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30 Maggio Mag 2019 0640 30 maggio 2019

Lo psicodramma del Pd: al governo coi Cinque Stelle, o all’opposizione di un governo Salvini-Meloni?

Con il trionfo europeo di Salvini, e, in caso di nuove elezioni, una maggioranza interamente di destra, sarebbe non solo lecito, ma doveroso porsi il problema: abbandonarsi all’idea che Salvini porti l’Italia a Visegrad, o sacrificarsi per scongiurare questo scenario

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Miguel MEDINA / AFP

Noi non vorremmo insistere, ma forse sul tema un dibattito serio con un bel voto finale si dovrebbe porre, all’interno del Partito Democratico: in caso di crisi di governo, sempre più probabile, che si fa? Si torna alle urne o si cerca di costruire una maggioranza alternativa in Parlamento? Sarebbe utile, dicevamo, perché perlomeno si uscirebbe dalle ambiguità, dai reciproci sospetti, dalle uscite a colpi di slogan, e si comincerebbero a mettere un po’ di questioni sul piatto, e a parlare davvero di politica.

Non giriamoci attorno, la questione sarebbe una e una sola: il Pd, se lo richiedessero Mattarella e le circostanze, sarebbe pronto a sostenere un governo assieme al Movimento CInque Stelle? O preferirebbe di no, accettando un ritorno alle urne che potrebbe portare al governo una maggioranza sovranista formata da Lega e Fratelli d’Italia, con premier Salvini, che eleggerebbe il prossimo presidente della Repubblica? Perché questo dice uno studio di Quorum-YouTrend commissionato dalla società di lobbying Cattaneo & Zanetto: che coi voti presi alle Europee Salvini e Meloni avrebbero la maggioranza sia alla Camera sia al Senato.

La scelta non è semplice, per nulla. Perché se crisi di governo sarà, accadrà prima della manovra d’autunno, non dopo. Facile capire perché: nessuno, nemmeno Salvini, vuole intestarsi una legge di bilancio da 35-40 miliardi di tagli e tasse, con l’Italia isolata in Europa e l’asse franco-tedesco ben felice di dare le prime picconate al consenso di Salvini. Lo sa bene, il leader leghista, che infatti sta picchiando duro contro l’Europa delle letterine e sta imponendo la sua agenda - Tav, flat tax, autonomia - in modo talmente smaccato da risultare irricevibile ai Cinque Stelle suonati di oggi.

Punta alla crisi, Salvini, e non è un mistero. Non c’è simulazione elettorale che non lo dia in testa a tutti i sondaggi. E se bisogna andare allo scontro con l’Unione Europea, meglio andarci da premier, con una maggioranza sovranista che faccia davvero paura, senza un fantoccio come Conte che faccia da mediatore del conflitto. Magari con la possibilità di scegliersi da solo un presidente del Consiglio in grado, alla bisogna, di condividere con lui le decisioni irrevocabili e gli estremi rimedi, tipo far partire le rotative della Zecca di Stato e mettersi a stampare le care vecchie Lire.

Ci sono due strade: o abbandonarsi all’idea che Salvini porti l’Italia a Visegrad. O sacrificarsi per scongiurare questo scenario

Punta alla crisi, Salvini, anche perché sa che nella peggiore delle ipotesi, la manovra la farà qualcun altro. Pd e Cinque Stelle, per l’appunto, a sostegno di un governo del presidente che, nei sogni di Mattarella, avrebbe Mario Draghi come premier, l’unica figura in grado di far scendere lo spread solo con la sua presenza e di ricondurre a più miti consigli qualunque falco a Bruxelles. “Dopo di me, Salvini” diventerebbe il nuovo “whatever it takes”. Sogni, per l’appunto. Perché per ora non sembra esserci la volontà di Draghi a bere l’amaro calice, seppur con la promessa di una futura ascesa al Quirinale, sulle orme di Ciampi. Mario Monti insegna: il destino dei salvatori della patria è spesso inglorioso, soprattutto in Italia.

Ecco allora che per il disegno di Mattarella le cose si complicano: Pd e i Cinque Stelle sosterrebbero un esecutivo Cottarelli, per dire, con Salvini e Meloni che cannoneggiano dall’opposizione ogni singolo giorno che viene in terra? Si prenderebbero in carico l’onere di una manovra di tagli e tasse, magari con un aumento dell’Iva o un’imposta patrimoniale? Soprattutto, quanto resisterebbero alle fronde interne, dopo anni passati a chiamarsi grullini e pidioti? Difficile, quasi impossibile.

Eppure, a meno di limitarsi a pregare che Conte resista, non ci sono che queste due strade: o abbandonarsi all’idea che Salvini porti l’Italia a Visegrad. O sacrificarsi per scongiurare questo scenario, e portare a casa perlomeno l’obiettivo minimo di Draghi alla presidenza della Repubblica. Di questo dovrebbe parlare il Pd, in fondo. Perché volente o nolente, anche in questa legislatura, si ritrova col cerino in mano. Vogliamo parlarne, o continuiamo a fare finta di niente?

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