L'intervista
3 Giugno Giu 2019 0600 03 giugno 2019

Tien An Men, trent’anni dopo: “Chissà come sarebbe andata, se i sovietici avessero fatto come i cinesi”

Massimo Nava, storico corrispondente estero del Corriere, rivive i giorni di trent'anni fa, quando il regime cinese represse nel sangue la rivolta degli studenti. “È curioso che fu la sola Germania Est a esprimere solidarietà ai cinesi. L’Europa dopo il Muro? Una grande incompiuta”

Tien An Men Linkiesta
GOH CHAI HIN / AFP

«Tien An Men? È un pezzo della nostra storia, uno snodo fondamentale per capire il mondo in cui viviamo oggi». Massimo Nava quando legge il presente ha sempre un occhio rivolto al passato. Editorialista, saggista, romanziere, Nava è soprattutto il cronista che ha raccontato per il Corriere della Sera alcuni dei momenti chiave della nostra storia recente, dalla caduta del Muro di Berlino alla guerra in ex Jugoslavia. Uno dei pochi capace di fondere memoria e cronaca, di tessere fili che collegano eventi apparentemente lontani e che, assieme, riescono a spiegare il presente. Come la caduta del Muro di Berlino, del 9 novembre dello stesso anno. O la caduta del ponte di Mostar, evento simbolo del conflitto balcanico: «Gli eventi del 1989 non sono la fine della storia, come ha detto con un po’ di avventatezza Francis Fukuyama - riflette Nava -; ma è la Storia che è ricominciata, che si è "scongelata", dopo cinquant’anni di guerra fredda».

Partiamo da Tien An Men, da quel 4 di giugno. È lì che l’89 comincia a essere l’anno delle rivoluzioni?
No, in realtà. C’erano già stati grandi movimenti in Europa, quell’anno. Solidarnosc aveva appena stravinto le elezioni legislative, Austria e Ungheria avevano aperto i loro confini, aprendo un varco nella Cortina di Ferro, e c’erano migliaia di tedeschi dell’Est pronti a fuggire verso Occidente. Ai nostri occhi la prospettiva era quella che si sarebbe vista anni dopo, con le primavere arabe. Avevamo grandi speranze e non sapevamo come sarebbe andata a finire.

E come sarebbe potuta andare a finire, se non com’è andata, con il crollo del regime comunista?
Tutti nel mondo comunista si sono preparati alla doppia azione: riforme o tenuta autoritaria del potere. E tutti hanno gli occhi puntati su Gorbaciov, per capire che direzione avrebbe preso il grande processo di trasformazione dell’Unione Sovietica.

Gorbaciov avrebbe potuto scegliere la strada della repressione?
Avrebbe potuto seguire la strada cinese, quella intrapresa da Deng Xiaoping. Riforme economiche sì, ma con un controllo politico enorme. E repressione feroce contro chi si ribella, com’è avvenuto a Tien An Men.

Cina e Russia hanno preso strade opposte, in qualche modo. Riforme politiche e crisi economica in Russia. Apertura economica e repressione politica in Cina. E a occhio, pare ci abbia guadagnato la Cina.
La Cina di Xi Jinping e la Russia di Putin si assomigliano molto, in realtà. Senza esagerare coi paragoni, in entrambi i casi c’è un mix tra libertà economica e autoritarismo. Oggi le città russe attraversano una esplosione di benessere e di straordinaria libertà d’impresa. Anche se nel greto di un potere politico che esercita un forte controllo. Non è un caso che Putin fosse dipendente del Kgb di Dresda. L’esperienza e l’osservazione sul campo gli sono giovate.

L’Urss avrebbe potuto seguire la strada cinese, quella intrapresa da Deng Xiaoping. Riforme ecpnomiche sì, ma con un controllo politico enorme. E repressione feroce contro chi si ribella

La storia della Ddr è curiosa, invece. È l’unico Paese del mondo a solidarizzare con la Cina, dopo Tien An Men. Ma alla fine, cede senza combattere e apre il Muro.
Ricordo che intervistai qualche settimana dopo la caduta del muro il capo della Sed (il partito comunista della Germania Est) di Lipsia: mi disse che una parte del regime della Ddr era per la soluzione cinese, per la repressione totale.

E allora perché la prepressione totale non ci fu?
Ricorda cosa disse Gorbaciov, proprio in occasione della celebrazione dei 40 anni della Ddr? Disse, con Honecker di fianco, che la Storia non aspetta chi arriva in ritardo. Ecco, in quel momento l’Unione Sovietica manda un messaggio. Che in caso di rivolta della popolazione, i carri armati dell’Armata Rossa non sarebbero più intervenuti, come a Budapest o a Praga. Ed è un messaggio che passa. Tant’è che dopo uno delle grandi manifestazioni del lunedì non sono i carri armati a scendere in piazza, ma Honecker a perdere il potere. Gorbaciov aveva ragione.

Le manifestazioni del lunedì sono cortei pacifici e silenziosi che nascono sul sagrato delle chiese protestanti. Com’è possibile che abbiano fatto cadere il regime totalitario per eccellenza del secondo dopoguerra?
In primo luogo, perché a manifestare sono le aree in cui c’è intelligenza, dove c’è cultura di prim’ordine: da Lipsia a Magedeburgo, da Francoforte sull’Oder a Rostock. A Dresda e in Turingia non accade, banalmente, perché sono troppo a est e lì non arrivano le televisioni della Germania Ovest. A Berlino e Lipsia la gente vedeva anche Bbc e Cnn. Tutti sapevano cosa accadeva fuori.

Parliamo di Germania, Polonia, Ungheria, Austria come di Paesi che alla fine degli anni ’80 hanno prodotto centinaia di migliaia di profughi o ne hanno accolti altrettanti: com’è che oggi si sono scoperti così intolleranti?
Ribalterei la questione, e mi chiederei perché allora fossero così tolleranti.

Perché?
Primo: perché i tedeschi dell’Ovest consideravano come dei fratelli i tedeschi dell’Est. Secondo: perché tantissimi di questi profughi erano persone con altissima specializzazione e un ottimo livello culturale. Alla Germania Ovest, affamata di addetti specializzati per la sua manifattura, facevano comodo i profughi della Ddr. Terzo: la lingua comune. Polacchi e ungheresi parlavano tedesco, e quando sai la lingua essere accolti è più facile.

Ok, ma perché Polonia, Ungheria e Germania Est si sono scoperti così intolleranti?
Parlo di Ungheria e Polonia: perché sono molto nazionalisti, innanzitutto. E la loro identità è stata castrata da sessant’anni di dominazione sovietica. Sono Paesi che, certo, si riprendono la loro collocazione in Europa, e sono ben lieti di farlo. Ma che non vogliono rinunciare alla loro identità nazionale per cederla all’Unione Europea.

Tutto qua?
No. Banalmente, è anche perché non hanno mai visto, e nemmeno la vedono oggi, una forma di migrazione dal sud del mondo. A Berlino Est gli studenti dei Paesi comunisti come Cuba e Mozambico vivevano in quartieri ghetto, separati da tutti gli altri. Non è un caso che che i primi episodi di neonazisimo abbiano luogo proprio nella Germania dell’Est. Non l’hanno mai vissuta, e ne hanno il terrore.

Quella tra le due Germanie è stata una Anschluss moderna, senza truppe e senza invasioni. Al posto dei carri armati ci sono le imprese tedesche

Massimo Nava

A proposito di Germania Est. A distanza di anni, possiamo parlare di unificazione delle due Germanie o di una vera e propria annessione dell’Ovest?
Di sicuro di un’annessione. Quella tra le due Germanie è stata una Anschluss moderna, senza truppe e senza invasioni. Al posto dei carri armati ci sono le imprese tedesche, però, che fanno shopping di marchi est europei, che delocalizzano le loro produzioni in Paesi dal basso costo del lavoro per essere più competitive, di mercati che si aprono a beni e servizi che arrivano dalla Germania occidentale. Non è un mistero che la Germania diventi fortissima, con la riunificazione, che abbia la possibilità di farsi finanziare dagli europei la ricostruzione dell’Est, e che allarghi in modo fondamentale la sua sfera di influenza.

Rinasce la mitteleuropa, nel 1989.
Si, ma il giochino va avanti anche in Jugoslavia. All’inizio della guerra, la Germania riconosce unilateralmente Slovenia e Croazia, in nome del principio dell'autodeterminazione dei popoli, che supera quello dell’intangibilità dei confini. Le armi ai croati arrivano dalla Germania, e non è un caso. La caduta del ponte di Mostar, a distanza di quattro anni esatti dalla caduta del Muro di Berlino, è una tragedia dal fortissimo significato simbolico: è l’atto del tagliare i ponti con la Bosnia, simbolo di un mondo multiculturale. È la prova che la storia non va mai nella direzione attesa.

È come se avesse vinto il Muro, in fondo. Come se la sua caduta non fosse altro che un gigantesco irrisolto.
Più che un irrisolto, è un grande processo incompiuto, fatto di marce indietro e di errori: l’allargamento a Est è stato troppo veloce e la debolezza europea ha fatto sì che il mondo lo scambiasse per l’allargamento Nato. Persino le guerre in Jugoslavia e in Ucraina si possono leggere in quest’ottica. La caduta del muro di Berlino non è stata la fine della storia come sosteneva Fukuyama, ma, appunto, è la storia che si è "scongelata", dopo cinquant’anni di guerra fredda.

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