l’intervista
29 Maggio Mag 2019 0600 29 maggio 2019

Odifreddi: “La democrazia è dittatura. E la bellezza più grande è una formula matematica”

Inquisitore dell’ovvio, fustigatore dei filosofi (o pseudofilosofi), il matematico “impertinente” cuneese si rivela in una intervista su Dio e tutti gli altri massimi sistemi

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da Youtube "La gabbia"

L’austero cinismo cuneese si mescola, nel mio immaginario, al rigore della chioma, d’eleganza Stalingrado. Di primo acchito, mi dico che non avrei nulla da dire a Piergiorgio Odifreddi, i cui sillogismi, di norma, sono una doccia fredda per l’interlocutore, hanno in dote l’assertività caustica di una ghigliottina. Clamoroso inquisitore dell’ovvio odierno, Odifreddi è il Torquemada dei cattolici, di cui manda in cenere la fede insaporita di superstizioni, ma è anche fustigatore dei filosofi che spacciano fumo per arrosto, dei puri intelletti che speculano di spirito, degli spiritati della poesia, di quelli che parlano a vanvera, celebrando il proprio ego istoriato di nuvole. Devo dire che spesso – al netto di una spiccia rapacità di sintesi che gli fa pronunciare anatemi all’eccesso – leggere Odifreddi, specie di Voltaire zdanovista, uno stacanovista della lucidità mentale, mi intriga. Quando mi scrive, però, dopo che ho stroncato un libro in cui c’entra, di lato, pure lui, mi attendo la disfatta dei miei neuroni, una strage. Piuttosto, dopo i convenevoli, ci troviamo a parlare di Dio, lui, Presidente Onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, e io, vago cane che odora il divino sotto un pagliaio di versetti, di fede, di fiducia nella poesia. Mi sorprende, del matematico “impertinente” e “impenitente”, che ha fatto dei numeri per pochi uno spettacolo per tutti – cito almeno il ciclo Donne che hanno cambiato la Storia, in cui racconta di Ipazia e di Ada Lovelace, di Simone Weil e di Rosalind Franklin, di Marie Curie e di Sof’ja Kovalevskaja, tra le altre –, il destino al confronto, la necessità di spezzare parole pur dagli antipodi. In effetti, è più simpatico di quel che appare – o che appare a me, che ho occhi foderati di ideologia e perbenismo culturale. Bene, gli dico, rendiamo pubblico il nostro parlare, ti sfido dall’antro della poesia. Lui ci sta, ed eccoci qua. (Davide Brullo)

Nel discorso di accettazione del Nobel per la letteratura, il poeta Saint-John Perse azzarda una affinità tra scienza e poesia, tra scienziato e poeta (lui si dilettava in esplorazioni geologiche), dicendo che “la grande avventura della mente poetica non è in alcun modo secondaria rispetto agli avanzamenti della scienza moderna. Gli astronomi sono stati scossi dalla teoria dell’universo in espansione, ma non ve n’è di meno, di espansione, nella morale infinita dentro l’uomo”. Che dice, le aggrada?
Un matematico potrebbe ribaltare l’affermazione di Saint-John Perse, e dire che “la grande avventura della mente scientifica non è in alcun modo secondaria rispetto agli avanzamenti della poesia (o della letteratura e della filosofia) moderna. Gli umanisti sono stati scossi dall’espansione della morale dentro l’uomo, ma non ve n’è di meno nella teoria dell’universo in espansione”. Perché finora è semmai la scienza a fare la parte della cenerentola nella cultura moderna: se ne lamentò più di mezzo secolo fa C. P. Snow, che peraltro era un letterato (sensibile), ma non è cambiato molto da allora.

Il matematico è stato mai sedotto dalla poesia? Che poeti conosce l’acerrimo matematico? Forse ha sentito dire di Ion Barbu, eccelso in algebra e assiomatica, non meno bravo come poeta.
Io non so bene cosa sia la poesia, ma Ezra Pound, che se ne intendeva, diceva (nell’ABC della letteratura, se ben ricordo) che “la poesia è linguaggio carico di significato al massimo grado”. Se è così, allora sarebbe difficile immaginare qualcosa di più poetico di una formula matematica, fisica o chimica, dove una manciata di simboli spesso codifica un’enormità di significato. Basta pensare alla famosa equazione di Einstein, “E = mc2”, che racchiude il segreto dell’equivalenza tra materia ed energia. Quanto a me, Pound mi ha sempre affascinato, soprattutto quello dei “Canti pisani”. Ma il poeta che ho letto di più è Dante, fin da bambino, anche se oggi sono infastidito dal contenuto dei suoi versi: il problema della della poesia è che, per sua natura, la forma ha la meglio sul contenuto: il che significa che spesso i poeti dicono benissimo delle banalità, quando non delle vere e proprie stupidaggini. Ion Barbu non l’ho mai sentito, ma mi informerò. Alla cieca potrei azzardare un parallelo con Jacques Roubaud, un membro storico dell’Oulipo francese (tra parentesi, io sono un indegno membro della sua versione italiana, l’Oplepo).

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