wrestling istituzionale
30 Maggio Mag 2019 0600 30 maggio 2019

Commissione Europea, Weber o Barnier? La guerra tra Merkel e Macron è finta, l’isolamento dell’Italia è reale

Merkel e Macron fingono uno stallo sul nome del prossimo presidente della Commissione europea. La cancelliera difende il candidato del Ppe Weber anche se sa che non piace a nessuno. Il presidente francese incontra tutti per bruciare il nome di Vestager e poi proporre Barnier. E Conte guarda

Angela Merkel_Linkiesta
JOHN THYS / AFP

Da un anno Manfred Weber si prepara per diventare il nuovo presidente della Commissione europea, ma non lo sarà. È vero, è il capo del Ppe, il partito che ha preso più voti alle ultime elezioni europee. È vero, Jean-Claude Juncker esattamente cinque anni fa fu eletto proprio perché si presentò come Spitzenkandidaten del partito più votato, sempre il Ppe. È vero, ha passato gli ultimi quindici anni nel Parlamento europeo conoscendo a menadito la politica di Bruxelles e Strasburgo. È tutto vero, ma per la prima volta popolari e socialisti non possono fare come hanno sempre fatto, perché insieme non hanno abbastanza parlamentari per controllare l’Europarlamento e spartirsi le poltrone. Per raggiungere il magic number della maggioranza assoluta dei seggi, 376, servono i 105 voti dei liberali. Ovvero l’unico eurogruppo che ha presentato sette possibili candidati alla presidenza, e non uno, proprio perché è contrario al metodo del candidato di partito.

Dietro c’è la regia di Emmanuel Macron che ha già un manifesto, un nome, una strategia e la forza di portare avanti tutti e tre. Il nome è Michel Barnier, l’uomo che ha negoziato per la Commissione europea la Brexit, ma lo tiene nascosto perché teme il veto dell’unico sponsor di Weber: Angela Merkel. Se il presidente francese non vuole il tedesco Weber e la cancelliera tedesca non vuole il francese Barnier il nome di compromesso potrebbe essere la commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager, danese, per ragioni di parità di genere e geografia politica. Ufficialmente è lei il nome proposto da Macron agli altri leader europei, ma la sensazione è che sia la carta da bruciare per poter rilanciare Barnier. Il nome potrebbe accontentare tutti: è del Ppe, è francese, ha gestito bene la Brexit, ma soprattutto non è Weber. Il candidato tedesco non piace ai leader Ue perché considerato un politico di serie B: non ha mai governato un Paese, una regione, una città, ma per quindici anni ha fatto carriera nel Parlamento europeo. La sua posizione economica è troppo dura per i socialisti e la sua proposta di Unione europea è troppo conservatrice per i liberali. Non proprio Il nome perfetto per Il Rinascimento di Macron. Né il profilo adatto per togliere l'etichetta di eurocrate al presidente della Commissione. E il dubbio che la Merkel lo appoggi per il suo poco carisma è lecito.

All’ultimo Consiglio europeo il presidente della Repubblica francese si è comportato come Mattarella. Nelle sue personalissime consultazioni ha visto tutti in ordine di importanza: a pranzo con Pedro Sanchez e Antonio Costa, i premier di Spagna e Portogallo per assicurarsi l’appoggio dei socialisti europei. Non a caso dopo l'incontro Costa ieri ha detto che Weber causa “ostilità” al Parlamento europeo per le sue posizioni sull’auserity. Poi Macron ha incontrato i leader dei Paesi del gruppo di Visegrad per capire se avrà un ostacolo a Est. Un tè con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk per tastare gli umori degli altri leader e capire se fare subito la prima mossa. Infine l’incontro con Merkel che ha ribadito l’appoggio a Weber. Chi è l’unico leader europeo importante che non è stato consultato? Sì, proprio lui, Giuseppe Conte. Perché l’unica certezza di questo trono di spade europeo è che l’Italia non metterà bocca sulla nomina. Sul cordone sanitario ai sovranisti concordano Merkel e Macron che dal trattato di Aquisgrana del 22 gennaio non sembrano più così in sintonia.

Non è uno stallo quello tra Merkel e Macron ma il primo round di un wrestling. Perché tutti e due sanno che Barnier sarebbe il perfetto compromesso. Ma la cancelliera sa che dovrà far sudare il nome a Macron per avere via libera per decidere chi andrà alla presidenza della Bce

Non è uno stallo quello tra Merkel e Macron ma il primo round di un wrestling. A meno di colpi di scena sappiamo già come andrà finire ma vogliamo vedere un po’ di lotta prima. Perché tutti e due sanno che Barnier sarebbe il perfetto compromesso. Ma la cancelliera sa che dovrà far sudare il nome a Macron per avere via libera per decidere chi andrà alla presidenza della Bce. Per capire come ragiona la Merkel basta guardare a un’intervista di pochi giorni fa al Süddeutsche Zeitung: «Certo, io e Macron lottiamo l'uno con l'altro perché tra noi c’è una differenza di mentalità e di come comprendiamo i nostri rispettivi ruoli». Macron non ha freni, è stato eletto direttamente dal popolo e per lasciare il segno ha questa occasione e non può sbagliare la nomina del presidente della Commissione. Merkel è al suo ultimo mandato e rappresenta un partito ingombrante che ha già eletto il suo successore. In politica si lotta, ma poi si fa la pace, o meglio il compromesso. La cancelliera ha voluto vedere le carte di Macron e come ha sempre fatto attende, il tempo è il suo migliore alleato. In fondo non è la prima volta. «Dopotutto Macron non è il primo presidente francese con cui ho lavorato».

Chiariamo quali saranno le tappe: entro la fine di giugno i leader dei 28 Stati sceglieranno il loro candidato presidente. Se non sarà un impresentabile sarà confermato dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta quando si riunirà nella prima sessione di luglio. Appena il presidente sarà nominato, ciascun Paese membro presenterà il suo “campione” al presidente. E lì inizierà la mediazione. Matteo Salvini cercherà di infilare uno dei suoi come commissario economico ma sarà difficile che riesca anche solo ad avere quello alla concorrenza. La sensazione è che per punire l’Italia del successo della Lega ci daranno un commissario irrilevante. Si è parlato del turismo ma sarebbe uno sgarbo troppo forte, anche per l’Italia che è comunque uno dei Paesi fondatori e la quarta economia dell’Ue, la terza se il Regno Unito andrà via. In ballo ci sono le quattro cariche più importanti: presidente della Commissione europea, del Consiglio europeo, della Banca Centrale europea e l’Alto rappresentante per la politica e sicurezza: in tre poltrone su quattro ci sono seduti per ora degli italiani, ma non accadrà per molti decenni un allineamento dei pianeti simile. Più irrilevanti dell'Italia nella lotta politica c'e solo il candidato dei socialisti Frans Timmermans, che potrebbe ottenere la carica di Mogherini. L'equazione è facile: è un eurofilo d'assalto e conosce molte lingue, sarebbe perfetto come “ministro degli esteri”. Ma è troppo presto per capire quale sarà l’effetto domino. La prima tessera sarà quella del presidente della Commissione europea e a meno di clamorosi colpi di scena tutti sanno chi sarà.

Perché tra retroscena, strategie e machiavellismi spesso ci si dimentica che la politica è fatta di persone e personalità. Immaginateli in una stanza i 28 leader del Consiglio europeo. Uno di loro, Emmanuel, è un politico relativamente giovane, carismatico, che ha bisogno di lasciare un segno, qualsiasi segno che dia un senso alla sua parabola politica. Nel voto di domenica, tutto sommato, ha preso solo un seggio in meno del Rassemblement National di Marine Le Pen (22 a 21) dopo mesi di proteste per le strade dei gilet gialli. Questo giovane ha da mesi ha una strategia chiara e due nomi in testa: parla con tutti, stringe mani, organizza incontri privati cerca un compromesso per far nominare il candidato. Almeno venti in quella stanza su 28 non hanno né il nome né l’interesse di imporre la loro strategia e ascoltano interessati, capendo se ha senso puntare sul cavallo giusto, non si sa mai. Emmanuel ha parlato anche con quelli che nella parete a Est fanno gruppetto tra di loro.

Nella stessa stanza, seduta al tavolo c’è una donna al termine della sua lunga carriera politica: Angela. Li ha visti passare tutti quelli lì in cerca di un posto al sole: si agitano, propongono, pressano, ma alla fine si fa quasi sempre quello che dice lei o nella peggiore delle ipotesi il compromesso raggiunto non è mai una sconfitta. Anche per questo è rimasta in quella stanza per quindici anni consecutivi. Ha un candidato, Manfred, che non piace quasi a nessuno degli altri perché non ha il carisma per farsi eleggere ed entrare in quella stanza, ma vuole vedere fino a che punto Emmanuel si spingerà prima di cedere sul nome che piace a entrambi.

E poi, da solo, in fondo c’è un parvenu che offre un caffé a chi vuole, ma alla fine con lui si fanno solo chiacchiere da bar. Si chiama Giuseppe, persona garbata ed elegante che gode del rispetto personale di tutti per i suoi modi affabili. Non ha mai fatto politica, è stato catapultato da una scrivania universitaria a Palazzo Chigi esattamente un anno fa. Si è comportato bene ma ha il biglietto di scadenza dietro la giacca dopo queste elezioni. Fuori dalla stanza lo hanno definito un burattino, perché il vero leader del governo si trova al Viminale. E in quelle quattro mura lo sanno tutti. Senza contare che capo politico di Giuseppe ha subito la peggiore sconfitta di sempre e bisognerà aspettare il voto di una piattaforma per capire se passerà la nottata. Che potere negoziale potrà mai avere? Cosa potrà offrire nella trattativa? Rimane solo l’isolamento, qualche battuta per stemperare la tensione e magari un assenso a giochi già fatti giusto per non rompere completamente i rapporti. In attesa che arrivi un leader nuovo pronto a sbattere i pugni sul tavolo e a essere ignorato, come succede ormai da 12 mesi.

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