a casa loro, dalla Francia alla Germania, al Belgio. Tutti hanno problemi interni - forse a parte Orban e Salvini - e tutti si occuperanno fisiologicamente dei guai a casa propria, dedicando poco tempo e poco spazio a pensieri sul futuro del continente nel suo complesso.
Quel che ne esce, insomma, è un caos peggiore di quello che abbiamo lasciato alle spalle: un continente di morti viventi, in cui ognuno è convinto (a torto) di aver vinto, di contare qualcosa, di riuscire a imporre la sua idea di Europa. Salvini, già dalla conferenza stampa nella lunga notte elettorale è apparso convinto che l’Europa sia definitivamente cambiata e che le letterine che chiedono il rispetto dei parametri di Maastricht si possano tranquillamente rimandare al mittente, ma si renderà presto conto non ha alleati, in questa sua battaglia. nemmeno tra chi considera amico, come Orban e Kurz. Allo stesso modo, gli europeisti sono convinti di aver arginato l’ondata sovranista, ma non si rendono conto, per dirla con le parole di Nigel Farage, che hanno di fronte un parlamento che mai era stato così euroscettico, capace di interdire e mettere in discussione qualunque cosa.

Quel che ne esce, insomma, è un caos peggiore di quello che abbiamo lasciato alle spalle: un continente di morti viventi

L’unica cosa su cui tutti sono d’accordo, a quanto sembra, è l’idea di un’Europa chiusa a tripla mandata, rinserrata nei propri confini, insensibile al richiamo di disperazione che arriva dall’Africa e dal Medio Oriente. Wir schaffen das, diceva Angela Merkel nel 2015, accogliendo milioni di profughi siriani sul suolo tedesco. L’unico esito certo di questo voto europeo è che no, non ce l’abbiamo fatta. E forse non poteva essere che così, nel continente vecchio, stanco, sfiduciato e impaurito che siamo diventati. Dovevamo cambiare il mondo, essere la culla della conoscenza del ventunesimo secolo, l’esperimento di un mondo senza frontiere: finiremo per alzare barriere per proteggere la nostra dolce morte - demografica, economica, geopolitica - dal caos altrui. La grande vittoria di Orban e Salvini, in fondo sta tutta qua. Ed è una vittoria culturale, ancor prima che politica, costruita pazientemente in anni di crisi e terrore. Quel che è successo nelle urne, ieri, non ne è che la più immediata conseguenza.

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