29 Maggio Mag 2019 0617 29 maggio 2019

Perché rottamare Di Maio è il più grande errore che i Cinque Stelle possano fare

Dopo la sconfitta alle europee, è iniziato il processo politico al Capo del Movimento. Ma le ragioni della debacle sono molto più profonde di così. Semmai, Di Maio, è la soluzione, non il problema. Se non altro, è l’unico che ha già imparato cosa vuol dire governare

Dimaio Dimissioni Linkiesta
Tiziana FABI / AFP

Davvero ve la prendete con Luigi Di Maio, cari Cinque Stelle? Davvero, con tutto il rispetto possibile, credete sia lui il solo e unico colpevole della debacle alle elezioni europee? Che cambiando guida al Movimento, magicamente, cambi tutto? Sono domande legittime, che sappiamo cadere all’interno di un sodalizio politico in stato confusionale, vittima del proprio alleato, in caduta libera sia quando ci va d’amore e d’accordo, sia quando fa la fronda, incapace di capitalizzare i propri successi politici, incerto sul destino prossimo venturo dell’esecutivo, comunque saldamente in pugno all’ex junior partner leghista, che ora comanda la partita, forte del suo 34% alle europee.

Di chi dovrebbe essere la colpa, se non del Capo, direte voi? Vero, ma è vero anche che nel Movimento le cose sono un po’ più complesse di così: quando Di Maio, incontrando Davide Casaleggio, specifica che il titolare della Casaleggio Associati, non che presidente dell’Associazione Rousseau, non gli ha chiesto di dimettersi cosa sta dicendo, esattamente? Che il suo destino è appeso a quello del fornitore informatico, nonché co-fondatore secondo statuto del Movimento? Ecco, magari chiarire come funzioni la governance interna del Movimento, chiarendone le ambiguità, sarebbe un primo passo di riorganizzazione niente male. Non che questo abbia fatto perdere le europee ai Cinque Stelle: ma la sensazione di una doppia linea politica - una palese, una occulta - è stata troppo evidente, in troppe occasioni. E certe sparizioni, da Di Battista, Casalino, troppo repentine, e troppo poco spiegate.

Secondo problema: la democrazia diretta. Legittimo mettere in discussione il Capo, ci mancherebbe. Ma, web alla mano, a decidere sull’alleanza di governo è stata la base. A decidere di salvare Salvini dall’autorizzazione a procedere sul caso Diciotti, pure. I candidati europarlamentari, pure. Il programma delle europee, anche. Se davvero si può imputare qualcosa a Di Maio è di aver sbagliato la campagna elettorale, semmai. Ma alzi la mano chi, un minuto prima del voto, pensava che la strategia di differenziarsi dalla Lega fosse sbagliata. Soprattutto alla luce del fatto che i Cinque Stelle avevano perso buona parte del 32% dei consensi perché completamente schiacciati sull’agenda leghista. Se poi pensate che mollando la Tav, o lasciando Siri al suo posto, o approvando il decreto sicurezza bis i Cinque Stelle avrebbero fatto il pieno di voti, beh, liberissimi di crederlo.

Sostituzioni da politburo sovietico e processi sommari tramite piattaforme digitali non serviranno a nulla. Saranno mero artificio simbolico per dare in pasto all’elettorato il capro espiatorio di turno e per mettere al suo posto un altro dilettante peggio di Di Maio, sia esso Fico o Di Battista

La realtà, in soldoni, è che Di Maio di colpe ne ha pochine. Ha portato a casa quel che doveva portare a casa, dal reddito di cittadinanza al decreto dignità, sino al terribile spazzacorrotti. Ha inciso, molto più di Salvini, sulle nomine del società partecipate dello Stato. Ha tenuto il punto, per quanto ha potuto, contro un alleato più esperto e avvezzo alla gestione del potere. Il tutto con esperienza e competenze di base pari a zero, tutte da costruire on the job. Chiedete a chiunque abbia avuto a che fare con Di Maio in questi mesi: come minimo vi parlerà di uno che sta imparando a fare il ministro e il vicepremier alla velocità della luce. Cosa volevate di più, dandogli tutte quelle responsabilità senza alcuna preparazione, cari Cinque Stelle?

Il problema semmai è vostro, quindi. Ed è connaturato alla natura stessa del Movimento, alla mistica dei dilettanti al potere e allo sbaraglio, all’idea malsana di teleguidarli dall’esterno, come fossero pedine intercambiabili, alla velleitaria e granitica certezza che non serva allenamento al potere, che non sia necessario conoscere cosa sia, prima di averci a che fare. Un partito serio, oggi, non darebbe un calcio nel sedere a Di Maio - piaccia o meno, l’unica figura strutturata a disposizione del Movimento, ora come ora - ma lo puntellerebbe il più possibile. Gli affiancherebbe le teste migliori possibili. Lo libererebbe dalla solitudine del Capo. Lo sosterrebbe come mai prima, nel momento più difficile. Ed eliminerebbe ogni ambiguità nei processi decisionali, lasciando che il Capo faccia davvero il Capo, pur con tutta la collegialità del mondo.

Sostituzioni da politburo sovietico e processi sommari tramite piattaforme digitali non serviranno a nulla. Saranno mero artificio simbolico per dare in pasto all’elettorato il capro espiatorio di turno e per mettere al suo posto un altro dilettante peggio di Di Maio, sia esso Fico o Di Battista, o chi volete voi, vittima delle medesime ambiguità, della medesima inesperienza, del medesimo, disfunzionale, assetto politico. Deve cambiare il Movimento, semmai. E deve farlo in fretta. Strutturandosi con organismi e processi decisionali trasparenti. Dando vita a un poderoso processo di formazione politica delle sue classi dirigenti. Smettendo di vivere la politica come un reality, soggetto al televoto costante del pubblico pagante. Persino Berlusconi, dopo lo scorno del 1994, capì che il partito di Publitalia era una scelta fallimentare, e che le regole della politica valevano anche per Forza Italia. I Cinque Stelle sono ancora in tempo per capirlo. Se faranno fuori Di Maio, con ogni probabilità, ne perderanno un bel po’.

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