i duellanti
30 Maggio Mag 2019 0600 30 maggio 2019

Salvini contro Macron, un duello all’ultimo sangue. Il nostro

Macron, dal punto di vista elettorale, non è il più grande, ma è il più forte in Europa. Salvini lo sfida, ma l’Italia ha problemi enormi di debito e di crescita. Una contrapposizione troppo dura rischia di inguaiare soprattutto noi

Salvini_Macron
Andreas SOLARO / AFP

Si sono sfidati durante tutta la campagna elettorale, si sono legittimati come gli avversari principali, l’uno portatore di un internazionalismo liberale, l’altro di un nazionalismo tribale che va avanti per sottrazione non per addizione o inclusione che dir si voglia. Oggi, a elezioni avvenute, sono più che mai al centro dell’arena l’uno contro l’altro armati. I riflettori di Bruxelles hanno acceso due occhi di bue, il primo punta su Emmanuel Macron, il secondo su Matteo Salvini. Sono loro i personaggi principali sulla scena di questo grand hotel Europa dalle cui porte girevoli nessuno riesce ad uscire una volta per tutte (Brexit docet). Il lumbard diventato capo della nuova Lega nazionale, ha riportato una vittoria netta in termini di voti, di eletti e di copertura mediatica.

Il presidente francese, pur uscito secondo in Francia rispetto a Marine Le Pen (la quale ha perso in ogni caso un deputato rispetto a cinque anni fa) ha dalla sua un indubbio successo politico. Infatti l’Alde, la formazione liberale della quale fa parte, oggi determina gli equilibri al parlamento europeo e di conseguenza anche nella commissione. E dell’Alde la punta di diamante è senza dubbio Macron. Che cosa faranno a questo punto i duellanti, continueranno a inseguirsi ovunque e per sempre come i personaggi del romanzo di Joseph Conrad? O troveranno un modus vivendi magari attraverso strappi e ricomposizioni, con una tattica trumpiana, quella della trattativa a muso duro, ma pragmatica, pronta a rapidi arretramenti quando si rischia il tracollo? Difficile rispondere per il momento, ma non c’è dubbio che dal loro conflitto dipende anche il futuro della Unione europea e dell’Italia. Quel che si può fare, oggi come oggi, è passare in rassegna i punti di forza e di debolezza dei due avversari.

Macron sulla carta non è il più grande, però è il più forte: ogni equilibrio politico presente e futuro dipende da lui

Macron sulla carta non è il più grande, però è il più forte e ha cominciato a giocare come faceva negli anni ’80 Bettino Craxi con la Dc, i suoi alleati e il suo vero avversario, il Partito comunista. Ogni equilibrio politico presente e futuro dipende da lui e il presidente francese esercita già il suo potere di veto. Un popolare tedesco presidente della commissione? E perché mai? Manfred Weber, il leader dei cristiano-sociali bavaresi, Spitzenkandidat del Ppe, è un politico intelligente e solido, ma non è certo l’unto del signore e tanto meno del popolo. E chi allora al suo posto? I liberali hanno diversi uomini (come il belga Guy Verhofstadt) e donne (come la danese Margrethe Vestager) certamente di primo piano. Ma per loro vale l’antico motto staliniano: quante divisioni hanno? Troppo poche e sarebbero facilmente accusati di fare da re travicello.

Macron non si sbilancia e parla di un mediatore, una figura che possa unire e non dividere. Si dice che pensi a Michel Barnier, il negoziatore della Brexit che (guarda caso) è francese, oltre che ex gollista. Vedremo. La poltrona ne porta con sé altre tre: la presidenza del consiglio europeo, quella del parlamento e ultima, ma certo non per importanza, quella della Bce perché Mario Draghi scade il 31 ottobre. Attorno a queste quattro figure chiave si gioca una partita di potere che non è solo di onori e favori, ma di linea politica, tale quindi da condizionare l’Unione e i suoi paesi per i prossimi anni. Può darsi che il gioco spregiudicato di bastone e carota non funzioni e Macron perda, in tal caso il grand hotel si trasformerebbe in una casa d’appuntamenti.

Il punto di forza del presidente francese non sta solo nel ruolo dell’Alde, ma anche in quello della Francia. Una Germania senza Angela Merkel è comunque più debol. Si aggiunga poi la batosta dei democristiani e dei socialisti e il successo dei verdi che sono senza dubbio interlocutori dei liberali, e il quadro è completo. Non solo. Con la Brexit (quando e se mai avverrà, bisogna dirlo a questo punto) l’Unione europea avrà una sola potenza militare, anzi nucleare. Chi non capisce quanto questo sia importante non capisce nulla di politica. Ciò vale in generale e ancor più oggi perché viviamo in uno scenario di conflitti armati tutt’altro che freddi, caldissimi anzi bollenti: Siria, Libia, terrorismo islamico, Russia e Ucraina, tanto per parlare di scacchieri nei quali l’Unione europea dovrebbe calare le proprie carte. Macron se ne rende conto come del resto tutti i suoi predecessori: vedremo se e come userà la sua force de frappe politica. Tutte le partite che riguardano l’assetto istituzionale della Ue e lo stesso euro saranno condizionate da questa Francia potenza solitaria, con una Germania partner debole e una Spagna che emerge già come terza gamba. La retorica europea continuerà ad agitare l’asse franco-tedesco, in realtà l’Unione che esce dalle elezioni è davvero a geometria variabile.

Dove si colloca Matteo Salvini? Con il gruppo di Visegràd? Cioè alla periferia? Per rispondere bisogna capire come il leader leghista vorrà usare il suo successo. Davanti a sé ha il macigno economico. Che non è fatto solo di debito pubblico, ma di stagnazione. Tutto il gran discutere di deficit e parametri, come si fa anche nella lettera che la Ue ha inviato a Roma, mette in sordina il problema numero uno: l’Italia non cresce, proprio non ci riesce. È un problema innanzitutto per l’Italia, ma anche per la Ue. Gli squilibri interni e il rischio che la terza economia dell’Unione resti un vagone di coda sempre lì lì per staccarsi non può non coinvolgere tutti, a cominciare dai paesi più forti. Da quel che ha detto Salvini nell’ebbrezza del successo, pensa di far ripartire il paese con un taglio delle imposte dirette, la famosa flat tax (anche se adesso spunta la singolare novità che potrebbe essere volontaria).

Salvini ha davanti un macigno economico. L’Italia non cresce. Seve la flat tax? Non si sa come finanziarla

Una riduzione della pressione fiscale complessiva è fondamentale, quindi non si può fare nessuna partita di giro, tipo scambio Iva-Irpef o espedienti del genere. Il problema, però, è come finanziarla. Il governo (non solo Salvini, dunque) risponde: allargando il disavanzo pubblico, niente tagli alle spese. E su questo intende rilanciare il braccio di ferro con la commissione. Si ripete per certi versi lo scenario dell’anno scorso, ma con due fondamentali novità. La prima è che nel 2018 si metteva in conto una crescita di almeno un punto, oggi invece siamo a zero virgola, il che significa meno entrate fiscali automatiche e, a parità di spesa, più disavanzo. Dunque, si parte con un handicap interno al quale si aggiunge quello esterno: la fine del quantitative easing e l’addio di Mario Draghi. La Bce non acquista più titoli pubblici italiani in condizioni normali, ne ha già in pancia per 273 miliardi di euro. E se si creasse una nuova situazione di emergenza? Tornerebbe a comprare? Il nuovo banchiere centrale direbbe anche lui “whatever it takes”?

Non c’è solo il fronte economico. L’immigrazione resta il vero cavallo di battaglia della Lega. Il balletto dei porti chiusi (che poi davvero chiusi non sono) non può andare avanti in eterno, occorre una politica europea per la quale ci vogliono alleati forti, centrali e non periferici. Per questo Salvini sarà costretto a veleggiare da est verso ovest e a trattare con i paesi più grandi e più importanti: con la Germania, ma soprattutto con Francia e Spagna che s’affacciano sul Mediterraneo. Su economia e immigrazione (lasciamo stare dossier ancor più complicati come la Libia) Macron sarà tentato di isolare il suo acerrimo nemico, ma non potrà isolare l’Italia, a meno di non portare davvero l’intera Unione verso il naufragio. I duellanti d’Europa non possono finire come il romanzo di Conrad, rifiutando ostinatamente la riconciliazione costi quel che costi. Ci sarà un momento in cui lo scontro dovrà interrompersi, speriamo solo che sia al primo e non all’ultimo sangue.

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